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TEUTONICHE SCHEGGE: del maiale non si butta via niente…

di Miriam Franchina

Del maiale non si butta via niente. Ed è vero anche a livello di espressioni idiomatiche, almeno per il tedesco. Partiamo con un breve ritratto di famiglia. Conosciamo tutti das Schwein, e per una volta la scelta del neutro si lascia spiegare senza troppi grattacapi. Succede spesso con gli animali da fattoria, che ci sia un Überbegriff per indicare tutti gli animali di una stessa specie, e poi una pletora di termini specifici.

Das Schwein è il suino, che sia maschio, femmina, giovane, vecchio, con o senza tutti gli organi di dotazione. Possiamo dimenticarci dell’Eber, il verro patriarca che a livello linguistico è poco spendibile, così come del suo alter ego castrato (der Borg), ma anche dei pargoli, che sono i Ferkel. Molto più versatile risulta la scrofa/die Sau, che in coppia con lo Schwein, a livello di lingua fa la sua “porca figura”. Posta davanti ad un aggettivo, la scrofa funziona come un rafforzativo: saukalt, saudumm, ma anche saugut. Per un corrispettivo del “ma porco/a…” che apre le imprecazioni nostrane, in tedesco esuliamo dal mondo suino e aggiungiamo un “maledetto” (verdammt).


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Se qualcuno fa qualcosa descrivibile come “sotto ogni scrofa”, lo “tratteremo da scrofa”. Facciamo ordine fra tutte queste suine. Zur Sau machen (“trattare da scrofa”) significa criticare aspramente qualcuno e deriverebbe dall’usanza medievale di far indossare pubblicamente una maschera da suino a chi commetteva atti ingiuriosi. Unter alle Sau misura qualcosa di assolutamente negativo. Se si tratta di un comportamento, significa che si soprassa proprio ogni limite di decenza. Anche in tedesco, dunque, i suini sono sempre stati apprezzati sulla tavola, ma anche additati come animali poco onorevoli e associati alla vergogna e alla mancanza d’onore. L’unica differenza è che i tedeschi ricorrono spesso alla scrofa quando noi ci riferiamo al “porco”. Per esempio, con un’espressione che risale alla Bibbia, in italiano ci si lamenta di “dar le perle ai porci”, mentre in tedesco le gettano alle scrofe (Perlen vor die Säue werfen). Poi, anche dar dello Schwein a qualcuno senza scomodare la scrofa, è tutto fuorché un complimento.

La Sau se la passa solo un pelo meglio nell’espressione die Sau rauslassen (“lasciar libera la scrofa”, ne parliamo anche qui), quando cioè si ascolta la natura sanguigna sopita in noi e la si lascia esprimere senza freni. Ci sono varie piste per l’etimologia di questa espressione, tutte che riconducono al momento in cui le scrofe uscivano dalla stalla, finalmente libere di grufolare a piacimento. O perché studenti brilli sulla via di casa si divertivano ad aprir le porte delle stalle per beffare i contadini, o perché le scrofe venivano sganciate per strada come antenate dei servizi di gestione spazzatura, lasciando che si fiondassero fameliche su qualunque rifiuto trovavano. Del resto, a tutt’oggi si commenta che “un buon maiale si mangia tutto” (ein gutes Schwein frisst alles) per indicare chi non si fa problemi e non è schizzinoso, chi è di bocca buona, insomma, e non solo a tavola.

La nemesi della scrofa cui è concessa l’ora d’aria, è l’innerer Schweinehund, espressione che indica la zavorra psicologica che ci tiene inchiodati a brutte abitudini e ci impedisce di fare ciò che razionalmente sappiamo s’avrebbe da fare.

Non si tratta di una bestia mitologica, ma del cane che era un tempo specializzato alla caccia ai cinghiali (Wildschweine), il cui compito era quello di inseguire la preda fino a sfiancarla e prenderla per sfinimento. Quando ascoltiamo la scrofa in noi, dunque, diamo sfogo ad ataviche pulsioni. Se invece lasciamo sia il cane da cinghiale a guidarci, la diamo vinta alla parte di noi che sospira e si scofana patatine invece di andar a far jogging, per esempio.

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Cogito Innerer Schweinehund Bonn. Norbert Schnitzler, CC BY-SA 3.0 <http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/>, via Wikimedia Commons

Passando allo Schwein. Se lo si ha, si è fortunati: Schwein haben equivale al nostro “aver culo”. Vuoi perché si usava un maiale come premio di consolazione per gli ultimi arrivati (che dunque non se lo erano meritato), vuoi perché, in caso di disastri naturali, per chi riusciva a portarsi dietro un maiale, pur dovendo evacuar casa, il suino rappresentava la sicurezza di una pancia piena, almeno per un po’.

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Abubiju, Public domain, via Wikimedia Commons

Il significato è rimasto nella parola tedesca per “salvadanaio”, che è uno Sparschwein. Se da grandi si continuano a metter da parte monetine, si diventa volpi del risparmio” (Sparfüchse), cioè si usa ogni astuzia per spendere il meno possibile, quasi da risultare spilorci.

Un “povero diavolo” è un povero maiale (ein armes Schwein). Mentre quando noi vediamo “gli asini volare” per esprimere incredulità, i germanofoni “sentono il maiale fischiare” (mein Schwein pfeift). In tedesco, i maiali squadrano anche i meccanismi di un orologio senza “cavarne un ragno dal buco” (wie ein Schwein ins Uhrwerk schauen).

L’atavico destino dei suini come pietanze si evince dalla traduzione di “lasciare le cose fatte a metá”, che diventa “lasciar il coltello ancora nel maiale” (das Messer im Schwein stecken lassen). Quando poi qualcuno si prende un po’ troppa confidenza, gli ricordiamo che “non abbiamo portato i maiali al pascolo insieme” e quindi preferiremmo rimettere un po’ di sana distanza fra noi (wir haben noch nicht zusammen Schweine gehütet). C’è da chiedersi se l’espressione è destinata all’estinzione visto che i maiali odierni tendono a venir foraggiati a mangimi, o forse saranno prodotti in laboratorio.

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Wollmilchsau. Georg Mittenecker, CC BY-SA 2.5 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5>, via Wikimedia Commons

Spero, però, che brillerà di imperitura gloria la “scrofa che produce uova, latte e lana” (eierlegende Wollmilchsau). È un tetris lessicale che in tedesco consta di solo un aggettivo (“eierlegend” = che depone uova) e un solo sostantivo (“Wollmilchsau”= lana-latte-scrofa). E in questa semplicità si esprime una specie di Santo Graal, un Volltreffer (“un bel colpo”), qualcosa che ahimè è solo una chimera, ma soddisfa tutte le esigenze e i desideri. Non manca di efficacia l’equivalente italiano, “aver la botte piena e la moglie ubriaca”. Senz’addentrarsi nei presupposti paternalistici dell’avere una moglie ubriaca, basterebbe chiedersi cosa succederebbe a volger il modo di dire al maschile, cioè ad avere “la botte piena e il marito ubriaco”.

Sembra più accettabile una scrofa incrociata con una gallina, una pecora e una mucca, eventualmente un ibrido che si intravede oltre le frontiere della ricerca scientifica. Potrebbe accontentare quasi tutti (se allevata in modo sostenibile). La vera sfida sarebbe una traduzione vegan-friendly. Un tofu a km zero con tanto sapore e ricco di vitamina B12? Ai posteri l’ardua sentenza. Ma, forse, questa sfida non interessa a nessuno (es interessiert keine Sau).

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