“Stranizza d’Amuri: la memoria è importante. Non dobbiamo dimenticare”. Intervista a Giuseppe Fiorello

Giuseppe Fiorello
Giuseppe Fiorello. Foto © Maddalena Petrosino

Stranizza d’amuri“, esordio alla regia di Giuseppe Fiorello, è un film delicato. Dopo averlo visto, questo è l’aggettivo che più di tutti ho continuato a usare, mentalmente, per descriverlo. La storia del delitto di Giarre, alla quale il film è liberamente ispirato, è tutt’altro che delicata, anzi, è brutale nel modo in cui l’amore di Giorgio Agatino Giammona e Antonio “Toni” Galatola è stato stritolato dai pregiudizi della società nella quale si sono trovati a vivere. Eppure, il film di Giuseppe Fiorello entra in questa storia tremenda in punta di piedi, senza cedere mai al gusto della drammaticità facile, dello scandalo pruriginoso, del luogo comune sul sud d’Italia. “Stranizza d’Amuri” è un’elegia, che celebra l’amore senza banalizzarlo, che racconta la Sicilia con un’autenticità che chiunque sia cresciuto al sud può avvertire, riconoscendo il contrasto fra la franca cordialità e la ferocia contro ciò che non si conforma, fra la bellezza pigra e sublime dei paesaggi estivi e la violenza dei segreti.

Il film sarà presentato a Berlino venerdì 28 luglio, alle ore 21.15, presso il Freiluftkino Kreuzberg, in versione OmU (in italiano, con sottotitoli in tedesco). Saranno presenti il regista e i due attori protagonisti, Gabriele Pizzurro e Samuele Segreto. Qui potete acquistare i biglietti.

Ho intervistato Giuseppe Fiorello per parlare della sua prima esperienza da regista e di questa storia, di quello che significa e del senso della memoria e del racconto.

Cosa ti ha spinto a scegliere proprio il delitto di Giarre come tema per il tuo primo film da regista?

È stata una scelta dettata dalla curiosità di cercare di capire meglio che cosa era accaduto Una curiosità che è scattata molti anni fa, quando lessi un articolo di cronaca su un giornale italiano, che descriveva proprio il delitto con con estrema chiarezza e cura, pur non avendo in mano i dati sulla verità dei fatti. Mi colpì moltissimo. Proprio perché descriveva molto dettagliatamente il modo in cui erano stati trovati i due corpi dei due ragazzi. Ricordo ancora che l’articolo iniziava dicendo che fu un pastore a trovarli abbracciati, con le mani intrecciate, con una pistola al loro fianco e un bigliettino con su scritto “Ce ne andiamo, perché non sopportiamo più le ingiurie, i soprusi, le offese e le violenze intorno a noi. Quell’articolo colpì moltissimo la mia immaginazione, mi fece immaginare lo stato di abbandono di questi ragazzi . Mi emozionò e mi commosse tantissimo immaginare questi due giovani da soli, in una periferia del loro paese, ritrovati dopo settimane. E da quel momento mi sentii pronto a raccontare quella storia, anche se l’ho fatto solo molti anni dopo.

Locandina di “Stranizza d’amuri”, di Giuseppe Fiorello

Che cosa ti ha fatto decidere che era arrivato il momento giusto per raccontarla?

Tutti gli anni trascorsi da quel primo giorno in cui lessi l’articolo, su cui avevo lasciato il cuore e che continuavo a leggere e rileggere. Poi la “bolla” pandemica ha fatto il suo. Diciamo che quegli anni sono stati un periodo in cui abbiamo avuto il tempo tragicamente disponibile per riflettere. E in quel periodo io tirai fuori di nuovo l’articolo e tutta una serie di appunti che avevo preso, con idee di soggetti. Iniziai a scrivere e riscrivere insieme agli sceneggiatori. Mi spinse il fatto che avevo fatto una promessa a me stesso e a quei due ragazzi, la promessa di raccontare quella storia. E poi, io sono sempre stato un appassionato di storie che hanno a che fare con il nostro Paese, che rappresentano la volontà di dire qualcosa attraverso la cinematografia, qualcosa che magari conoscono in pochi. Penso che il nostro mestiere sia utile quando racconta storie che si conoscono poco o per nulla

Che tipo di impatto ha avuto quella storia, secondo te, sulla società siciliana, sulla società italiana in generale? Dopo il delitto di Giarre, in Italia c’è stata quasi una rivoluzione nel modo in cui venivano considerate le persone omosessuali.

In effetti è stato proprio così. Loro malgrado, i protagonisti di questa storia hanno portato alla nascita del movimento per i diritti degli omosessuali, per i diritti civili. Arcigay nacque proprio in Sicilia, circa un mese dopo il ritrovamento dei corpi di Toni e di Giorgio. E questo è un altro fatto che mi aveva colpito. La Sicilia è sempre stata raccontata come una terra di mafia, di stereotipi, di patriarcato. Ho pensato che potesse essere l’occasione buona, per dire che la mia terra contribuito alla nascita del movimento per i diritti degli omosessuali. Questo è un dato importante. Certo, avrei preferito di gran lunga che non nascesse sull’onda della morte di quei giovani. Però purtroppo è andata così ed è a quei due ragazzi dobbiamo tutto questo. La memoria è importante, non dobbiamo mai dimenticare.

A proposito della storia e delle identità e differenze che si riscontrano nella trama del film. Nella realtà, fu accusato dell’omicidio il nipote tredicenne di Toni Galatola, considerato però non imputabile per via dell’età. Tu hai fatto la scelta, molto delicata, di omettere questo particolare, rendendo il nipote di Nino più giovane e non introducendo minimamente questo dettaglio. Cosa ha motivato questa decisione?

In realtà la scelta è stata dovuta al fatto che non stavo facendo un film di genere investigativo, concentrato sulle indagini per scoprire l’assassino. Quindi ho preferito la poetica della mia immaginazione e ho cambiato diversi dettagli. Il film, infatti, è descritto come “liberamente ispirato” a un fatto di cronaca. E quindi ho virato su alcune mie idee, sull’immaginare un’estate siciliana in cui nasce una storia tra due ragazzi, diventa un’amicizia profonda e poi un amore meraviglioso. Si è trattato di una scelta puramente narrativa. Così come lo è stata la scelta di spostare la storia di due anni, dall’80 all’82, perché mi incuriosiva l’idea di sbilanciare la drammaturgia e creare due poli opposti che in qualche misurasi attraggono. Mentre, da una parte, l’Italia vince i Mondiali tutti festeggiano, dall’altra ci sono due ragazzi che vengono accerchiati dall’odio e dall’ignoranza, solo perché si sono innamorati. Questi due elementi hanno generato uno sbilanciamento drammaturgico.

C’è una scena che io ho trovato davvero particolarmente commovente ed emozionante: quella in cui Nino, messo alle strette dai suoi familiari, rinnega il suo amore Gianni. Da un lato capisco perfettamente che, nella realtà, in quel periodo storico, sarebbe andata esattamente così. Dall’altro mi è sembrato un richiamo quasi evangelico. Come è nata quella scena?

L’ho concepita come una via di fuga del ragazzo, che non non avrebbe potuto mai confessare una cosa del genere in quella situazione, quel contesto, in quegli anni, con quel tipo di famiglia, a quei due familiari. Bisogna pensare che quella situazione è generata dal mero sospetto, da un “si dice che”. Nella scena, lui sa benissimo che, se confessasse, non uscirebbe più da lì. Per questo abbiamo cercato, nella scrittura, di trovare una via di fuga per questo ragazzo. E la via di fuga che abbiamo trovato è stata proprio questa questa messinscena, questa questa idea di fargli recitare un ruolo che non è il suo, di fargli dire questa dolorosissima bugia per poter liberarsi da quel momento e uscire da quella situazione. E dopo, infatti lui prende il volo.

stranizza d'amuri
Frame da “Stranizza d’amuri”, di Giuseppe Fiorello

Hai scelto come titolo quello di un brano meraviglioso di Franco Battiato. Che collegamento ha, per te, questo brano con la storia?

Il brano ha prima di tutto un collegamento personale con la mia vita perché è un brano che ascolto da sempre, da quando ero ragazzino e che è sempre piaciuto a noi siciliani. Ma è anche una canzone universale, perché racconta di un amore impossibile, in quanto si consuma durante la guerra. Due persone che si amano mentre c’è una guerra vanno incontro a un amore impossibile, un amore difficile e rischioso. E mi sembrava, non solo metaforicamente, la perfezione assoluta, il coronamento del film, tanto da sceglierla come titolo. Io Franco Battiato l’ho conosciuto una sola volta in vita mia, molti anni fa e ho anche voluto omaggiare quel nostro unico incontro, nonché un grande artista italiano molto amato. Per altro, mi risulta che sia particolarmente amato proprio in Germania. Mi sembrava davvero la giusta occasione per omaggiarlo e ricordarlo, per non dimenticare le sue meravigliosi poesie. La stessa cosa ha fatto per un altro artista che, come Gianni, è stato profondamente discriminato per la sua omosessualità. E così, un po’ in sordina, l’ho voluto ricordare. Parlo della scena in cui Gianni balla il pezzo “Il mio mondo” di Umberto Bindi, con la mamma.

Forse questa è la prima volta che lo dico: quella canzone l’ho inserita per Bindi, per tutto quello che ha sopportato in tutti quegli anni e anche perché la canzone mi sembrava perfetta. Sono abbastanza convinto, anche se non ne sono certo, che quel pezzo sia stato scritto proprio per sua madre.

Parliamo del Giuseppe Fiorello regista, visto che questo primo film è partito con ottime critiche e successi anche a livello internazionale, per esempio con la rassegna Open Roads di Cinecittà, a New York. Hai già tirato le somme, dopo questa prima esperienza? Che cosa ti piace e che cosa invece ti piace meno del lavoro del, regista rispetto alla tua esperienza di attore? E in che modo cambia la tua necessità espressiva a seconda che ti trovi davanti o dietro la macchina da presa?

È un lavoro davvero completo e complesso. Mi piace tutto, mi piace veramente tutto. Mi piacciono soprattutto i problemi da risolvere ogni giorno. Per chi non fa il nostro mestiere, è facile immaginare che la regia sta soprattutto in quello che vediamo, in una bella scena o in una direzione gli attori, nella fotografia, nella scelta di inquadratura. E questo c’è, però la regia consiste soprattutto in quello che non si vede, nella risoluzione di problemi e imprevisti, per decine di scene al giorno. Ad esempio, questo film ha subito parecchie settimane di una meteorologia devastante, che ci è venuta contro nel 2021. Qui in Sicilia c’era stato una sorta di uragano del Mediterraneo, che imperversava proprio nelle coste orientali della Sicilia, a Siracusa, Noto, Pachino, Marzamemi, dove noi giravamo il film. Ogni giorno c’era un problema da risolvere, perché il film è ambientato in estate, ma ogni giorno c’erano pioggia, venti, uragani. E allora un giorno cambi programma, al secondo giorno giri degli interni. Poi, quando non è più possibile ricorrere a queste soluzioni, allora lì subentra l’arte. E allora il problema va risolto con un cambio di idea, con un cambio artistico. E quella parte mi piaceva moltissimo, non mi ha mai creato panico, anzi mi entusiasmava tantissimo fare di un problema un’opportunità. Ecco, questa parte della regia mi è piaciuta veramente tanto.

E poi, da attore mi è piaciuto molto scoprirmi direttore degli attori. Essendo stato dall’altra parte, ho potuto fare un percorso formativo. Perché tutto questo è anche stato un bellissimo percorso formativo, nonostante io non sia un “giovane” regista debuttante. Però mi ha fatto rinascere, mi ha rinfrescato e ringiovanito l’animo, lo sguardo, mi ha fatto conoscere davvero un un’angolazione che credevo di conoscere, ma mi ha fatto anche capire molte cose del mestiere d’attore.

Insomma, lo farei altre 100.000 volte e probabilmente lo rifarò. Ma tutto dipende da una sola cosa: l’importante è trovare qualcosa da dire. Perché io non ho fatto questo film per fare regista. Non sono partito dicendo “voglio fare il regista” e poi andando alla ricerca di una storia per farlo. L’urgenza primaria è stata la storia. Sono stati Toni e Giorgio e l’urgenza di non dimenticarli

Potrei anche non farne altri. Ma, come dicevo, mi sono appassionato a questo mestiere. Avevo già altre storie da raccontare, probabilmente le recupererò, sento che posso ancora raccontare qualcosa.

Che cosa apprezzi e che cosa invece non ti piace del cinema italiano in questo momento?

Del cinema italiano di oggi apprezzo tutto. Apprezzo il fatto che stia tornando la voglia, il desiderio e l’urgenza di raccontare storie corpose. Adesso mi sembra che ci sia anche addirittura una prevalenza di storie che anche portano con sé storie di impegno civile. Fatti storici, personaggi importanti della storia, del passato o del presente. E quindi si sta riprendendo quel genere che era tipico del cinema italiano, cioè il cinema che potremmo chiamare “impegnato”. Per molti anni, invece, avevamo lasciato spazio quasi solo ed esclusivamente alla commedia, che a me piace moltissimo, però sono felice di quello che ho visto in questi ultimi anni, perché trovo che stiano tornando in auge i film di genere, il cinema un po’ più impegnato, di qualità. Stiamo sfornando film che si stanno facendo notare nei festival internazionali e di questo sono molto orgoglioso, quindi sono molto, molto positivo sul cinema italiano. Lo sono, in realtà, da molti anni. Sono positivo anche sul tema delle sale. Io sono in giro dal 22 di marzo e non ho visto una sala vuota, ma non solo con mio film, ma anche con altri film. E quindi che cosa c’è dietro alla notizia secondo cui “il cinema è in crisi”? Secondo me, molto spesso, è una falsa notizia, forse una strategia di mercato. Forse c’è una qualcuno che vorrebbe far pensare allo spettatore medio che il cinema non funziona più. Io sono qui per dire che invece sta accadendo l’esatto contrario. Le sale sono piene, i ragazzi amano il cinema. Arrivo dal Giffoni Film Festival, che è l’espressione massima della cultura cinematografica per ragazzi. E ho visto che ci sono 700 ragazzi al giorno che guardano film importanti. Quindi io sono dell’idea che il cinema non sia in crisi. Il cinema è sano e vivo, le sale sono piene. E di questo sono molto orgoglioso e sono orgoglioso di aver contribuito in questa ultima stagione a far sì che questa onda positiva del cinema ariano abbia conosciuto un’altra impennata stagionale.

 

Pensi che ci sia stato qualche regista che in particolare ha avuto un influsso sul tuo linguaggio espressivo o sulla tua idea di regia?

Nessuno in particolare e tutto il cinema italiano di una certa epoca, che mi ha conquistato. E se faccio dei grandi nomi non è perché mi sia ispirato a loro o perché nel film ci sia qualcosa delle loro opere, non so se mi hanno influenzato. Di sicuro io ho trovato ispirazione per fare questo film soprattutto dalla storia, tantissimo dai luoghi, dalla mia vita personale, da tutto ciò che ho vissuto e ho visto nella vita, dalla Sicilia e dalla mia immaginazione. Comunque sono da sempre un amante del cinema italiano, quello meraviglioso de “L’Avventura” di Antonioni, girato peraltro a Noto. O del cinema di Pasolini: “Accattone”, “Mamma Roma”: quel mondo, quel cinema mi ha sempre scaldato il cuore. Non so se involontariamente io sono stato condizionato, ma di sicuro ho molto amato quel cinema.

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