Viaggio nell’immaginario di Yayoi Kusama: ripartono le mostre al Gropius Bau

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Yayoy Kusama
Foto di Camilla Manna

Di Camilla Manna

Dopo oltre un anno di rinvii è stata finalmente riaperta al pubblico la prima retrospettiva mai organizzata in Germania dedicata alla celebre artista giapponese Yayoi Kusama. La mostra, organizzata dal Gropius Bau in stretta collaborazione con la stessa Kusama ed il suo studio, è curata dalla direttrice del museo Stephanie Rosenthal in collaborazione con il Tel Aviv Museum of Art.

In uno spazio di oltre 3000 mq sarà possibile ripercorre fino al 15 agosto, i settanta anni di carriera di quella che è forse la più grande artista giapponese contemporanea, in un’esposizione ricchissima di opere e di alcune importanti novità come la Infinity Mirror Room.


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Tentatoli e pois: l’universo affascinante di Yayoi Kusama

Nell’atrio principale ci accoglie l’installazione forse più spettacolare della mostra: giganteschi tentacoli rosa punteggiati di nero si sviluppano da un pavimento decorato alla stessa maniera che riesce a toglierci il senso dello spazio e della prospettiva.

Avventurarsi in una sorta di mondo parallelo: questo è il sogno che la Kusama ci propone con “A bouquet Of Love I saw in The Universe“, titolo dell’installazione immersiva più complessa realizzata dall’artista fino ad ora e presentata al pubblico per la prima volta nella splendida cornice del Gropius Bau. Come Alice che, incuriosita dal Bianconiglio, lo segue nella tana, ci sentiamo anche noi affascinati da questo mondo ed entriamo nel vivo della mostra iniziando il viaggio nell’immaginario di Yayoi Kusama.

Yayoy Kusama
Foto di Camilla Manna

Si aprono le porte sulla sua infanzia, con i primi disegni realizzati all’età di 5 anni in cui è visibile un tratto che ne diventerà poi distintivo: la reiterazione all’ infinito di elementi che riescono a fondere la parte con il tutto, l’uomo con l’universo.

Con le sculture come “Aggregation: One Thousand Boat Show” del 1963 inizia ad esorcizzare le sue paure ed elaborare il rapporto con il sesso: forme falliche si accumulano infestando una barca a remi bianca, senza passeggeri. Le stesse forme invadono poi altri spazi come le Infinity Room (nove in tutto) che coinvolgono direttamente il visitatore invitandolo ad entrare e sperimentare la sensazione di smarrirsi in un gioco di specchi, nella ripetizione della sua stessa immagine che finisce per perdere autenticità, confusa nel mondo di forme e colori alieni allestito in queste stanze senza spazio né tempo.

Yayoy Kusama
Foto di Camilla Manna

Perdersi nell’immagine di se stessi, molto prima dei “selfie”

Ci affacciamo poi nei “Narcissus Garden” con la riproduzione di una parte dell’installazione che la rese nota al pubblico italiano. Nel 1966 infatti, sebbene non invitata ufficialmente alla Biennale di Venezia riesce grazie all’appoggio di Lucio Fontana ad allestire nel giardino prospiciente il padiglione italiano la sua opera di 1500 sfere specchianti, che da artista pioniera del personal branding quale era, vende ai visitatori per due dollari l’una.

Questa idea moderna di specchi infiniti in cui annullarsi, si mostra come un’anticipazione della cultura del selfie di oggi: impossibile non ricercare la propria immagine nelle sfere e resistere alla tentazione di fermare l’attimo in un’istantanea.

Yayoy Kusama
Foto di Camilla Manna

Proseguendo troviamo installazioni e video delle performances di fine anni ’60 in cui la Kusama si avvicina alla cultura hippie americana di cui condivide il senso di libertà e sperimentazione.

Nei video proiettati è lei stessa a cospargersi di pois e successivamente sono i pois ad invadere la realtà di tutti i giorni: mobili, manichini e stanze intere (come in “Driving Image Show” del 1966 o “Love Room” del 1967). “I pois sono una via verso l’infinito”, spiegava l’artista già nel 1968. E ancora: “Quando annulliamo la natura e il nostro corpo con i pois, diventiamo parte dell’unità del nostro ambiente.”

L’arte: una catarsi che salva la vita

Dagli inizi degli anni ’70 i suoi problemi psichici e le sue allucinazioni la spingono a tornare in Giappone dove si trasferisce per scelta personale nella clinica psichiatrica in cui tuttora vive. Per circa un ventennio sembra scomparire dalle scene mondiali ma la sua produzione artistica non si arresta e possiamo ammirarla nelle ultime sale che la mostra le dedica.

Le allucinazioni che le hanno fatto compagnia tutta la vita non hanno soffocato il genio artistico ma, al contrario, è stato proprio il processo catartico dell’arte a salvarle la vita: “Senza arte avrei finito per suicidarmi molto prima” ha dichiarato lei stessa.

Foto di Camilla Manna

Dopo un’iniziale partecipazione in prima persona alle sue opere, nelle creazioni più recenti l’artista oramai ultra novantenne sembra scomparire progressivamente dai suoi scenari. Lei che ha usato il proprio corpo nelle sue opere come “sostituzione” per i corpi degli spettatori, lascia ora lo spazio a noi di entrarvi.

E così districandoci tra tentacoli, ammirando giochi di luci, forme e colori, terminiamo questo viaggio che ci ha spinto oltre in confini dell’immaginazione, oltre lo spazio e oltre il tempo.

YAYOI Kusama: Eine Retrospektive

Martin Gropius Bau
23 Aprile – 15 Agosto 2021
Mer – Lun 10 -21
15 € / ridotto 10 €