Il Muro di Berlino: dalle origini alla caduta – storia di una città divisa

Muro di Berlino

Per chi ha vissuto in Europa occidentale fra gli anni ’60 e gli anni ’80, il Muro di Berlino è stato allo stesso tempo un simbolo e un assurdo storico: lo si dava per scontato, dal di fuori, senza realmente comprendere la natura e le implicazioni della barriera fisica e simbolica che quella costruzione rappresentava. Un esempio evidente sta nella nostra percezione del muro come una struttura che ingabbiava e isolava i cittadini dell’est, impedendo loro di fuggire a ovest. Questo è senza dubbio vero: circa 140 persone hanno perso la vita come diretta conseguenza dell’impossibilità di superare quella barriera. E tuttavia in pochi si soffermano sul fatto che, da un punto di vista strettamente geografico, era Berlino Ovest a essere “ingabbiata” dal Muro.

Il Muro di Berlino, infatti, aveva lo scopo di separare l’enclave della Repubblica Federale Tedesca, collocata nel cuore della Repubblica Democratica Tedesca. L’una sotto l’influenza americana, l’altra saldamente aggregata al blocco sovietico: immagine perfetta della guerra fredda e paradosso universalmente accettato nel centro d’Europa. Come ci si era arrivati? E come si è usciti da una situazione di stallo che sembrava destinata a prolungarsi all’infinito?

La conferenza di Potsdam – 1945.
Army Signal Corps Collection in the U.S. National Archives., Public domain, via Wikimedia Commons

Breve storia della cortina di ferro

La Germania uscì come grande sconfitta dalla seconda guerra mondiale. Mentre il Giappone si leccava le ferite e l’Italia abbracciava con entusiasmo il passaggio dalla dittatura alla repubblica sotto l’egida di nuove alleanze, le potenze vincitrici della guerra decidevano cosa fare del Reich tedesco ormai in macerie. Alla Conferenza di Potsdam del luglio 1945, il Primo Ministro britannico Winston Churchill, il Presidente degli Stati Uniti Harry Truman e il dittatore sovietico Josef Stalin si accordarono per amministrarlo in maniera congiunta, dividendo la Germania in zone di occupazione e la sua capitale, Berlino, in settori di pertinenza. La Germania non aveva alcun potere negoziale e il suo destino veniva deciso dalle potenze che erano emerse vincitrici dal conflitto. Proprio a Berlino fu collocata la sede un Consiglio di Controllo, nel quale le tre potenze avrebbero potuto deliberare sulle questioni che riguardano tutto il Paese, mentre ognuno avrebbe amministrato autonomamente le porzioni di territorio di rispettiva competenza. Come era prevedibile, tuttavia, questa alleanza sbilanciata si sfaldò in poco tempo. Il confine fra le zone britanniche e americane da un lato e la zona sovietica dall’altro rappresentava sempre più la demarcazione fra due visioni incompatibili del mondo. A capirlo per primo fu Churchill, che, appena quattro giorni dopo la resa della Germania, in un telegramma a Truman utilizzò per la prima volta l’espressione “cortina di ferro”, per definire la barriera che sembrava essere calata bruscamente nel cuore d’Europa.

Berlino divisa

La capitale tedesca diventò rapidamente il simbolo di questa frattura drammatica. Divisa in quattro settori, vide da subito le potenze vincitrici e la Francia lavorare gomito a gomito e accendere intensi conflitti, fin dalla primavera del ’46. In superficie, est e ovest si combattevano a colpi di propaganda, mentre nel sottobosco della vita politica e civile proliferavano le operazioni di reciproco spionaggio e sabotaggio dei servizi segreti. Dalle ceneri ancora calde della seconda guerra mondiale, nasceva la guerra fredda.

I conflitti, tuttavia, non erano sempre sotto traccia, ma si accendevano evidenti fin dai primissimi mesi. Nell’ottobre del 1946, appena quattro mesi dopo il voto che aveva portato alla nascita della Repubblica Italiana, si tennero a Berlino le prime elezioni libere dal 1932 (e le ultime fino al 1990). Stravinse la socialdemocrazia tradizionale e si registrò un considerevole successo per il neonato partito dei Cristiano-Democratici, mentre solo un quinto dei voti vanno al Partito di Unità Socialista (SED), composto dal partito comunista (KPD) e da fazioni dell’SPD che vi erano state forzatamente aggregate. Tuttavia, nel giugno 1947 i responsabili del settore sovietico rifiutano di confermare il sindaco eletto, Ernst Reuter.

I problemi aumentarono al momento di stabilire la valuta da impiegare in Germania: l’est si oppose all’introduzione del Marco Tedesco e Stalin tentò di bloccare i rifornimenti all’enclave occidentale – ma il suo tentativo venne prontamente vanificato dalla creazione di un ponte aereo da parte degli alleati.

La DDR prima del Muro

A partire dal 1949, la Germania fu divisa in due Stati e, per tutti gli anni ’50, il SED si impegnò nella costruzione di uno Stato socialista. Le condizioni di vita nella DDR si presentavano sempre meno desiderabili rispetto a quelle dell’ovest. Quando, nel giugno 1953, fu ordinato un aumento del dieci per cento del numero di lavoratori, gli edili di Berlino Est scesero in piazza. Il 17 giugno la protesta si estese a tutta la DDR. Circa un milione di persone scese in piazza in oltre 700 città chiedendo libere elezioni e democrazia. Il SED scelse una svolta in senso autoritario e chiese aiuto a Mosca: i carri armati sovietici intervennero per sedare le proteste e almeno 55 manifestanti furono uccisi.

Negli anni successivi, il Partito continuò a spingere per la collettivizzazione dell’agricoltura, portò avanti campagne di espropri delle aziende private o le costrinse a entrare in cooperative pubbliche e intensificò le misure di sicurezza nazionale. Lo Stato si introduceva sempre di più nella vita professionale, economica, privata e perfino religiosa dei cittadini. Nessuna di queste politiche si rivelò però vincente dal punto di vista della produzione e della crescita economica ed entro la fine del decennio la DDR era di nuovo in crisi.


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La costruzione del Muro di Berlino

Nella notte fra il 12 e il 13 agosto del 1961, le forze militari della DDR si posizionarono presso i valichi di frontiera in diversi punti della città, circondando i settori occidentali. Erano circa 80 le postazioni di guardie armate che vennero distribuite per tutta Berlino quella notte. Al risveglio, i berlinesi dell’Est scoprono di non poter più accedere alla parte ovest della città, se non con permessi speciali praticamente impossibili da ottenere. Lo scopo era arginare l’ondata crescente di transfughi che metteva in pericolo l’esistenza stessa della DDR e la sua credibilità internazionale. Di questi fuggitivi, circa la metà erano giovani sotto i 25 anni. La presenza di confini aperti permetteva ogni giorno a circa mezzo milione di persone di varcare le frontiere settoriali di Berlino in entrambe le direzioni e confrontare le condizioni di vita nei due Stati. Solo nel 1960, circa 200.000 persone si trasferirono definitivamente all’Ovest.

Muro di Berlino
Operazione di rafforzamento del Muro di Berlino, 1965.
Bundesarchiv, B 145 Bild-P091010 / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 DE <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/de/deed.en>, via Wikimedia Commons

Questo cordone militare, altro non era che il “prologo” di quella storia trentennale che sarebbe poi diventato il Muro di Berlino. L’occidente era talmente incredulo che, nei primi giorni, nessuno reagì: tutti erano convinti che il blocco fosse un semplice riaffermarsi della situazione esistente e che la DDR e la Russia non avrebbero osato costruire una barriera fisica in Europa. L’alternativa all’inazione, d’altra parte, sarebbe stata la guerra. E nessuno voleva una nuova guerra in Europa, mentre gli sforzi di ricostruzione sono ancora in corso.

I tedeschi dell’ovest, comprensibilmente, la presero con meno flemma. Il sindaco di Berlino Willy Brandt scrisse a Washington sostenendo che l’inazione avrebbe portato a “una crisi di fiducia nei confronti delle potenze occidentali”. In risposta, il presidente americano John Fitzgerald Kennedy inviò il vicepresidente Lyndon Johnson a Berlino e rimpolpò la guarnigione statunitense di Berlino Ovest, seguito in questa misura dal Regno Unito e dalla Francia. Nel 1963, Kennedy consolidò i rapporti con la città di Berlino visitando la città e pronunciando il celebre discorso contenente la frase “ich bin ein Berliner” (“io sono un berlinese”). Nel frattempo, però, il muro di Berlino era diventato una realtà, costruito demolendo case e deportandone gli occupanti, e la DDR avviava la sua parabola, destinata a durare oltre trent’anni.

Muro di Berlino caduta
Dicembre 1989. I Berlinesi staccano pezzi di muro dopo la riapertura delle frontiere.
Aad van der Drift, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons

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All’ombra del Muro

Il Muro di Berlino fu, fra il 1961 e il 1989, la demarcazione di una ferita, di uno strappo che aveva separato famiglie, amici, coppie. Tutti coloro che non erano riusciti a scappare nei primissimi tempi fra le maglie della sorveglianza militare, per esempio attraversando a nuoto il Landwehrkanal o il Britzer Zweigkanal o scavalcando muri e saltando dalle finestre dei palazzi di confine prima che questi venissero demoliti o murati, vide allontanarsi definitivamente l’occidente, che pure restava a pochi metri di distanza. Man mano che il filo spinato lasciava spazio al cemento e le postazioni di guardia temporanee diventavano sentinelle armate permanenti, gli aspiranti fuggitivi si industriavano a trovare nuovi modi di allontanarsi dalla vita nella DDR. L’onnipresenza della Stasi, le delazioni, i divieti che si estendevano a ogni ambito della vita, della cultura e dell’arte esercitavano una pressione crescente sui cittadini dell’est e i tentativi di fuga si facevano sempre più disperati. In molti morirono cercando di scavalcare il muro – composto in realtà da due muri paralleli, fra i quali si estendeva la cosiddetta “striscia della morte”, nella quale gli eventuali fuggitivi erano indifesi e sotto tiro delle sentinelle. Altri si ingegnavano a scavare tunnel sotterranei o riuscivano a coordinare operazioni di fuga con l’aiuto di contatti all’ovest, nonostante i severissimi controlli di frontiera. Qualcuno provò perfino a superare il confine in mongolfiera o ad aggirarlo scappando dal Mar Baltico in barca o addirittura a nuoto.

Nelle zone più periferiche e meno abitate, il confine del muro venne protetto militarmente e minato per un’area di ben cinque chilometri. 1,3 milioni di mine sovietiche antiuomo furono collocate lungo il confine interno. Si trattava di ordigni pensati non per uccidere, ma per mutilare. Nel 1970, furono aggiunte 60.000 mine a frammentazione e griglie di chiodi d’acciaio da 10 centimetri, chiamati anche “i prati di Stalin”, che rendevano impossibile l’attraversamento.

Muro di Berlino

La caduta del Muro di Berlino

La vita della DDR è una storia complessa della durata di quasi quattro decenni, che non può essere riassunta in questa sede, ma che vale la pena di approfondire. Il suo ultimo capitolo prende le mosse dal passaggio di potere in Unione Sovietica, con l’inizio del mandato di Mikhail Gorbaciov. La glasnost e la perestrojka (rispettivamente “trasparenza” e “ricostruzione”) ci misero qualche anno a essere percepite nella DDR, ma, nel 1989, la cortina di ferro aveva già iniziato da un po’ a scricchiolare in tutta l’Europa dell’Est, a partire dall’Ungheria e dalla Cecoslovacchia. La barriera diventava sempre più permeabile e anche all’ombra del Muro di Berlino si scatenavano le proteste. Il Partito iniziava a cedere di fronte alle masse che si sollevavano in tutta la Germania Est al grido di “Wir sind das Volk!” (“Noi siamo il popolo”). Il 9 novembre del 1989, alle 18.53, il membro del Politburo della SED, Günter Schabowski, nel corso di una conferenza stampa che fece la storia fece un annuncio storico: “La dirigenza statale della DDR ha deciso di concludere oggi un accordo che permetterà a ogni cittadino della DDR di lasciare il Paese”. Quando il giornalista italiano Riccardo Ehrman gli chiese quando sarebbe entrato in vigore il nuovo regolamento, Schabowski rispose, sorprendendo il mondo: “Immediatamente”. Le immagini delle ore successive rappresentano un capitolo indimenticato della storia europea e hanno segnato la coscienza collettiva anche nelle generazioni che non hanno vissuto direttamente quel momento.


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I dati sul Muro di Berlino

Il Muro di Berlino era lungo in totale 156,4 chilometri, di cui 43,7 chilometri segnavano il confine effettivo fra Berlino Ovest e Berlino Est.

La data del 13 agosto 1961, utilizzata convenzionalmente come data della “costruzione” del Muro, è in realtà la data in cui furono interrotte le vie di comunicazione fra Est e Ovest. La barriera fisica fu eretta, nel tempo, in fasi successive.

Il Muro di Berlino oggi. Foto di Angela Fiore

Inizialmente le guardie di frontiera minacciavano di sparare ai fuggitivi, ma non avevano proiettili. Questi furono distribuiti solo quando il governo della DDR e l’Unione Sovietica furono certi che l’occidente non avrebbe reagito militarmente.

La demolizione del Muro di Berlino è terminata ufficialmente il 30 novembre 1990 e gli ultimi tratti di muro presenti nel Brandeburgo sono stati abbattuti solo nel novembre 1991.

Secondo una ricerca del Centro per la ricerca storica contemporanea di Potsdam e del Memoriale del Muro di Berlino, almeno 136 persone sono state uccise nei pressi del Muro di Berlino e in circostanze legate ai tentativi di fuga fra il 1961 e il 1989 .

Il tratto di muro conosciuto come East Side Gallery, lungo la Mühlenstraße, a Friedrichshain, è stato dipinto nel 1990 da 118 artisti provenienti da 21 Paesi. Le immagini esprimono la gioia per la caduta del Muro.

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