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NSU, la cellula neonazista che ha insanguinato la Germania

La Clandestinità Nazionalsocialista, in tedesco Nationalsozialistischer Untergrund, abbreviato nella sigla NSU, è stata una cellula terroristica tedesca di matrice neonazista attiva tra il 1997 e il 2011.

Per 14 anni l’NSU ha devastato la Germania con attacchi, rapine e una terribile sequenza di delitti a sfondo xenofobo, lasciando ferite profondissime nel Paese.

Gruppo neonazista tedesco. By Marek Peters / www.marek-peters.comAdditionally you can support Marek Peters by Flattr.Deutsch: Als Urheber des Fotos ist in Ihren Publikationen folgendes anzugeben:Marek Peters / www.marek-peters.comWeitere Fotos können beim Fotografen oder über das Portal Infos gegen Rechts – Datenbank und Suchmaschine zu und gegen Neonazis, Rechtsextremismus und Rassismus durchsucht werden.Zudem können Sie die Arbeit von Marek Peters über Flattr unterstützen., GFDL 1.2 <http://www.gnu.org/licenses/old-licenses/fdl-1.2.html>, via Wikimedia Commons

NSU: le origini

La storia iniziò a Jena, in Turingia, quando i giovanissimi Uwe Mundlos, figlio di un docente universitario di informatica, e Beate Zschäpe, vissuta ai margini di una storia familiare complicata, si conobbero e iniziarono una relazione. Alla coppia si unì in seguito Uwe Böhnhardt, muratore disoccupato con precedenti per aggressione, furto ed estorsione, a cui Zschäpe si legò in seguito. Al di là delle singole implicazioni sentimentali, tuttavia, il vero legame fu quello che si instaurò tra loro tre, un legame indissolubile e definitivo.

I ragazzi iniziarono a frequentare sempre più spesso la scena locale di estrema destra. Mundlos e Böhnhardt presero a passeggiare occasionalmente per il quartiere di Winzerla indossando delle imitazioni di uniformi delle S.S.. Intanto, tra il 1994 e il 1998, l’estremismo di destra in Turingia vide raddoppiare i suoi esponenti fino a raggiungere una rete di 1200 persone.

In questo brodo di coltura nacque, nel 1996, la Thuringian Homeland Security (THS), che a Jena aveva una sezione chiamata La Fratellanza di Jena (Kameradschaft Jena), a cui si unirono anche Böhnhardt, Zschäpe e Mudlos.

Il trio si radicalizzava sempre di più. Nell’estate del 1995, circa 20 neonazisti, tra cui Böhnhardt e Zschäpe, bruciarono alcune croci vicino a Jena, mentre facevano il saluto a Hitler. Nel 1996 Böhnhardt appese un manichino con appuntata una stella di Davide a un ponte autostradale e nello stesso anno, insieme a Mundlos, si presentò vestito da S.S. presso il Memoriale del campo di concentramento di Buchenwald, da cui furono entrambi banditi.

Neonazista con la toppa “Bianchi e fieri” (in tedesco Weiss & Stolz). By Marek Peters / www.marek-peters.comAdditionally you can support Marek Peters by Flattr.Deutsch: Als Urheber des Fotos ist in Ihren Publikationen folgendes anzugeben:Marek Peters / www.marek-peters.comWeitere Fotos können beim Fotografen oder über das Portal Infos gegen Rechts – Datenbank und Suchmaschine zu und gegen Neonazis, Rechtsextremismus und Rassismus durchsucht werden.Zudem können Sie die Arbeit von Marek Peters über Flattr unterstützen., GFDL 1.2 <http://www.gnu.org/licenses/old-licenses/fdl-1.2.html>, via Wikimedia Commons

Nel gennaio 1997 i tre cominciarono a fabbricare finte bombe in un garage allo scopo di spaventare le istituzioni e la comunità (ne lasciarono una senza detonatore di fronte al teatro cittadino e depositarono alcune valigie contenenti esplosivo in diverse località della Turingia). Intanto continuavano a vivere da inseparabili. Andavano tutti insieme a trovare la madre e la nonna di Zschäpe e in un articolo dello Spiegel intitolato “La ragazza della porta accanto  – la formazione di una neonazista”, si parla di queste visite surreali, durante le quali Mundlos portava i fiori e Böhnhardt indossava le pantofole sopra gli anfibi, difficilissimi da slacciare.

Alla fine, com’era prevedibile, andarono a vivere tutti insieme a Zwickau, dove continuarono a svolgere le loro attività illegali fino a quando non destarono l’attenzione dell’intelligence tedesca.

Il garage in cui il trio cominciò a fabbricare le prima bombe. Von Reise Reise – Eigenes Werk, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53564535

L’inizio della “Clandestinità Nazionalsocialista”

Nel gennaio del 1998 la polizia perquisì l’abitazione e il garage del trio, scoprendo quattro tubi bomba, 1,4 kg di tritolo e materiale propagandistico di estrema destra. Mundlos, Böhnhardt e Zschäpe fuggirono, evitando l’arresto ed entrando in clandestinità. L’NSU si preparava a operare su scala nazionale.

La neonata cellula terroristica si muoveva nell’oscurità, protetta da una fitta rete di estremisti tra cui i militanti della scena di Jan Werner, il produttore di Pogromly, variante antisemita del celebre gioco da tavolo Monopoly. Intanto i tre ragazzi, che si erano incontrati a Jena quando Böhnhardt era ancora minorenne, accelerarono la loro formazione criminale e diedero il via a un’escalation che negli anni successivi riempì la Germania di orrore, violenza e morte.


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Norimberga, la torcia nel bagno degli uomini: il primo attacco esplosivo dell’NSU

Nel 1999, a Norimberga, una torcia riempita di esplosivo e trasformata in una bomba tubo fu lasciata nel bagno degli uomini di un ristorante frequentato prevalentemente da turchi. A trovarla fu il proprietario, che rimase vittima di un’esplosione fortunatamente solo parziale, ma anche dell’incompetenza di chi condusse le indagini di rito. Sia il proprietario che il suo staff furono resi oggetto di indagine e persino accusati di non collaborare. Non fu minimamente presa in considerazione la menzione del fatto che per due sere di seguito fosse stato notato nel ristorante “un tedesco completamente estraneo al contesto”.

Come riconosciuto anni dopo dalla Procura Federale tedesca, quello di Norimberga fu il primo attentato esplosivo a sfondo xenofobo dell’NSU.

Attacco esplosivo a Colonia

Nel 2001, in un negozio di generi alimentari di Colonia esplose invece un barattolo riempito di polvere nera. La figlia del proprietario, una ragazza di origini iraniane, rimase gravemente ferita. Anche in quel caso, le indagini si rivolsero soprattutto verso la famiglia colpita e vennero chiuse dopo cinque mesi.

Oggi la Procura Federale considera provato il fatto che la prima bomba di Colonia fosse stata costruita da Böhnhardt e Mundlos e collocata sulla scena del crimine da uno di loro.


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Gli omicidi seriali a sfondo xenofobo

Tra il 2000 e il 2007 in Germania furono brutalmente uccise nove persone legate dal fatto di avere tutte un background di migrazione (otto erano di origine turca e una di origine greca). Le vittime furono un fioraio, un operaio che lavorava anche come aiutante sarto, due venditori di frutta e verdura, due venditori di kebab, il comproprietario di una bottega da fabbro, il proprietario di un chiosco e il proprietario di un internet café. Furono tutti freddati con colpi al volto o alla testa, sparati in pieno giorno con una pistola Česká 83, calibro 7,65 mm.

Successe a Monaco di Baviera, Norimberga, Dortmund, Amburgo, Kassel e Rostock e le vittime furono colpite mentre erano intente alle loro occupazioni. Furono delle vere e proprie esecuzioni, portate avanti con metodo e senza scrupoli. I primi quattro uomini vennero uccisi entro undici mesi, gli altri cinque tra il 2004 e il 2006.

Luogo dell’esecuzione di Abdurrahim Özüdoğrus, a Norimberga. Von Aarp65 – Eigenes Werk, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=32035789

Anche in questi casi, all’inizio le indagini si svolsero soprattutto all’interno della cerchia dei conoscenti delle vittime. Vennero ipotizzati regolamenti di conti o dinamiche di estorsione legati alla malavita turca e neanche una volta fu seriamente considerata l’ipotesi del movente xenofobo. La figlia di una delle vittime disse, nel 2011: “Per undici anni non ci è stato consentito nemmeno di essere vittime con la coscienza pulita”.

Intanto, a partire dal 2006, i media cominciarono a riferirsi a questi omicidi con la discutibile espressioneI delitti del kebab“, attirandosi nel tempo le critiche di chi ritiene quest’espressione banalizzante e irrispettosa.

Il memoriale di Von Michael Schilling – Eigenes Werk, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46838797

Gli errori degli investigatori e il pregiudizio culturale

Nel frattempo a Kassel e Dortmund le famiglie delle vittime organizzarono marce silenziose sotto lo slogan “Nessuna decima vittima!”, chiedendo chiarezza e giustizia sugli omicidi e accusando la polizia di indagini unilaterali e insufficienti. Avevano pienamente ragione.

La verità emerse infatti solo nel 2011, quando si scoprì che la pistola che nel 2007 aveva freddato la poliziotta 23enne Michéle Kiesewettersi durante uno scontro a fuoco con l’NSU, era una una Česká 83, calibro 7,65 mm. La stessa pistola utilizzata per i delitti seriali commessi tra il 2000 e il 2007. Apparve dunque chiaro che dietro a quei delitti ci fosse la cellula neonazista.

Esempio dell’arma usata nella serie di omicidi, una Česká 83, qui senza filettatura per il silenziatore. Von Jan Hrdonka (en:User:Hrd10) – http://en.wikipedia.org/wiki/Image:CZ_83-JH01.JPG, Gemeinfrei, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2515475

Bomba a Colonia nel 2004

Nel 2004 l’NSU fece esplodere una bomba artigianale in un quartiere di Colonia popolato principalmente da immigrati e rimasero ferite 22 persone, tra cui 4 gravemente. Un negozio di parrucchiere venne inoltre totalmente distrutto e altri esercizi commerciali e auto parcheggiate nei dintorni subirono dei danni. Anche in questo caso, gli inquirenti esclusero inizialmente che si potesse trattare di un crimine a sfondo xenofobo.

Beate Zschäpe: il volto “umano” della cellula

Negli anni successivi, Zschäpe assunse circa 10 identità diverse e fornì, con il suo carattere apparentemente gioioso e amichevole, la copertura ideale per i più inquietanti Böhnhardt e Mundlos, spesso presentati agli estranei come compagno e fratello.

Lo Spiegel riportò alcune interviste ad alcuni vicini occasionali della ragazza. “Quando entrava in una stanza, dimenticavi le tue preoccupazioni” dichiarò una persona. Altri ricordarono i barbecue che Zschäpe organizzava, mettendosi poi a ballare e a scherzare con gli astanti. Qualcuno commentò affermando che non avrebbe mai detto che Beate “sarebbe stata in grado di provare un odio così grande e di commettere crimini di questa portata”.


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L’ultima rapina e il suicidio di Mundlos e Böhnhardt

Tra il 1998 e il 2011, l’NSU portò a termine anche 15 rapine bancarie, condotte con estrema brutalità. Il 4 novembre del 2011 ebbe tuttavia luogo l’ultima.

In mattinata Mundlos e Böhnhardt rapinarono un istituto di credito ad Esenach, in Turingia, e fuggirono in bicicletta con il bottino per raggiungere il camper che avevano parcheggiato a una certa distanza. I residenti, tuttavia, avevano già notato e segnalato il giorno prima sia il veicolo che alcune strane manovre da parte degli occupanti. Fu subito chiaro che la morsa si stava stringendo e i due scelsero il suicidio.

Quando gli agenti si avvicinarono al camper, sentirono due colpi di pistola e videro il mezzo prendere fuoco. In seguito recuperarono all’interno i corpi di Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt.

L’ultimo appartamento del trio NSU a Zwickau, distrutto da Beate Zschäpe nel novembre 2011. Von André Karwath aka Aka – Eigenes Werk, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17372141

L’appartamento di Zwickau e il film dell’orrore

Qualche ora dopo Beate Zschäpe fece esplodere l’appartamento di Zwickau e fuggì in treno attraverso la Germania. Tra le macerie vennero ritrovati più di 35 DVD contenenti un film di 15 minuti in cui gli autori rivendicavano i loro attentati e i loro delitti.

Il film si apriva con la scritta “L’NSU è una rete di camerati ispirati dal principio ‘fatti non parole’. Finché non ci saranno cambiamenti fondamentali nella politica, nella stampa, nella polizia e nella libertà di espressione, le attività continueranno”. Si concludeva quindi con la frase: “Stai vicino al tuo popolo, stai vicino al tuo Paese”.

Ahmet Davutoğlu, allora ministro degli esteri della Turchia, sul luogo dell’attentato di Colonia, nel 2011. Von christophbrammertz (Christoph Brammertz)https://www.flickr.com/photos/27565078@N07 – https://www.flickr.com/photos/27565078@N07/6452420175/, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22837476

Gli omicidi erano spiegati attraverso un montaggio che riproduceva sequenze e tema musicale del cartone animato “La Pantera Rosa”. I commenti del trio celebravano le esecuzioni e deridevano le vittime, mostrando piacere per la loro sofferenza e per i fallimenti degli inquirenti. Un montaggio di immagini tratte dall’attacco esplosivo di Colonia, mostrava alcuni feriti con dei chiodi piantati in testa e il cinico commento: “Oggi azione kebab allo spiedo”.

Qualche giorno dopo la fuga, Beate Zschäpe si consegnò alla polizia di Jena. “La mia famiglia è morta”, commentò, riferendosi a Mundlos e Böhnhardt.

Manifestazione contro l’estremismo di destra e in segno di solidarietà con i parenti delle vittime della NSU prima dell’inizio del processo NSU nell’aprile 2013, a Monaco. Von linksfraktion – Demonstration zum NSU Prozess München-5 auf flickr, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=25738044

La Germania sotto shock

La Germania si trovò quindi a unire i puntini e a realizzare di aver avuto in casa una formazione neonazista capace di perpetrare indisturbata una serie pluriennale di omicidi.

La cancelliera Angela Merkel si scusò pubblicamente con le famiglie delle vittime per gli errori commessi dall’intelligence durante le indagini, mentre il governo si scusò inoltre con le Nazioni Unite, perché gli omicidi dell’NSU avevano rappresentato “senza il minimo dubbio una delle minacce più gravi ai diritti dell’uomo in questi ultimi anni, in Germania”.

Nell’aprile 2012, le sette città in cui l’NSU aveva commesso i suoi omicidi rilasciarono una dichiarazione congiunta che condannava gli atti dei “criminali neonazisti”.

Kuhlmann /MSC, CC BY 3.0 DE <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0/de/deed.en>, via Wikimedia Commons

Le critiche ai servizi segreti tedeschi: incompetenti o complici?

Il fallimento nelle indagini relative ai crimini dell’NSU è stato definito dal quotidiano tedesco Berliner Zeitung “Il più grande disastro commesso dai servizi segreti tedeschi dai tempi dell’unificazione della Germania“.

Man mano che si rivelava il quadro completo della vicenda, tuttavia, sempre più persone cominciarono a sospettare che in qualche modo l’intelligence avesse coperto la cellula neonazista. Le sviste investigative, i ritardi e gli errori marchiani e reiterati erano troppi, per non ingenerare sospetti.

La sede centrale dell’Ufficio per la protezione della Costituzione, a Colonia. Von Der ursprünglich hochladende Benutzer war Stefan Kühn in der Wikipedia auf Deutsch – Übertragen aus de.wikipedia nach Commons., CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2747606

A questo si aggiunsero episodi specifici che non contribuirono a chiarire le cose. Nel 2006, quando una delle vittime fu uccisa nel suo internet café di Kassel, nel retro era presente un impiegato dell’Ufficio per la protezione della costituzione in Assia e non fece rapporto.  Venne perciò arrestato, ma fu in seguito rilasciato.

Nel 2011, invece, un membro dei servizi segreti distrusse i documenti relativi al caso NSU il giorno dopo la pubblicazione da parte della stampa della notizia del collegamento della cellula ai delitti commessi dal 2000 al 2007. Ma sono molti i fascicoli e i documenti persi durante queste indagini. Tra questi, diversi file richiesti dalla Procura Federale e distrutti nella sede di Colonia dell’Ufficio di protezione della Costituzione, contro cui le famiglie delle vittime presentarono nel 2012 una denuncia per ostruzione della giustizia.

Il processo a Beate Zschäpe

Il processo all’unica sopravvissuta dell’NSU, Beate Zschäpe, iniziò a Monaco il 6 maggio del 2013.

Insieme a Zschäpe, che non aveva partecipato direttamente agli omicidi, furono processati anche Ralf Wohlleben, Holger Gerlach, Carsten Schultze e André Eminger, accusati di aver fornito supporto logistico al gruppo terroristico. I capi di imputazione della donna erano complicità in dieci omicidi, due attentati esplosivi, quindici rapine a mano armata, terrorismo, tentato omicidio e incendio doloso. Gli altri quattro erano accusati di aver procurato le armi utilizzate per i delitti e di aver protetto e supportato gli altri durante il loro lungo periodo di clandestinità.

Ralf_Wohlleben. Von Antifaschistische Aktion Gera [AAG] – Eigenes Werk, CC BY-SA 2.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=675063

Nel 2015 Zschäpe, che aveva in precedenza esercitato il diritto di rifiutarsi di testimoniare, decise di parlare. Non lo fece direttamente, ma fece leggere al suo avvocato una dichiarazione di diverse ore in cui ammise tutti gli atti di cui erano accusati Mundlos e Böhnhardt, ma negando di averne avuto conoscenza preventiva, rapine escluse.

Chiese inoltre scusa alle vittime e diede di sé l’immagine di una donna “debole e dipendente”, ingenerando però in molti la convinzione che la sua testimonianza fosse una mossa meramente tattica e priva di credibilità. Ne 2017 lo psichiatra Henning Saß la definìpienamente imputabile e ancora pericolosa“.

Nel 2018 Beate Zschäpe è stata condannata all’ergastolo, Wohlleben a dieci anni, Gerlach e Schultze a tre anni ciascuno ed Eminger a due anni e mezzo. ll 4 febbraio 2019, Zschäpe è stata trasferita dalla prigione di Monaco alla prigione di Chemnitz.

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