Monaco, dieci anni di carcere a Jennifer W., la “sposa dell’Isis” che lasciò morire una bambina

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Dieci anni di carcere. Questa è la sentenza che ha ricevuto Jennifer W., la “sposa dell’Isis” tornata in Germania dopo che nel 2014 era fuggita in Iraq per unirsi a un combattente del sedicente Stato Islamico.

La donna, 30 anni, di Lohne, in Bassa Sassonia, è stata dichiarata colpevole di appartenenza a un’organizzazione terroristica all’estero, di favoreggiamento in tentato omicidio e di tentato crimine di guerra, così come di crimini contro l’umanità, nel caso specifico di una bambina schiavizzata e uccisa nell’estate del 2015. La piccola, che aveva cinque anni, era la figlia di una donna yazida, che Jennifer e suo marito tenevano in casa come schiava.


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La “sposa dell’Isis” e una bambina esposta a una fine orribile

La sfortunata bambina è morta sostanzialmente perché aveva bagnato il letto e per questo l’allora marito di Jennifer l’aveva legata alle sbarre della finestra, lasciandola a morire di sete in cortile, sotto il caldo implacabile di Falluja.

All’epoca Jennifer W. non aveva fatto nulla per impedire a suo marito di infliggere alla piccola la punizione che l’aveva portata alla morte. Il presidente della corte di appello di Monaco, Joachim Baier, ha dichiarato che l’accusata “avrebbe dovuto mettere in conto fin dall’inizio che la bambina, legata ed esposta al calore del sole, era in pericolo di vita”.

La corte ha aggiunto anche che Jennifer W., oltre a non aver aiutato la bambina, aveva anche minacciato di sparare alla madre, che piangeva disperata, se non avesse smesso di lamentarsi. Il capo di imputazione specifico che è stato riconosciuto, in relazione a questo episodio, è omicidio per omissione.

Jennifer W. attacca la magistratura: “Sentenza ingiusta”

Il pubblico ministero aveva chiesto l’ergastolo, mentre la difesa aveva chiesto due anni “per appartenenza all’organizzazione terroristica nota come Stato Islamico”. Jenifer W. si ritiene vittima di un’ingiustizia e ritiene di non meritare la sentenza che ha ricevuto.

Nella sua dichiarazione conclusiva ha infatti dichiarato: “La tanto citata frase ‘nel dubbio, dare all’accusato il beneficio del dubbio’ non è stata applicata, nel mio caso”. Jennifer W. ha inoltre aggiunto di essere stata condannata perché usata come un capro espiatorio per tutti i crimini commessi dall’Isis. Si è infine scusata e parlando del suo ex marito, attualmente sotto processo a Francoforte, ha ribadito di essere stata impotente di fronte alle azioni dell’uomo e di non aver potuto in nessun modo slegare la bambina.

Il tribunale: “Sapeva perfettamente a che organizzazione si stava unendo”

Dello stesso avviso non è stata la corte, che nelle motivazioni della sentenza ha scritto che l’imputata era “Perfettamente a conoscenza degli scopi e delle azioni anti-umane dell’Isis, quando è partita per l’Iraq per unirsi all’organizzazione”.

Il presidente Baier ha inoltre ribadito che Jennifer W. e suo marito hanno tenuto in casa come schiava la madre della bambina uccisa. La donna veniva picchiata quotidianamente e l’imputata incitava spesso il marito a farlo. Con la sua appartenenza all’Isis, inoltre, l’ex “sposa dell’Isis” è stata ritenuta responsabile di aver sostenuto la “distruzione della religione yazida” e la “schiavizzazione del popolo degli yazidi”.

sposa dell'Isis
Nadia Murad, donna yazida, ex ostaggio dell’Isis e premio Nobel per la pace. Bundesministerium für europäische und internationale Angelegenheiten, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons

La comunità yazida esulta: “Devono pagare tutti, per quello che ci hanno fatto”

Felice della sentenza è invece proprio la comunità yazida. Secondo l’organizzazione Yazda, infatti, il processo di Monaco è stato il primo al mondo ad accusare i membri dell’Isis di crimini contro la minoranza religiosa degli yazidi.

Nadia Murad, donna yazida ex ostaggio dell’Isis e premio Nobel per la pace, ha infine definito il processo, iniziato nel 2019, come un grande momento per tutti i sopravvissuti yazidi. “Ogni sopravvissuto con cui ho parlato sta aspettando una sola e unica cosa: che i colpevoli siano perseguiti e portati davanti alla giustizia per i loro atti contro gli yazidi, specialmente contro le donne e i bambini”.

(fonte, der Spiegel)

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