TEUTONICHE SCHEGGE – Un virulento ritorno

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TEUTONICHE SCHEGGE
TEUTONICHE SCHEGGE

TEUTONICHE SCHEGGE – Un virulento ritorno

di Miriam Franchina

Da tempo volevo tornare ad essere una teutonica scheggia. Sentivo un po’ di Heimweh per la cordialità delle cassiere dell’Edeka, la burocrazia snella e flessibile, le prelibatezze della cucina locale.

Quello che non potevo prevedere, era che il rito di passaggio per tornar di nuovo a “calpestare ciotole piene di grasso” a piede libero in Germania avrebbe coinciso con la pandemia del COVID-19.

COVID-19 photo

Ins Fettnäpfchen treten” è un po’ l’equivalente del nostro stilnovista “fare una figura di merda”, sport di cui son cintura nera in generale e con menzione d’onore quando la causa è il maldestro uso dell’idioma di Goethe. Pare che le ciotole colme di grasso si lasciassero all’ingresso delle case per lustrar le scarpe, e che un ospite sbadato ci ficcasse dentro il piede spandendone il contenuto, con poca gioia della padrona di casa.

La parentesi a stelle e strisce è stata solo un Seitensprung, cara la mia vecchia Germania: un flirt che sapevo essere effimero. E decisamente una Zweckbeziehung, una relazione dettata dalle ragioni del vil danaro e non da passione.
Al rientro in Europa, nel bagaglio mi son portata un pizzico di confusione linguistica in più, un gatto di proporzioni americane, e l’abitudine (che ritenevo bislacca) di starnutire nell’incavo del braccio.

Photo by Gage Skidmore

Quando il “foreign virus” (cit. Trump) se n’è infischiato dei controlli ai confini ed ha cominciato ad intrufolarsi nella “Land of the Free”, abbiamo dovuto anticipare il nostro addio ad Albuquerque (che consocerete solo se siete fisici o chimici, o amanti della serie Breaking Bad).

Era ancora presto perché gli americani accorressero a far man bassa di carta igienica e pistole, ma anziché alzare il gomito in un brindisi d’addio con gli amici, abbiamo alzato la cornetta per provare a trovare una combinazione di voli utile tra cancellazioni, overbooking e direttive incrociate tra USA e UE. Il jingle dell’attesa in linea della Lufthansa è stata la colonna sonora della mia Verabschiedung dalle montagne e dai deserti del New Mexico.

New Mexico photo

La traversata transatlantica è stata la solita ridda di ritardi, guasti, noia. A renderla più memorabile di altre, i colpi di tosse mirati di ultrasettantenni vacanzieri allo sbaraglio, sempre nuove direttive del governo tedesco annunciate da hostess nervosette e il sonoro disappunto del nostro felino una volta finito l’effetto del tranquillante.

Messo finalmente piede all’aeroporto di Monaco, solo il gabbiotto della polizia di frontiera mi separava dalla possibilità di tornar teutonica scheggia. Giunto il mio turno, col sorriso falsissimo di chi ha viaggiato non-stop per 24h e rotti, mi son presentata alla Frau Polizistin di turno. E subito la prima emozione in terra di (quasi) Germania.

Lei non è cittadina tedesca. Solo ai deutsche Staatsbürger è consentito l’ingresso nel Paese in questo momento”. Presa in contropiede, mi proclamo EU-Bürgerin e mi raccomando mentalmente a san Schengen: “Ma… me l’hanno assicurato a Washington che potevo imbarcarmi senza problemi”. La donzella in uniforme mi dà due opzioni: o torno negli USA o a “casa”. Butta un occhio sul passaporto e legge… Bergamo.

Ci sono nata e nella sua provincia sono cresciuta, ed è lì che ho fatto il mio passaporto. Il vetro di protezione non riesce a nascondere del tutto il suo sguardo attonito e anticipo la sua domanda: “È da un anno circa che non rientro, né a Bergamo, né in Italia”.

In un nanosecondo la mia stanchezza si squaglia e mi si profila l’apocalisse in due varianti: riattraversare l’Atlantico e finire in un Paese di cui presto mi scadrà il visto, e dove non avrei più alcuna copertura sanitaria, o trovare il modo di varcare le Alpi e raggiungere quella che, purtroppo, è ormai nota come la Wuhan d’Europa.

Solo la Anmeldebescheinigung, stampata prima di partire in un ultimo, fugace momento di lungimiranza, mi salva: il mio visto americano prevedeva che mantenessi la residenza in un Paese UE. Grazie, Papierkram, fino a quando tornerò a maledirti perché mi tocca compilare mille scartoffie e debitamente archiviarle.

Photo by vindelikus

E via, lascio la terra di nessuno dell’aeroporto di Monaco, dove sparuti spettri in mascherina sembrano fluttuare in un silenzio surreale.
La mia nuova fase teutone prevedeva una solerte trasferta in quel di Dresda, di nuovo nella Germania d’oltre Cortina, e anche un pochino più a est di prima.

Ma il Corona (quasi non mi viene da specificare “virus”), come ormai purtroppo sappiamo, colpisce le agende quanto i polmoni. Ho passato le due settimane di quarantena a casa del suocero, in quella che minaccia di diventare la mia più duratura incursione in quel della profonda Baviera.

Digito da Rotthalmünster, 5.000 abitanti (ma contano anche mucche e maiali?) in Niederbayern, già in profumo di Austria. Il nomignolo che gli affibbiano in zona non lascia spazio a dubbi circa la movida locale: “Totalfinster”, e mai come ora capisco il significato della parola contrappasso.

Esasperata dall’American way of life, speravo di tornare alla vita urbana stile vecchio continente, di dimenticarmi come fosse fatta un’auto, buttarmi nella mischia di nuovi incontri fra Stammtische e Vereine. Mi ritrovo, invece, catapultata in un paesaggio identico a quello del vecchio sfondo del desktop di Windows, con morbide colline lussureggianti e cieli tersi.

Qui il Kontataktverbot e la Ausgangsbeschränkung si notano appena. Lungo i Wanderwege, tra i fiumi Inn e Rott, mi sembra di intuire appieno il celebrato quanto intraducibile concetto di Waldeinsamkeit – il tu per tu con la natura.

Mentre trotterello per i sentieri che si snodano nei boschi, il pensiero corre ad amici e parenti ingabbiati in quel di Bergamo, nella val Seriana degli avi e della mia infanzia, nella Bassa che si ostina a riempirsi di nuove rotonde per rendersi ad ogni visita meno riconoscibile.

 Farm photo

Di ristoranti, a Rotthalmünster, ce ne sono comunque solo tre e latte, carne, uova e verdura si comprano in fattoria, dove l’eau de parfum à la merde garantisce la distanza minima fra venditore e compratore. L’olezzo è archiviato da qualche parte nei miei recettori, anche se frammisto a copiose dosi di distillato di smog padano.

Solo raramente incrocio un altro essere umano, e ormai mi obbligo a proferire probamente “grüß Gott“, illudendomi di passare inosservata. Riservo il “moin” a quando mi sarà dato tornare ad Est. Per la stessa logica, compro dei Semmel anziché dei Brötchen per l’eventuale Brotzeit serale (pare che “pane” sia una delle parole con il più alto numero di varianti regionali in tedesco).

Tuttavia, anche in questo universo che sembra parallelo rispetto alle nuove che mi giungono da casa, il COVID si insinua maligno. Il governo locale, per dirne una, sta già reclutando volontari per la stagione dei raccolti perché il confine, seppur così vicino, è chiuso, e i lavoratori stagionali da Romania e Polonia non potranno portare sulle tavole crucche il tanto agognato asparago bianco.

Baviera photo

A smorzare la sensazione di essere una Heidi di collina ci pensa il suocero, che ai bavaresissimi “habe die Ehre” e “pfiat di” mescola senza soluzione di continuità “merhaba” e “görüşürüz”. Agisce, inoltre, da collaudato antidoto agli eventuali effetti collaterali di una Zweisamkeit forzata. La sua storia meriterebbe di esser raccontata con calma, con un bicchiere di çay fumante in mano e una baklava nell’altra.

In fuga dalla Turchia lacerata da scontri politici fra studenti, arrivò in treno in quel di Monaco negli anni ‘70 e finì quasi per caso a 30 km dal paese natale di Hitler, Braunau am Inn, giusto dall’altro lato della frontiera. Era ed è rimasto l’unico turco del paesello.

All’inizio, per dribblare eventuali sospetti contro i Kanaken, si faceva passare per italiano al suo banchetto del mercato, dove ancora oggi vende Feinkost mediterranei.
Come lui, molti altri bavaresi sono ancora al lavoro, fleißige Bienchen di uno dei Länder più produttivi della Bundesrepublik. Non posso che chiedermi se non stiano scherzando col fuoco, ignorando il monito che viene da giusto Oltralpe.

Feinkost photo
Photo by lampenlee+

Forse è solo la suggestione del momento, ma mi pare che Baviera e Lombardia abbiano qualcosa in comune.

In questi giorni penso giocoforza a casa, alla bellezza sussurrata di Bergamo Alta che finge di non accorgersi della bruttura della pianura sottostante, una distesa infinite di capannoni e aree industriali. “Mia san mia” (noi siamo noi) proclamano i bavaresi ai prussiani e agli Ossis, orgogliosi o forse o no di aver fatto di Lederhose e Brezn il simbolo della Germania in giro per il mondo.

Photo by Tim Reckmann | a59.de

I miei beneamati polenta e casonsèi non sono esattamente araldi di italianità nel mondo, ma forse il dialetto ostico e poco sexy, e la cocciuta convinzione di essere solerti lavoratori, farebbero di bergamaschi e bavaresi un buon connubio.

Preferisco sorvolare sugli equivalenti bergamaschi di “mia san mia” e sfruttare invece la rima fin troppo scontata con il motto di recente conio “Berghem mola mia” (Bergamo non mollare, augurio che ovviamente estendo al resto dello Stivale, perfino ai parenti-serpenti di Brescia).

Ahimè ci accomuna anche una certa provincialità. Ricordo l’ultima visita a Rotthalmünster, quando in una Gasthaus locale mi chiesero se volessi “oan Neger oder oan Russen”. Pensavo di aver capito male, e invece no. Un “Neger” qui è una birra (weiß) con la Coca Cola, quella che io ho sempre chiamato Diesel. Una “Russen” è una birra (sempre weiß) con limonata, che per me sarà sempre una Radler.

Photo by Signalkuppe 4:3

Lascio la Baviera allo scoccare del quindicesimo giorno, alla volta della Ostdeutschland cui sono ormai più avvezza. Missione: Besichtigungen per trovare un appartamento, e firma del contratto di lavoro all’università di Halle. Ma l’ordinario diventa sempre un po’ straordinario di questi tempi, così mi munisco di nuovo di Papierkram per attestare il motivo del mio viaggio: alla polizia che pattuglia l’autostrada, e all’hotel che altrimenti non potrebbe accettare la mia prenotazione.

Ogni volta che il controllore di turno mi fissa negli occhi e chiede se vengo direttamente da Bergamo, penso a chi ha un passaporto che da sempre desta preoccupazione e sospetto, o direttamente fermo e perquisizione. Io, dopotutto, me la cavo con un rassicurazione verbale e un sorriso di circostanza. Il Papierkram mi è tornato subito utile per la caccia all’appartamento.

Ormai son rodata e disquisisco della mia Mietschuldenfreiheitsbescheinigung come se fosse una parola umanamente pronunciabile; ed esibisco Beweise e Urkunden con affettata nonchalance.

passaporto photo

Mentre ritrovo dimestichezza con la calata sassone, spiego che il mio obiettivo è trovar casa nella Bunte Republik Neustadt: quello spicchio di Dresda che fa l’alternativa in barba a Pegida, e dove gli Altbauten profilano le strade che si diramano dall’Elba anziché i Plattenbauten tipici di altri quartieri.

Prima di rientrare in Baviera a sperare nel pollice retto incrociato di Hausverwaltungen e Besitzer, faccio un salto in quel di Halle, cittadina poco conosciuta ma che con me personalmente è sempre stata molto generosa.

Poiché la chiusura di bar e ristoranti implica la carenza di vespasiani, proviamo a vedere se si può accedere ad un edificio universitario per la bisogna, prima di rimetterci in cammino per il sud. Compare una signora che ci dà saggio della proverbiale ossi Freundlichkeit: “Ma non sapete leggere? Non si può entrare!“.

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A poco vale lo sventolio del mio probo documento che certifica il Termin mattutino: “Unmöglich” è il verdetto senz’appello della sconosciuta. Vescica mia fatti coraggio.

Il portinaio compare e cerca di sdrammatizzare, con un epico “Non prendetevela, in ‘sto periodo smattano un po’ tutti. Probabilmente la signora era confusa dalla tua barba, sembri… austriaco”. Il mio partner, A., effettivamente, non sembra uscito dalle pubblicità del Mulino Bianco, dove le chiome dei pargoli si confondono con quelle delle spighe di grano (o almeno così me le ricordo, queste pubblicità).

Avvezza ai commenti degli hallensi, presumo che il buon portinaio volesse dire “sembri… Ausländer/arabo/turco“. Ma si è corretto in zona Cesarini, dandomi a sperare che l’afflusso di siriani degli ultimi anni stia lentamente smontando pregiudizi poco fondati ma abbastanza diffusi (non me ne vogliano gli austriaci).

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La firma del contratto a questo giro avviene all’aperto, e non saranno il nevischio e il vento di un inverno sopraggiunto tardivamente a farci desistere. Del resto, non c’è stato verso di farselo inviare via posta, nemmeno in caso di pandemia si transige e mi si ribadisce che “il contratto è valido solo se Arbeitgeber e Arbeitnehmer se lo passano di mano in mano”. Guantate va bene uguale.

Si materializza finalmente Eike, con cui avevo intrattenuto un fitto scambio di email, e che mi ha ricordato l’infingarda natura di certi nomi crucchi. Basta una H, infatti, ed Eike si trasforma in una donna, Heike. Un mistero che non riuscirò mai a spiegarmi.

Reisepass photo

Firmo per dichiarare che non mi lascerò corrompere durante l’esercizio delle mie funzioni (di ricercatrice), anche se il Mitarbeiter di turno mi regala subito un penna. Omaggio del Coronavirus: ognuno riceve una penna intonsa per scrivere, e se la porta a casa con potenziale carica virale annessa.

Incrocio poi al volo un’amica che si tiene, chiaramente, dall’altra parte della strada. Nell’epoca pre-Corona, le mie alzate di sopracciglio o di mano erano sempre ritenute forme di saluto un po’ distaccate. Adesso, invece, sono parte del decalogo d’ogni cittadino gesetztreu.

Il rientro a Rotthalmünster procede senza intoppi. Solo la pelle delle mani, a furia di energiche detersioni, si risente dell’escursione. Penso all’identica espressione tedesca “die Hände in Unschuld waschen”, e a come “lavarsi le mani” in questo frangente voglia dire un po’ l’opposto di quel che fece Pilato.

Se questa pandemia sa un po’ di spartiacque fra quel che era e conoscevamo, per me segna in maniera sicuramente indelebile il secondo anno zero della mia teutonitudine.