Tornati a Berlino dalla Siria e dall’Iraq 70 islamisti: li aiuta un programma di deradicalizzazione

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70 islamisti
Membro dell'ISIL arrestato nel Governatorato di Salah al-DinTasnim (Iraq). News Agency, CC BY 4.0 , via Wikimedia Commons

Si chiama “Coordinamento dei rientri“, ha sede a Berlino ed è un programma sperimentale che si occupa della deradicalizzazione e della reintegrazione sociale dei cittadini tedeschi partiti per supportare l’Isis in Siria e in Iraq, e che hanno deciso di tornare in patria. Come 70 islamisti attualmente tornati nella capitale tedesca.

Il programma, presentato martedì dal senatore agli interni Andreas Geisel (SPD), è finanziato dal 2019, per una durata di tre anni, dall’Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati (BAMF) e si avvale di un’intera rete di istituzioni e associazioni. Lo scopo è quello di liberare la mente di queste persone dal veleno del terrorismo islamico.

Delle 1030 persone partite da tutta la Germania per supportare il sedicente Stato Islamico, ben 135 erano berlinesi. Secondo informazioni fornite dalle autorità di sicurezza, di questi 135 jihadisti, 20 sono morti in operazioni di combattimento. Dei 70 islamisti tornati nella capitale tedesca, quasi tre quarti sono uomini, mentre meno di dieci sono giovanissimi o bambini.

Storie agghiaccianti, come il caso di Nadia B.

Alcune storie coinvolgono anche minori e sono allucinanti. Il Tagesspiegel, ad esempio, cita il caso di Nadia B., partita per unirsi entusiasticamente alle milizie dell’Isis nel 2014, purtroppo portando con sé la figlia di tre anni.

Nelle zone di guerra la bambina ha visto uccidere un uomo a causa del bombardamento di un caccia, ha frequentato una scuola in cui i miliziani parlavano delle punizioni previste in caso di mancato rispetto delle loro regole, taglio della testa incluso, e nel 2019 è stata riportata in Germania insieme al fratello, nato in Siria. Entrambi i bambini sono chiaramente traumatizzati.

Nadia B., tuttavia, potrebbe diventare un caso di competenza del programma solo tra qualche anno. La donna è stata infatti condannata a tre anni e quattro mesi di carcere e il programma non si occupa dei detenuti. La donna è oltrettutto ancora molto radicalizzata, quindi potrebbe essere considerata, nella migliore delle ipotesi, un obiettivo a lungo termine.

Le autorità cittadine si aspettano inoltre il rientro di ulteriori 90 persone, tra uomini donne e bambini provenienti dai campi gestiti dalle milizie curde dal nord della Siria.

70 islamisti
Chairman of the Joint Chiefs of Staff from Washington D.C, United States, Public domain, via Wikimedia Commons

70 islamisti a Berlino: per i rimpatriati supporto o manette

Dopo il rientro in patria, coloro che sono ritenuti sostenitori dell’ISIS o criminali di guerra vengono arrestati e affidati alla giustizia. Altri sono inclusi nel programma, che punta a reinserire nella società persone che vogliono cambiare vita o di cui si presume che possano essere de-radicalizzate, cessando di essere un pericolo concreto per la comunità.

Intanto Geisel dichiara che non si fermano gli sforzi del Senato di Berlino per scongiurare il pericolo di ulteriori attacchi islamisti come quello che nel 2016 causò 12 morti al mercatino di Natale di Breitschidplatz. Nella lotta contro il terrorismo il personale è stato aumentato e meglio equipaggiato, mentre alcuni interventi sono stati effettuati all’interno della città, come nel caso delle modifiche che verranno apportate al parco di Mauerpark entro la fine dell’anno.


attentato a Berlino

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Oltre alla repressione, tuttavia, secondo Geisel è indispensabile continuare a occuparsi di prevenzione, “disinnescando” la pericolosità di coloro che sono partiti da Berlino radicalizzati e ora tornano a casa senza prospettive. “Il programma di coordinamento dei rientri è una politica di sicurezza attiva” ha sottolineato il senatore, parlando dell’importanza di reintegrare chi si è allontanato dalla società già una volta.

Si può essere certi che i rimpatriati non siano un pericolo?

Uno degli interrogativi sollevati, e non solo in relazione ai 70 islamisti di Berlino ma a quelli presenti su tutto il territorio federale, è fino a che punto si possa essere sicuri del fatto che i rimpatriati abbiano effettivamente preso le distanze dal loro passato. E soprattutto, che non abbiamo più contatti con organizzazioni che potrebbero pianificare attentati sul territorio tedesco o utilizzare Berlino per la causa islamista, come accaduto tra il 2012 il 2016. In questo lasso temporale, infatti, la capitale tedesca era diventato un centro di raccolta fondi per i jihadisti, oltre che di radicalizzazione e reclutamento di nuove leve.

Anche il segretario di Stato per gli Affari interni di Berlino, Torsten Akmann (SPD), non esclude che alcuni dei rimpatriati siano ancora legati all’ideologia islamista e ha aggiunto che, proprio per questo, Berlino deve continuare a occuparsi dei rimpatriati con la “gestione strutturata del ritorno” seguita fino ad ora. Vale a dire monitorando, sostenendo e de-radicalizzando i beneficiari del programma, allo scopo di favorirne la piena integrazione.

La coordinatrice del progetto, Samira Benz, sostiene che “Non possiamo guardare nella testa delle persone“, ma dichiara che il programma si occupa di persone rispetto alle quali in cui si può supporre un “allontanamento credibile” da ideologie radicali. In questi casi, il progetto predispone programmi di aiuto, di concerto con altre istituzioni e autorità. Le politiche di sostegno includono la ricerca di appartamenti disponibili, supporti per famiglie e minori e a volte anche posti di lavoro. Di sicuro non è un procedimento rapido. “Occuparsi dei rimpatriati radicalizzati può richiedere diversi anni” ha dichiarato Benz lunedì.

Il presidente della Commissione per l’integrazione del parlamento di Berlino, Hakan Taş (die Linke), loda il difficile lavoro portato avanti dal senatore degli Interni, ma sottolinea il fatto che questi procedimenti debbano essere resi trasparenti “in modo che il pubblico non pensi che queste persone possano diventare di nuovo pericolose“.

Il governo federale potrebbe togliere i fondi al programma

Tutto questo potrebbe tuttavia finire e molto presto. Nel progetto di bilancio del governo federale per il 2022, infatti, non sono ancora stati stanziati fondi destinati al “Programma nazionale di prevenzione contro l’estremismo islamico (NPP)”, lanciato nel 2017 con un investimento di 400 milioni di euro. Il programma scadrà alla fine della legislatura, senza che sia stata ancora predisposta una sua estensione. E se davvero questo si verificasse, cadrebbe anche il progetto “Coordinamento dei rientri”.

Il senatore Andreas Geisel. Von Nicola, Wikimedia Commons, CC-by-sa 4.0, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=63568878

Rischierebbero dunque di fare a meno di questo programma non solo il Land Berlino, ma anche Nord Reno-Westfalia, Bassa Sassonia, Amburgo, Brema, Assia e Baviera. Sette Land che si trovano a gestire una quantità di rimpatri di islamisti che è maggiore che nel resto della Repubblica Federale. I 70 islamisti di Berlino sono infatti solo una parte dell’intero circuito.

La paura che la mancanza di fondi possa produrre nuovi islamisti

Geisel sta dunque reiteratamente chiedendo al suo omologo federale Seehofer di non far venire meno il supporto del governo al progetto. “Dobbiamo garantire che questo importante lavoro possa continuare“, ha sottolineato il senatore Geisel.

La preoccupazione è che la mancanza di fondi per il programma di reinserimento possa portare alcuni rimpatriati a restare ai margini della società, correndo maggiori rischi di restare o diventare pericolosi. La parola finale, tuttavia, arriverà solo dal ministro delle finanze Olaf Scholz (SPD).

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