È tedesca la prima squadra di calcio composta da rifugiati – Non Solo Sport

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Per gentile concessione di Massimo Finizio e del Babelsberg 03

La questione dei rifugiati, in Germania, è una patata bollente politica che divide l’opinione pubblica e i partiti, spesso su posizioni radicalmente opposte. Da una parte l’invito all’accoglienza, dall’altra le argomentazioni per un generalizzato respingimento, che vanno dalla scarsità di risorse sociali ed economiche ai dubbi sulle possibilità di integrazione. Nel 2015, Angela Merkel prese la decisione storica di accogliere i rifugiati siriani, pagando un prezzo politico altissimo in termini di consensi. Quello che in pochi sanno è che un anno prima, nel mondo dell’associazionismo sportivo tedesco, si era realizzato un esperimento di inclusione allora unico nel suo genere e che in seguito è stato emulato con successo. L’associazione SV Babelsberg 03, infatti, è stata la prima in Germania a creare una squadra di calcio composta da rifugiati.

L’idea dello sport come strumento di riscatto sociale non è certamente nuova, ma questa scelta del Babelsberg ha avuto risvolti tutt’altro che simbolici. I giocatori integrati nella squadra, infatti, sono diventati titolari di tutti i diritti e i doveri degli sportivi facenti parte del club, dall’assicurazione agli allenamenti. A questo primo esperimento hanno preso parte oltre 60 rifugiati e l’associazione sportiva, a tutti i livelli, li ha sponsorizzati per fornire loro tutte le attrezzature necessarie attraverso apposite raccolte fondi. Così è nato il Welcome United 03, che entro un anno era già in grado di giocare nella federazione calcistica del Brandeburgo.


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Dal Welcome United 03 al Lampedusa FC: anche il Sankt Pauli ha creato una squadra di calcio composta da rifugiati

Una storia parallela è quella del Lampedusa FC, la cui storia inizia in realtà nel 2013, con l’arrivo dei primi profughi che dall’isola italiana si spostarono in Germania, trovando rifugio ad Amburgo – storica patria del Sankt Pauli FC. La squadra vera e propria si formò però solo due anni più tardi e che oggi coinvolge giovani rifugiati a partire dai 16 anni. Proprio sotto l’ala protettrice del Sankt Pauli è nata l’idea, anche ad Amburgo, di costituire una squadra di calcio composta da rifugiati che unisse alla coesione dello sport un supporto sociale di più ampio respiro, per aiutare i giovani migranti a vivere una realtà in cui sentirsi sportivi, prima che rifugiati.

squadra di calcio composta da rifugiati (1)

Naturalmente, le particolari condizioni che caratterizzano la vita di chi lascia il proprio Paese rendono più complessa l’attività di un’associazione sportiva come questa. A seconda dello status di ogni richiesta di asilo, per esempio, capita che alcuni giocatori non possano lasciare il Paese per una trasferta o che vengano deportati. Anche in questi casi, il club cerca di privilegiare la connessione umana e l’inclusione. A ogni trasferta internazionale corrisponde sempre un’alternativa tedesca, che permetta ai giocatori di spostarsi senza infrangere nessun divieto, e quando qualcuno è costretto a partire, la squadra e i compagni si adoperano per mantenere il contatto il più possibile.

Queste forme di associazionismo sportivo mirano a fornire un modello di inclusione che faccia da esempio a tutta la società. Da un lato, quindi, combattono le tendenze razziste che non di rado emergono fra le tifoserie calcistiche, dall’altro puntano ad attirare anche l’attenzione di chi non si interessa di calcio e di sport in generale, di chi non sfoglia le pagine sportive dei giornali e non conosce le squadre di campionato. Si tratta, in sostanza, di un ritorno a una concezione di sport che privilegia la coesione rispetto alla competizione e l’idea di condivisione dell’esperienza sportiva rispetto a quella di scontro con gli avversari.

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