Calciatori, fate coming out! 800 professionisti invitano i colleghi gay a dichiararsi

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Steffen Prößdorf, CC BY-SA 4.0 , via Wikimedia Commons

Siamo nel 2021 e nella Bundesliga (la “Serie A” tedesca) non c’è neanche un calciatore maschio apertamente omosessuale – come del resto non ce ne sono nel campionato italiano. Di questo tema si è parlato spesso: se è statisticamente impossibile che in un’intera categoria non ci sia neppure una persona LGBTQ+, perché nessuno fa coming out?

I motivi sono semplici da individuare: il mondo del calcio maschile, quello che “conta”, quello a cui sono collegati gli sponsor e nel quale si investe, è ancora un mondo fortemente machista, nel quale il coming out è scoraggiato dalla minaccia più o meno esplicita di ostracismo e boicottaggio. Per questo la rivista sportiva tedesca 11 Freunde ha pubblicato un manifesto che invita i calciatori gay a fare coming out, con le firme di 800 professionisti del settore che si impegnano a supportarli, difenderli da qualsiasi forma di ostilità e incoraggiarli.


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Fra i firmatari del manifesto ci sono calciatori come Max Kurse (attaccante dell’Union Berlino), Niklas Stark (difensore dell’Hertha), Jonas Hector (centrocampista del Colonia). Bakery Jatta (centrocampista dell’Amburgo), Hans-Joachim Watzke (proprietario del Borussia Dortmund), Almuth Schult (portiere del Wolfsburg e della nazionale tedesca di calcio femminile) e Alexandra Popp (attaccante del Wolfsburg, capitano della nazionale femminile tedesca e medaglia d’oro olimpica). Si contano anche le firme di interi club.

Max Kurse, attaccante dell’Union Berlino, è fra i firmatari del manifesto che invita i calciatori a fare coming out. Superbass, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Perché spingere qualcuno a fare coming out?

La questione del coming out è delicata: si tratta di una decisione individuale che ognuno dovrebbe prendere in piena autonomia, considerando i propri desideri e il contesto nel quale si trova. È un fatto noto nella comunità LGBTQ+ che non si debba mai spingere qualcuno a fare coming out contro la propria volontà e men che meno fare outing, ovvero rivelare l’orientamento sessuale di qualcun altro senza il suo consenso.

Viviamo in una società in cui l’identità di genere cis (ovvero il riconoscersi pienamente con il genere assegnato alla nascita) e l’orientamento eterosessuale sono ancora considerati lo standard, quello che chiunque si aspetta fino a prova contraria. Non sono rari i contesti nei quali rivelare identità e orientamenti diversi da questi possono portare un individuo a vivere situazioni di grave disagio, che vanno dall’isolamento sociale ai danni professionali fino a rischi concreti per la sicurezza personale.


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Perché, dunque, gli 800 firmatari del manifesto di 11 Freunde vorrebbero spingere i propri colleghi a dichiararsi? Nel testo si spiega che la libera decisione di ogni individuo va rispettata e che il senso del manifesto è piuttosto quello di far sapere a chiunque decidesse di compiere questo passo che incontrerà sostegno e solidarietà. Lo slogan dell’iniziativa, che è anche diventato hashtag ufficiale della campagna socia, è infatti “Ihr könnt auf uns zahlen!” (“Potete contare su di noi!). La campagna ha avuto un grande successo ed è stata ripresa da molti media internazionali. In Italia ne ha parlato per Repubblica Tonia Mastrobuoni.

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La calciatrice svizzera Lara Dickenmann, centrocampista del Wolfsburg.
el_loko, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons

Il calcio è davvero pronto per aprirsi alla diversità?

L’idea di 800 professionisti pronti a sostenere i colleghi dopo un eventuale coming out è senza dubbio confortante, ma c’è chi si professa ancora scettico sulla capacità del mondo del calcio di rispettare la diversità in materia di orientamento sessuale. Philipp Lahm, ex calciatore della nazionale tedesca, ha accennato a questo tema nel suo libro Das Spiel: Die Welt des Fussballs, dicendo che un calciatore apertamente omosessuale si troverebbe ad affrontare livelli di pressione insostenibili, con insulti reiterati dalle curve dei tifosi. Pur essendo apparso nel 2007 sulla copertina del magazine lgbtq+ FRONT per esprimere il proprio supporto a qualsiasi collega omosessuale che decidesse di dichiararsi, Lahm resta quindi scettico sulla possibilità che la carriera di un calciatore professionista possa sopravvivere a un coming out. Non è un caso, dopo tutto, che l’ex centrocampista e attuale direttore sportivo dello Stoccarda Thomas Hitzlsperger si sia dichiarato omosessuale solo dopo aver terminato la propria carriera sportiva.

Esempi di rispetto nel mondo del calcio

Non è un caso che, in italiano, l’espressione “cori da stadio” si possa riferire in modo esteso a qualsiasi cantilena sboccata e offensiva o a qualsiasi forma di “tifoseria” irrispettosa. Tutto l’immaginario che ruota intorno al mondo ultras non è certo noto per il linguaggio inclusivo e l’apertura alle diversità – come sanno benissimo Mario Balotelli e Romelu Lukaku in Italia o l’ex calciatore turco-tedesco Mesut Özil in Germania.

Eppure si assiste a qualche timido tentativo di cambiamento: gli ultras del St. Pauli di Amburgo, per esempio, sono noti per le loro posizioni politiche fortemente inclusive e nettamente contrarie a qualsiasi forma di discriminazione. Si potrà obiettare che la realtà del St. Pauli ha una storia più lunga e complessa che praticamente non ha eguali fra le altre tifoserie, ma è pur vero che se nessuno inizia a fornire un esempio diverso è più difficile combattere le discriminazioni.

 

E le discriminazioni, sia chiaro, si riscontrano ancora e prevalentemente nel mondo del calcio maschile. In quello femminile l’omosessualità è ampiamente accettata (nella squadre del Wolfsburg, per esempio, gioca una coppia sposata, composta da Anna Blässe e Lara Dickenmann), qualcuno direbbe che la si possa dare quasi per scontata. E anche questo, a ben guardare, è un pregiudizio: il substrato culturale alla base di questo diverso modo di reagire all’omosessualità maschile e a quella femminile è quello che vuole il calcio ancora uno sport essenzialmente “da maschi” e di conseguenza colloca la figura della calciatrice al di fuori dell’universo della femminilità.

Stiamo dicendo che la maggiore accettazione dell’omosessualità nel calcio femminile non è una buona notizia? No, semplicemente stiamo dicendo che non è affatto indice di una maggiore apertura nel mondo del calcio in generale. È senza dubbio un bene che le calciatrici siano libere di progredire nella propria carriera senza subire discriminazioni, ma questo non significa che si stia avvicinando il momento in cui i loro colleghi maschi potranno fare lo stesso. C’è tutta una “poetica” machista da spogliatoio che va riadattata a monte, fatta di battute, di cameratismo che si congela nel momento in cui ci si trova davanti a un uomo che ama un altro uomo. E sia chiaro che ci stiamo ancora muovendo nell’ABC delle identità di genere e degli orientamenti sessuali: si parla solo di spingere il mondo del calcio ad “accettare l’omosessualità” dei giocatori, senza andare minimamente a sfiorare tutte le altre identità esistenti che, come spesso avviene, restano lettere oscure nella sigla “LGBTQIA” o “LGBTQ+”. In una curva di attivismo che va da Stonewall a Harvey Milk, in questo caso, ci troviamo nell’ambito della “politica dei piccoli passi”. Che sono comunque meglio che restare fermi.

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