Vivere di musica in Germania è possibile? Intervista con I-Taki Maki

0
477
Vivere di musica

Vivere di musica. È possibile, quando non si appartiene ai grandi circuiti legati al mainstream? Questo è un discorso che riguarda moltissime band e musicisti, italiani e non. E parlando di contesti e senza ovviamente generalizzare, è più facile riuscirci in Germania e nello specifico a Berlino?

Lo abbiamo chiesto a I-Taki Maki, duo italiano alt-rock con venature slowcore e postpunk, composto da Mimmi & strAw. Il progetto ha preso vita nel 2012 e nel 2015 si è trasferito a Berlino, spostando la sua attività nel resto della Germania e in Europa, prima del Covid19.

Musicisti italiani che si trasferiscono a Berlino, le storie raccontate sono moltissime. Qual è la vostra?

strAw: La mia prima vera esperienza di musicista risale al lontano ’97, ho militato in diverse band per poi trovare una stabilità artistica proprio al fianco della mia compagna di vita. Mimmi ha iniziato per gioco, sedendosi un giorno alla batteria… poi ci ha preso gusto! Si è, in seguito, avvicinata al canto e, grazie a un lungo studio su noi stessi e alla ricerca di nuove sonorità da sperimentare, ci siamo plasmati a vicenda, portando queste evoluzioni a influire moltissimo sulle peculiarità del progetto.

Che tipo di musica proponete?

I-Taki Maki nascono con sonorità taglienti e pesanti tamburi ad accompagnare il mio cantato in italiano, ma col tempo ci siamo trasformati, complice anche il trasferimento a Berlino, e ora credo possiamo definirci un duo alternative rock imperniato su arrangiamenti minimalisti, sugli intrecci di voci e melodie, con una attenzione speciale ai crescendo delle dinamiche. La band nasce in Italia, nel 2012, ed è nella nostra patria che il progetto ha mosso i primi passi.

Va detto che in quel periodo siamo riusciti a dare parecchi concerti, complice anche il fatto che la scena musicale ciociara, da cui provengo, in quegli anni era tornata a essere particolarmente attiva, e questo ha incoraggiato me ed elettrizzato Mimmi, che si approcciava a una realtà a lei semi sconosciuta. Alcuni luoghi di incontro e sale concerto tra i più attivi sul territorio hanno rappresentato per diversi anni il nostro safe place, e quello di molti musicisti. Erano i luoghi dei concerti indimenticabili e delle nottate interminabili tra amici, quelle da tirare fino al mattino, a parlare di musica, film, libri, vita.

Foto di Klaus Wartz

Quali sono le principali difficoltà che avete riscontrato, come musicisti, in Italia?

Mimmi: Il periodo vissuto in Italia resterà indimenticabile, molto formativo per me. Mi piace pensarlo come una prima, imprescindibile fase della mia nuova vita, quella da musicista, ruolo in cui mi sono riconosciuta davvero solo dopo il trasferimento a Berlino.

C’è stato un primo periodo in cui mi sentivo più una fan di strAw che aveva avuto la fortuna di suonare con lui. Poi un secondo, in cui ho iniziato a sentirmi parte del progetto, e poi un terzo, in cui ho preso coscienza del fatto che I-Taki Maki erano Mimmi e strAw, così come il nucleo della nostra vita insieme era la perfetta fusione di Maria e Luca.

E Berlino ha avuto un ruolo in tutto questo?

Mimmi: Berlino ci ha “legittimati” come musicisti professionisti, percezione che in Italia non avevo mai avuto. Tuttavia, non ci siamo trasferiti con la certezza che saremmo riusciti a vivere di musica. Abbiamo lasciato l’Italia semplicemente perché non eravamo abbastanza felici e sentivamo il bisogno di sperimentare una realtà diversa e di confrontarci con un ambiente che non fosse familiare, per vedere se potevamo superare le difficoltà proprie di un habitat non protetto.

La scelta è ricaduta su Berlino proprio perché ci aspettavamo che fosse una fucina di artisti e un luogo in cui il nostro progetto avrebbe potuto germogliare. Dal punto di vista della crescita artistica e professionale, quindi, è andata meglio di come avevamo sperato.

Vivere di musica
Foto di Klaus Hessel

Arrivati in Germania, avete superato alcuni degli ostacoli che vi bloccavano in Italia?

strAw: Dato per scontato il discorso che faceva Mimmi poco fa sul sentirsi legittimati e riconosciuti nel ruolo e nella professione, uno dei fattori principali a rendere la Germania e la sua capitale il luogo giusto per chi voglia viaggiare con la propria musica in valigia, è la sua posizione, al centro dell’Europa. Lo stivale italiano non è proprio vantaggioso da questo punto di vista!

Nonostante in Italia fossimo muniti di automobile, mentre in Germania ci muoviamo in treno o in bus, da Berlino abbiamo raggiunto abbastanza agilmente diverse città un po’ in tutta la nazione, come ad esempio Lipsia, Dresda, Lubecca, Bochum, Dortmund, Colonia, Amburgo, Marburgo, ma anche in Europa, come Praga, Brno, Budapest, Amsterdam.
Il tutto a costo relativamente basso, importantissimo aspetto, visto che i costi di viaggio vanno a incidere sulle entrate, cioè vanno sottratti dal compenso che ci viene pagato per la gig. Inoltre, visto l’attuale andamento del mercato italiano, orientato al cantautorato e a generi musicali diversi dal nostro, non credo avremmo avuto le stesse opportunità che invece abbiamo avuto in Germania.

Photo di Gerald Zoerner, Studio Gezett

Vi sentite riconosciuti come professionisti in Germania? E se sì, perché?

strAw: Non mi è mai capitato, in Italia, di essere preso sul serio dal mio interlocutore quando, alla domanda “Che lavoro fai?”, ho risposto di essere un musicista. La reazione in genere è stata una faccia stralunata e una seconda domanda, del tipo “Ma di mestiere, cosa fai?”, a intendere che non si possano pagare le bollette facendo musica, a meno che tu non faccia parte del mainstream.

A parte il fatto di avere una Partita Iva come musicista qui in Germania, quello che ci fa sentire davvero riconosciuti è la naturalezza con cui alla medesima domanda, l’espressione dell’interlocutore si riempie immediatamente di una curiosità e un interesse che subito portano a una serie successiva di domande, sul genere di musica, sul nome della band, sulla formazione etc.. Insomma, in Italia mi guardavano con perplessità, qui mi chiedono la business card.

Pensate che sia più facile, in Germania, vivere di musica?

Mimmi: Domanda difficile, perché il rischio di generalizzare sulla base di pochi dati basati sull’esperienza personale è altissimo. Tenterò di rispondere senza cadere nella trappola e quindi è doveroso premettere che la risposta si riferisce solo a quanto accaduto a noi due, senza generalizzazioni, ma in assoluta sincerità: per me e strAw sarebbe stato impossibile vivere di musica in Italia, mentre lo è stato, fino alla pandemia, qui in Germania.

Potrebbe dipendere da infinite variabili, alcune più tangibili, altre imponderabili, ma ciò non toglie che sia così. Certo, il nostro stile di vita è abbastanza ascetico, e questo comporta che non abbiamo bisogno di molto denaro. Ma si tratta di una scelta, che non credo sia causa né conseguenza dell’instabilità che caratterizza (non solo in tempi di pandemia) il tipo di percorso su cui ci siamo avventurati quando abbiamo deciso di fare della musica il nostro lavoro.

Ci sono degli aspetti del sistema tedesco che invece vi sentite di criticare, come artisti?

strAw: Non direi. Nella nostra esperienza non ci sono stati eventi che si possano far risalire a falle nel sistema. Le difficoltà incontrate hanno a che fare con la carenza di risorse, non solo economiche ma anche linguistiche e informative) con cui siamo arrivati in Germania.

Dobbiamo riconoscere che siamo partiti abbastanza sprovvisti di tutto quello che avrebbe facilitato la nostra integrazione, nel tessuto sociale ma anche nel music business. È stata durissima, senza contatti, senza una rete a cui far riferimento, senza conoscere la lingua e con un inglese giusto sufficiente a sopravvivere, che abbiamo poi migliorato proprio qui a Berlino.

A Berlino guardano molti musicisti, italiani e non solo. Ora che è diventata casa vostra, che opinione ne avete?

Mimmi: Mi ricollego al discorso iniziato nella domanda precedente. Berlino è meravigliosa, ma sa essere crudele. Non per colpa sua, però. È imprevedibile, sa accogliere ma è anche difficile integrarsi. Per noi è stata una grande occasione di crescita, di confronto, di maturazione, di affermazione. Ma i momenti di profondo sconforto sono stati molti.

La ragione per continuare a camminare, anche quando davanti a noi la strada sembrava impercorribile e spaventosa, è stato il non voler tornare indietro, il renderci conto che, per quanto pieno di difficoltà, il percorso che potevamo fare perseverando era quello giusto.

Ovviamente, “vivere di musica” è un’espressione che ha completamente cambiato significato, dopo il Covid19. Come avete gestito la crisi, che ha colpito sopratutto il vostro settore?

Mimmi: da un punto di vista emotivo, purtroppo non c’è modo di alleviare il dolore di non potersi esibire. Ci sosteniamo a vicenda, ma c’è poco che si possa fare davvero. È come un lutto da elaborare. Noi speriamo, ovviamente, che la situazione sia temporanea e che tutto possa tornare come prima, ma ci rendiamo conto che anche questa speranza non è affatto una certezza, visto quanto duramente il settore è stato colpito.

Non possiamo fare a meno di chiederci se, davvero, quando tutto sarà finito (quando?) il prezioso mondo fatto di piccoli club e music bar in cui abbiamo avuto l’onore di esibirci e costruire una splendida rete di amicizie e affetti, sarà ancora capace di rimettersi in piedi, come se niente fosse accaduto, senza ammaccature, senza ferite insanabili.

Perché il punto è proprio questo, noi resistiamo e aspettiamo, ma questo non garantisce che tutto l’organismo, fatto di venues e organizzatori di eventi che ci ha permesso di esibirci su numerosissimi palchi, condividere la nostra musica e conoscere gente meravigliosa, tornerà in salute, dopo una pandemia che ha ucciso nella carne e nello spirito milioni di persone e aziende.

Da un punto di vista economico, la Germania ci ha aiutato subito, già ad aprile del 2020, tramite il Soforthilfe, ossia un supporto economico per aziende, piccoli imprenditori e liberi professionisti. Essendo registrati al Finanzamt come lavoratori indipendenti alla categoria “musicista e artista che si esibisce in performances”, siamo considerati al pari di un avvocato, un medico, un titolare di ristorante che abbiano Partita Iva, con eguali diritti e doveri, con medesima dignità e ragione di esistere e sopravvivere alla crisi.


I-Taki Maki
I-Taki Maki
Leggi anche:
Esce “Misfit Children”, de I-Taki Maki. Reagire alla crisi con la musica