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Possiamo essere Eroi? Un italiano visita la Berlino di David Bowie

di Marco Olivotto

Getto l’ultimo sguardo al palazzo e mi dirigo a passo lento verso Potsdamer Platz. Tre volte a Berlino, tre volte lo stesso pellegrinaggio: Köthenerstraße 38, l’edificio apparentemente più fuori luogo di tutta la via.

La scritta “Meistersaal” mi squadra severa da sopra le sei colonne che ricordano un tempio ateniese. Sotto, a sorreggere tutto, una suggestione d’Italia: “Osteria Caruso”. Una vecchia foto rivela che un tempo il nome dell’Osteria era “Café am Potsdamer Platz”. La piazza è in effetti poco distante.

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Potsdamer Platz

La Meistersaal è da più di un secolo una sala da concerto dotata di un’acustica straordinaria, che l’ha portata a diventare parte integrante di uno degli studi di registrazione più importanti della storia. Rimasta a lungo isolata in mezzo alle macerie, è circondata oggi da palazzi moderni che evocano l’essenzialità di Walter Gropius, ma sono in realtà di matrice italiana.

Chi si occupa di musica, come me, non conosce questo luogo come “Meistersaal” ma come “Hansa”. Meglio ancora, “Hansa by the Wall”. The Wall, il Muro, die Mauer, chiudeva di fatto Köthenerstraße all’incrocio con Stresemannstraße. Gli Hansa Studios si trovavano a Berlino Ovest per un centinaio di metri o poco più. Dalle finestre, la barriera che divideva il mondo in due era ben visibile. Oltre, c’era Ost-Berlin.

Nel 1977, David Bowie scrisse il suo brano più immortale proprio agli Hansa Tonstudio. Lo chiamò “Heroes”, un titolo semplice e inequivocabile. Si narra che, rimasto da solo, stesse scrivendo il testo della canzone quando vide una coppia baciarsi proprio sotto il muro.

…io riesco a ricordare/che eravamo in piedi accanto al Muro /e i fucili /sparavano sopra le nostre teste /e noi ci baciavamo /come se non potesse accadere nulla/e la vergogna/era dall’altra parte…


Heroes

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Per la mia generazione fu un pugno nello stomaco. Vidi Bowie cantare questa canzone in TV nel 1977. Era Natale, e un mese dopo avrei compiuto tredici anni. Un sonnacchioso pomeriggio festivo, con la famiglia rilassata e il figlio maggiore in soggiorno, incollato allo schermo a fissare un alieno caduto sulla Terra da chissà dove. Lo sfondo nero, l’artista immobile in primo piano, tranne quando sembra strisciare contro un muro invisibile. Sapevo poco inglese all’epoca, ma conoscevo già il testo, che mi colpì ancora una volta come un macigno: “we can beat them/for ever and ever” “possiamo batterli/per sempre e per sempre”.

Di “Heroes” esiste una versione cantata in tedesco dallo stesso Bowie: s’intitola “Helden”. La promessa è chiara ed è allo stesso tempo è un monito, che nella lingua di Berlino suona ancora più netto: “…dann sind wir Helden /nur diesen Tag…”. Solo per un giorno. Solo per oggi, possiamo.

Quella promessa e quel monito sono indelebili. Berlino è moltissime cose, ma per me è soprattutto uno dei luoghi in cui posso camminare nelle impronte di uno dei geni della musica del XX secolo, nell’inutile tentativo di comprenderlo a fondo.

Anche il famoso civico 38 ricorda Bowie con una serie di fotografie che sfumano l’una nell’altra, mostrando i diversi volti di un uomo che non smise di mutare fino al giorno della sua morte. Nessun segno di U2, Depeche Mode, di altri artisti di enorme successo che pure registrarono qui i loro lavori. Bowie però c’è.

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La foto di David Bowie sulla parete della Meister Saal. Di Marco Olivotto

Anche l’album s’intitolava “Heroes”. Un disco coraggioso, che non concedeva nulla al commercio ma cercava di forzare il confine della musica pop, anche grazie alla presenza di eminenze grigie come Brian Eno e Robert Fripp.

È il secondo disco della cosiddetta “Trilogia berlinese” di Bowie, che tra il 1976 e il 1979 condusse un’esistenza al limite dell’anonimato in un appartamento al numero 155 di Hauptstraße, a Schöneberg, insieme all’amico Iggy Pop (potete leggere qui la storia della loro convivenza).

L’ingresso dell’appartamento berlinese di David Bowie. Foto di Laura Piantoni

“Low”, “Heroes” e “Lodger”, i tre album concepiti e in buona parte registrati a Berlino, sono la colonna sonora perfetta per immaginare oggi la città di quegli anni. Sono straniati e stranianti, dolorosi, talvolta tombali.

Ogni volta che incrocio una placca con la scritta “Berliner Mauer 1961-1989” e attraverso la linea che fu il Muro, risuonano nella mia testa i suoni glaciali di “Sense of Doubt” e “Neukölln” o il canto introspettivo e disperato di “Warszawa”. Non è un caso che molti di questi brani compongano la colonna sonora del film “Christiane F. – Wir Kinder vom Bahnhof Zoo” (1981): una pellicola in cui il Muro non si vede mai, se non nell’ombra che proietta sui giovani divisi dal resto del mondo.

La traccia che compare lungo il perimetro di quello che fu il confine tra Est e Ovest è un paradosso geometrico: è l’impronta bidimensionale dei blocchi di cemento armato che non emergono più dal suolo, tranne che in pochi luoghi. È come se quei blocchi fossero stati interrati, ma si rifiutassero di sparire.

Seguirla causa un disagio simile a quello che si prova perdendosi in mezzo ai monoliti del Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, tra Brandeburger Tor e Potsdamer Platz, o percorrendo i corridoi sghembi del Museo Ebraico. Si segue una linea obliqua tracciata da un Euclide impazzito, che ci ricorda quanto sia difficile procedere lungo un percorso rettilineo.

Foto di Laura Piantoni

Tutto iniziò con matasse di filo spinato, come quella visibile nella foto che ritrae Conrad Schumann intento a fuggire verso Berlino Ovest, all’incrocio tra Ruppinerstraße e Bernauerstraße, in quel Ferragosto del 1961.

Oggi i cecchini non puntano più i fuggitivi dalle torri di guardia, ma viene da chiedersi se ne siamo davvero usciti. Il poeta Salvo Lo Galbo ha sintetizzato questi anni pandemici in due versi abbaglianti, messi in musica da Marco Sonaglia nel brano “Primavera a Lesbo”: “…il virus che incorona/di fil spinato i popoli…”. Diversa la forma di isolamento, simile il risultato. A Berlino, questo taglia il respiro più che in altre città.

Scultura sulla striscia del Muro in Bernauer Straße (vicino a Ruppiner Straße) a Berlino-Mitte; commemora il soldato dell’NVA Conrad Schumann, che il 15 agosto 1961 (due giorni dopo la chiusura del confine) si lanciò dalla Ruppiner Straße meridionale attraverso un filo spinato verso Bernauer Straße (dal settore sovietico a quello francese). Jotquadrat, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Nonostante ciò, regna una pace che non sembra apparente. Sembra che in questa città nessuno corra o si affanni oltre il limite. Mai una coda degna di questo nome, un assembramento, il caos. Perfino la grande protesta intercettata all’altezza del Checkpoint Charlie a Friedrichstraße è ordinata: chiassosa ma sana, colorata. La polizia controlla con discrezione che non accada nulla di grave, ma mi sorride mentre passo.

Berlino ha subito l’inimmaginabile, senza però crollare sotto il peso della Storia e tantomeno sotto il proprio. Il contrasto è la sua costante e spesso raggiunge livelli paradossali. Può capitare di mescolarsi alla folla vociante che assedia l’Hotel Adlon Kempinski in attesa dei Rolling Stones, che vi alloggiano; poi, svoltando nell’adiacente Wilhelmstraße, ci si trova all’improvviso in una terra di nessuno dove il clamore è già svanito.

Berlino ha più volti di quanti ne avesse David Bowie, il cui spirito aleggia ancora in città. Per questo ogni volta sono andato a cercarlo, con “Heroes” che risuonava nella mia testa. Ogni volta ho provato un brivido e ho anche versato una lacrima silenziosa su quel desiderio: “…io, io vorrei che tu sapessi nuotare/come i delfini/come i delfini sanno nuotare…”.

Chissà. Forse proprio Berlino potrebbe essere il modello di una libertà interiore ritrovata: dai pregiudizi e dalle sovrastrutture che ci opprimono, innanzitutto. Una città, meglio ancora un luogo, in cui è possibile dialogare con se stessi, senza conflitti. Almeno per un giorno.


di Paolo Brasioli
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