Quando i nazisti rubarono i preservativi – la storia di Julius Fromm

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Come ci si difendeva dalle malattie a trasmissione sessuale, prima dell’invenzione dei preservativi? Per secoli, gli esseri umani hanno cercato soluzioni creative a un problema senza tempo: godere delle gioie del sesso senza conseguenze indesiderate, ovvero evitando gravidanze e malattie a trasmissione sessuale. Oggi i preservativi sono facilmente accessibili, economici e ampiamente distribuiti, in diverse varietà, ma, fino all’inizio del XX secolo, l’intera faccenda era assai più complicata. Per moltissimo tempo, per esempio, si sono utilizzate guaine naturali, come intestini di pecora o vesciche di pesce. Al di là della sgradevolezza dei materiali, spesso questi strumenti dovevano essere cuciti, per poter compiere la loro funzione, e le cuciture, ovviamente, erano sgradevoli durante l’uso e soggette a frequenti rotture. A Rivoluzionare le cose fu Julius Fromm.

Le origini della fabbrica di preservativi di Julius Fromm

Era il 1914, quando Israel Fromm, il cui nome era stato germanizzato in “Julius” all’età di 10 anni, sconvolse il mercato introducendo il primo preservativo industriale, prodotto artificialmente, con gomma vulcanizzata e poi lubrificata. I “Gummis” (come ancora oggi si chiamano, colloquialmente, i preservativi in tedesco) erano facili da utilizzare, comodi e privi di cuciture, molto più sicuri dei loro antenati “artigianali”. Sull’insegna del negozio berlinese di Bötzow, nell’attuale Käthe-Niederkirchner-Straße, non poteva esserci scritto esattamente cosa Fromm vendesse. Il proprietario scelse l’educata perifrasi di “negozio di produzione e vendita di articoli di profumeria e gomma”. Il che era parzialmente vero, dal momento che Fromm produceva anche guanti in gomma – i quali però, si suppone, avrebbero potuto essere menzionati senza destare scandalo.

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Fromm era il figlio geniale di una famiglia di immigrati ebrei polacchi. Gli studi di chimica li aveva completati frequentando i corsi serali, per apprendere le basi della lavorazione della gomma. A questa perseveranza, Julius Fromm aggiunse un talento imprenditoriale fuori dal comune: aveva infatti capito che il mercato dei contraccettivi sarebbe esploso di lì a poco. E in effetti non poteva che essere così: da un lato, la Germania era già in guerra dal 2014 e, come sempre avveniva in questi contesti, la concentrazione di soldati implicava immediatamente un’impennata del mercato del sesso. Inoltre, a lungo termine, con l’avvento della Repubblica di Weimar, i rapporti al di fuori del matrimonio divennero sempre più frequenti anche al di fuori dell’esercizio della prostituzione, man mano che i costumi sessuali si rilassavano.

Entrambe queste circostanze, come sempre, portarono con sé l’allarme derivato dal diffondersi della sifilide. Per tutelare la salute delle truppe, durante la guerra, il comando dell’esercito aveva fatto aprire dei “bordelli ufficiali” controllati e dedicati specificamente ai militari. Chiunque li frequentasse riceveva un preservativo, il cui uso era obbligatorio. Quando i soldati si resero conto, tuttavia, che i preservativi, oltre a proteggere dalla sifilide, impedivano anche le gravidanze, molti decisero di introdurne l’uso anche nella propria vita da civili.

In questo modo, le famiglie potevano controllare il numero di figli che desideravano avere e gli amori clandestini potevano svolgersi nel segreto, senza il rischio che una gravidanza indesiderata li facesse venire alla luce.

Tabù e Ostacoli

Naturalmente, l’idea di un’improvvisa libertà sessuale senza conseguenze non piacque né alla chiesa né allo Stato, nella Germania fra le due guerre. Il calo delle nascite e l’idea che, improvvisamente, non solo le prostitute, ma anche tutto il resto della popolazione potesse indulgere nei piaceri della carne senza conseguenze costituiva un tabù. Per questo motivo, Fromm fu costretto a promuovere i suoi “Fromms” – come erano conosciuti i preservativi – solo come strumento di prevenzione delle malattie, ma assolutamente non come contraccettivo. Per non mettere in imbarazzo i clienti, Fromm aggiunse ai suoi prodotti un foglietto che poteva essere conservato e utilizzato per il successivo acquisto: bastava passarlo senza parlare al farmacista. Sul foglietto c’era scritto “Per favore, mi passi discretamente una confezione da tre di Fromm Gummis

Nonostante queste restrizioni, l’impresa di Fromm divenne così popolare che il nome “Fromms” diventò sinonimo di preservativo, tanto che lo si ritrova persino in alcune canzoni allusive che si cantavano nei cabaret degli anni ’20.
Entro il 1922, la richiesta era tanta da rendere insufficiente la produzione della prima fabbrica di Bötzowviertel e rendendo necessaria la costruzione di un nuovo stabilimento a Friedrichshagen. Dopo sei anni, anche questa fabbrica raggiunse i limiti di capacità produttiva. Per allora, la Fromms Act aveva uffici in 15 città tedesche ed era rappresentata anche ad Anversa, Auckland, Budapest, Czernowitz, L’Aia, Katowice, Costantinopoli (oggi Istanbul), Londra, Reykjavik, Riga e Zurigo. Fu costruito un nuovo stabilimento a Köpenick, su progetto degli importanti architetti ebrei Arthur Korn e Siegfried Weitzmann.

Fromm era un imprenditore di enorme successo, celebrato dalla stampa locale come un esempio per l’intera industria tedesca. Cosa poteva andare storto?

Il nazismo

La famiglia Fromm non era politicamente attiva. Dopo l’emigrazione, tutti i membri della famiglia avevano germanizzato i propri nomi, secondo un costume diffuso, ma in una prima fase, come molti altri, Fromm non prestò grande attenzione al nuovo movimento politico, che faceva dell’antisemitismo una parte così importante della propria retorica. Il primo membro della famiglia Fromm a finire nei guai con i nazisti fu il figlio di Julius, Max, che finì in una lista nera della SA, per essersi esibito nel “Kabarett der Komiker”, un teatro satirico ebraico che prendeva di mira il nascente movimento nazionalsocialista. Per allora, il padre Julius era ancora abbastanza potente da far espatriare il figlio con relativamente poche difficoltà. Dopo tutto, era sempre stato contrario alla carriera artistica di Max. Il ragazzo fu mandato a Parigi nel 1933.

Nello stesso anno, Julius Fromm rischiò di perdere la cittadinanza tedesca, che aveva acquisito appena 13 anni prima. Dalla sua villa a Schlachtensee, si difese dal tentativo di revoca del suo status di cittadino e al rischio di finire in esilio con una dichiarazione che parlava della sua “natura e diligenza tedesche” e sottolineava come il suo successo economico lo avesse reso un importante contribuente. A difenderlo intervennero anche altri importanti industriali tedeschi, con una campagna a suo favore. Anche il dipartimento del partito nazista deputato alla gestione delle fabbriche, inizialmente, non era incline a far espatriare un imprenditore di così grande successo, che dava lavoro a così tanti cittadini tedeschi. Anche quando due dei suoi direttori di fabbrica, membri del partito, appesero nella mensa dello stabilimento una bandiera con la svastica e un ritratto di Hitler, Fromm pensò di essere al sicuro. I due dipendenti gli dicevano che lui era “l’eccezione”, che non era come gli altri ebrei. Nel frattempo, per cercare di proteggersi, Fromm iniziò a inserire sempre più spesso l’aggettivo “tedesco” nella pubblicità dei suoi prodotti.

Per grande che fosse il suo successo imprenditoriale, però, nessun ebreo poteva continuare a vivere e lavorare disinvoltamente nella Germania di quegli anni, specialmente quando il regime nazista scoprì i vantaggi della “arianizzazione” delle imprese – ovvero di un esproprio che permetteva di passare, con costi ridicoli, le aziende possedute dagli imprenditori ebrei sotto il controllo di persone vicine al regime.

Che le cose erano davvero cambiate, Fromm lo capì nel 36, quando il giornale antisemita “Der Stürmer” pubblicò un articolo contro la sua azienda in quanto “azienda ebraica”. Provò a vendere, sperando di ricavare abbastanza da andarsene dal Paese con un certo comfort, ma non gli fu permesso di gestire il processo di vendita. Nel frattempo, infatti, il Ministero dell’Economia del Reich aveva assunto il diritto di decidere della vendita delle aziende ebraiche. L’azienda fu venduta nel 1938, molto sotto costo, alla baronessa Elisabeth Edle von Epenstein-Mauternburg, madrina del Maresciallo Hermann Göring, che ricompensò il proprio figlioccio per il favore regalandogli, in cambio delle fabbriche di preservativi, due castelli.

Foto: OTFW, Berlin, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Fromm smise del tutto di cercare di difendere le sue proprietà e riuscì a scappare con la famiglia a Londra. Nel frattempo, il regime si appropriava anche di tutte le altre sue proprietà. Secondo i calcoli degli storici Götz Aly e Michael Sontheimer, autori della biografia “Fromms: Wie der jüdische Kondomfabrikant Julius F. unter die deutschen Räuber fiel” (“Fromms: Come il produttore ebreo di preservativi Julius F. cadde sotto i rapinatori tedeschi”), dalla quale sono tratte la maggior parte delle informazioni per questo articolo, il Reich espropriò alla famiglia Fromm un patrimonio che oggi equivarrebbe a 30 milioni di Euro.

Il dopoguerra

Julius Fromm morì d’infarto a Londra il 12 maggio del 1945. I suoi familiari sostengono che l’emozione e la gioia per la notizia della caduta di Hitler furono talmente forti da risultare insopportabili.

Dopo la guerra, i Fromm faticarono a ottenere giustizia in Germania. La fabbrica di preservativi di Köpenick era stata distrutta, ma quella di Friedrichshagen era ancora in piedi e riprese a funzionare poche settimane dopo la guerra, per volontà dell’autorità sovietica che governava quella parte della città. La nuova Germania sotto il controllo dell’est, tuttavia, non aveva alcuna intenzione di restituire il maltolto alla famiglia dell’imprenditore. “Benché ebreo”, si legge nella risoluzione del 1948 che trasferisce la proprietà della fabbrica allo Stato, “J. Fromm apparteneva al tipo di sfruttatore capitalista che utilizzava tutti i mezzi e i metodi disponibili nel modo più spregiudicato per assicurarsi spietatamente le sue opportunità di profitto”. L’esproprio fu finalizzato da una “legge sulla confisca dei beni dei criminali di guerra e dei militanti nazisti”, che fu applicata, ironicamente, anche all’azienda di Julius Fromm.


Eva Braun

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L’azienda Fromm, però, aveva fabbriche anche a ovest. Gli eredi di Julius cercarono quindi di riappropriarsi almeno del marchio “Fromms Act”, che ormai era universalmente associato, in Germania, alla vendita dei preservativi. La proprietà di quest’ultimo era passata, nel frattempo, agli eredi della ormai defunta baronessa von Epenstein, che fecero di tutto per difendere la presunta legittimità di una vendita che era stata a tutti gli effetti forzata. Alla fine, le famiglie giunsero a un accordo extragiudiziale, che vide la cessione dei diritti del marchio alla famiglia fromm per poco meno di 175.000 marchi tedeschi. Nel dopoguerra, gli eredi di Fromm conclusero un accordo di licenza con la “Hanseatische Gummiwerk” di Zeven, in Bassa Sassonia, dove i preservativi vengono prodotti ancora oggi con il marchio “Fromms”.

Preservativi Julius Fromm Stolperstein
Foto: OTFW, Berlin, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Oggi, a Julius Fromm è dedicata una Stolperstein, una pietra di inciampo, in Friedrichshagener Straße 38.

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