Germania, piovono critiche sulla serie Tatort: “Basta serial killer transgender!”

serial killer transgender

Serial killer transgender, viziose creature queer con tanta voglia di uccidere, uomini confusi con la parrucca in testa e un coltello in mano: tante volta abbiamo visto al cinema rappresentazioni della disforia di genere associate alla follia omicida.

Serial killer transgender al cinema: ce n’è ancora bisogno?

Tra i vari esempi possiamo citare Anthony Perkins in Psycho (1960), Michael Caine in Dressed to kill (1980), il personaggio di Buffalo Bill ne Il silenzio degli innocenti (1991), ma anche, più recentemente, l’inquietante carnefice de La casa delle bambole (2018). È indubbio: da sempre il cinema associa le persone transgender, non binarie o fluide alla pericolosità sociale e alla perversione violenta.

E se alcuni di questi film vengono giudicati, anche a ragione, dei classici o addirittura dei capolavori (come nel caso di “Psycho”), è vero anche, però, che riproporre lo stereotipo del serial killer queer appare fuori luogo e fuori tempo massimo nel 2021.

Il caso Tatort

A questo proposito, la settimana scorsa diverse critiche sono piovute su Tatort, serie televisiva poliziesca molto popolare nei Paesi germanofoni. Le critiche hanno colpito in particolare l’episodio “L’infermiera” (“Die Amme”), trasmesso domenica sera su ARD e ORF. Nell’episodio, il losco serial killer Janko, interpretato da Max Mayer, uccide le prostitute vestito da donna. Ancora una volta.


Aromanticismo

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Le reazioni sono state diverse e ne offre una panoramica completa il portale Queer.de. L’emittente Deutschlandradio Kultur afferma in un pezzo d’opinione che la cosa più problematica è il fatto che la fluidità di genere sia sempre rappresentata sullo schermo come qualcosa di sporco, intrinsecamente malvagio, la radice di tutti i mali“.

Nell’episodio di Tatort l’antagonista è ritratto, dice ancora Deutschlandradio Kultur, come un essere la cui cattiveria e sadismo sembrano essere legati al cross dressing. Questo approccio viene definito come “Il relitto di un tempo lontano”. Ma in realtà questa rappresentazione distorta ha mantenuto tutto il suo appeal attraverso gli anni, soprattutto nel genere horror e, talvolta, nel thriller.

Il Frankfurter Allgemeine si schiera con Tatort

Altri media hanno invece parlato di esagerazioni. Il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, che aveva già denunciato la presunta propaganda transgender negli asili, loda Tatort per aver avuto il coraggio di “resistere allo Zeitgeist”, cioè allo spirito dei nostri tempi.

“È stata una decisione rischiosa, in tempi in cui istituzioni e attivisti non fanno altro che emanare direttive finalizzate a una narrativa sensibile alle questioni di genere e alla rappresentazione sociale e artistica dell’identità trans” scrive l’autrice del pezzo. La quale aggiunge tuttavia che “Il personaggio in questione chiaramente non appartiene alla mondo lgbtq”.

La risposta degli attivisti gay: “Basta stereotipi!”

Alfonso Pantisano, leader del gruppo queer berlinese dell’SPD, ha dichiarato su Twitter: “Se le donne trans da domani saranno ancora una volta accolte con paura e chiamate psicotiche, questo avrà a che fare anche con Tatort”. Pantisano ha aggiunto anche che prodotti culturali di massa come la serie austriaca contribuiscono al fatto che le persone trans continuino a essere altamente patologizzate.

Per questo stesso motivo Sebastian Kropp, leader del gruppo queer dell’Alta Franconia, ha scritto una lettera ad ARD e ORF, chiedendo che le due emittenti si scusino e chiariscano che le persone queer non sono malate di mente o criminali.

Critiche arrivano anche dalla Società tedesca per la transidentità e l’intersessualità e.V. (dgti), che in una lettera ad ARD dichiara “La rappresentazione andata in onda non corrisponde in alcun modo alla realtà sociale e va invece a consolidare e legittimare il risentimento diffuso che esiste, da molti decenni, verso le persone transessuali”.

Gli autori della lettera dichiarano di comprendere che “Tatort” sia, prima di tutto, un programma d’intrattenimento, ma aggiungono anche che “A causa della sua posizione preminente nel panorama radiotelevisivo”, dovesse prendere in considerazione anche altri punti di vista.

Anche la consigliera della ZDF e attivista lgbt Jenny Luca Renner si è posta sulla stessa linea. “Gli spettatori non abituati a interagire con persone queer, potrebbero avere l’impressione che le donne trans siano dei maschi travestiti da donna che rapiscono i bambini e uccidono o cercano di uccidere le loro madri” ha dichiarato Renner su Facebook, nella giornata di lunedì. Ha quindi messo in guardia soprattutto le emittenti pubbliche dal mettere in scena rappresentazioni stereotipate delle persone transgender.

Come si evolverà il dibattito nella società civile e quale sarà il futuro di questo confronto? Si parlerà di “dittatura del politicamente corretto“, come spesso accade quando una minoranza non si sente rappresentata dalla cultura di massa e lo fa notare? Si parlerà della corretta rappresentazione di un fenomeno reale come di una delle basi della narrativa o si finirà a parlare in astratto della presunta indipendenza dell’arte? E soprattutto riuscirà il cinema a fare a meno dei suoi serial killer transgender, pieni di abominevole cattiveria disforica? Da Tatort al momento è tutto, a voi studio.

(Fonte, Queer.de)