Seyran Ateş: a testa alta e senza paura. Rischiare la vita e continuare a lottare

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Seyran Ateş
Seyran Ateş, foto di Maximilian Gödecke

di Lucia Conti

Seyran Ateş combatte in prima linea per i diritti civili fin da giovanissima, quando viene aggredita a Berlino da un nazionalista turco membro dei Lupi Grigi, gruppo militarista di estrema destra.

È il 1984, l’uomo apre il fuoco davanti al centro per le donne per cui Ateş lavora come consulente e una donna muore. Anche Ateş viene colpita e rischia di non farcela. Le ci vogliono anni per rimettersi in salute, ma riprende a lottare. 


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Oggi Seyran Ateş è una figura pubblica che si espone per far capire alla società quanto sia importante liberarsi dalla violenza, dall’intolleranza e dall’odio. Come legale specializzata in diritto di famiglia si occupa spesso di casi legati all’abuso domestico. Come attivista dei diritti civili è instancabile.

Nel 2017 fonda a Berlino la moschea Ibn Rushd-Goethe, l’unica in Germania dove gli uomini e le donne pregano insieme e le donne possono ricoprire il ruolo di Imam. L’università al-Azhar del Cairo emette una fatwa contro la moschea e Ateş riceve minacce di morte. La polizia, che dal 2006 l’aveva messa sotto scorta, le intensifica le misure di protezione.

Il 26 novembre Seyran Ateş interverrà nell’ambito dell’evento online sulla violenza di genere “Paura non abbiamo”, nato dall’unione delle forze di Ambasciata d’Italia a Berlino, UIM Germania, Comites Berlino e il nostro giornale e che vedrà intervenire esponenti del Senato di Berlino, dell’Agenzia di polizia criminale di Berlino (LKA – Landeskriminalamt) e dei Centri di Ascolto Uil contro tutte le violenze.

E “Paura non abbiamo” è anche la descrizione perfetta della vita di questa donna fuori dal comune.

Parlare con lei è stato come osservare un mare calmo, ma inesorabile. Con toni pacati ribadiva l’importanza dell’autodeterminazione, con voce garbata parlava della necessità di strappare le radici della sopraffazione. Seyran Ateş mi è sembrata l’incarnazione di quella forza di cui la violenza ha paura.

Seyran Ateş. Foto di Ayla Ates

Seyran Ates, la lotta per i diritti della donne occupa tutta la tua vita. Quali sono i sentimenti che prevalgono quando pensi ai risultati raggiunti?

Se guardiamo alla condizione della donna nei secoli è davvero dura riconoscere che abbiamo ancora bisogno di lottare. È dura per me realizzarlo, sia come donna che come attivista.

Volendo guardare al lato positivo delle cose possiamo dirci che comunque abbiamo conquistato, qui in Germania, un’emancipazione che altrove non c’è. Ma non basta. Non basta perché viviamo in una società liberale e progressista in cui le donne hanno sicuramente conquistato più obiettivi, ma ancora subiscono violenza fisica e psicologica, senza contare la costante discriminazione. E la misoginia si esprime in ogni campo e a tutti i livelli, in modo strutturale.

Seyran Ateş. Foto di Maximilian Gödecke

Come legale hai spesso a che fare con la violenza domestica, e quindi con casi che si trasferiscono in ambito penale. Cosa ti colpisce di più come professionista?

Intanto il fatto che la violenza domestica non sia sempre presente nella giusta percentuale nelle statistiche. C’è un sommerso di casi mai riportati di violenza o abuso che potrebbero incrementare i dati ufficiali in modo impressionante. E questo non può essere ignorato.

Come mai avviene questo? Qual è la principale difficoltà che le donne affrontano, nella loro lunga strada per ottenere tutela, e forse giustizia?

La cosa più difficile è realizzare di essere vittime di violenza. Molte donne, soprattutto quelle che arrivano dall’est Europa o dalla Turchia o da comunità musulmane, non si rendono conto che alzare le mani in qualunque modo è violenza. E questa è una difficoltà non da poco, perché per superarla c’è bisogno di un intervento in primis psicologico, che muti la prospettiva della vittima e faccia apparire il problema per quello che è.

E al di là della violenza fisica ci sono tante forme di violenza psicologica che si esercita sottomettendo le donne in mille modi e facendole sentire sempre inadeguate o responsabili, persino per gli abusi che subiscono. Diventa tutto normale e quindi accettato.

Per questo molte donne hanno bisogno di tempo per rendersi conto di vivere in una situazione profondamente nociva per la loro salute psicofisica. Trattate non come esseri umani ma come schiave e nello stesso tempo ignare. A volte le mie clienti mi dicono “Non capisco perché dovrei parlare di violenza, mio marito non mi ha aggredito con un coltello né mi ha picchiata con un oggetto contundente” e non si rendono conto che la violenza ha moltissimi volti e nessuno è accettabile.

Un problema non da poco, che viene prima di ogni forma di tutela predisposta dall’ordinamento…

La ragione è che molte donne crescono all’interno di strutture fortemente patriarcali e non stiamo parlando solo di contesti in cui la scolarizzazione è bassa, è un fenomeno assolutamente trasversale. È un problema culturale, legato a una visione dei rapporti distorta e troppo radicata.

In questo senso alcune sono quasi felici che i loro uomini siano fortemente gelosi o le controllino, perché la vedono come una prova d’amore, come una dimostrazione di attaccamento. Lo dicono chiaramente: “Lui mi ama, per questo è geloso… ha paura di perdermi!”.

E gli uomini come si comportano, nei contesti in cui si esercita violenza domestica?

In questi casi gli uomini spostano la responsabilità della violenza sulla vittima e cioè sulla donna. Lo fanno regolarmente. Dicono cose come “Ha sbagliato lei, mi ha portato a essere violento!”. La colpa è sempre della donna. E le donne si reprimono in tutto perché si aspettano e pensano di meritare ogni “punizione”.

È per questo che dobbiamo cambiare la narrativa attraverso l’educazione. Ci vuole una maggiore consapevolezza e ci vogliono modelli diversi. Le donne devono capire che nessuno ha il diritto di usare loro violenza, per nessuna ragione. E invece questo accade ogni giorno, in molte, semplici situazioni di vita quotidiana, per ogni minima cosa, per ogni presunta mancanza.

Quanto è visibile questa violenza, all’esterno?

Nei casi che finiscono in tribunale e quando le ferite sono visibili, è evidente. È facile provare la violenza davanti a un braccio rotto o a gravi ferite. Ma ci sono molte altre violenze che sono più difficili da gestire e purtroppo assai diffuse.

Nei gruppi e nelle famiglie tradizionalmente abituate a queste dinamiche, gli uomini si danno consigli del tipo “Quando picchi una donna non lasciare segni visibili e non picchiarla mai sul viso”. Perché in quei contesti nessuna donna andrà in giro aprendosi i vestiti per mostrare i segni che ha sul corpo. Di fatto si suggerisce una prassi che trova terreno fertile nel senso di umiliazione delle vittime. Che spesso recitano la parte delle mogli felici e dentro invece sono piene di vergogna e paura.

Quanto è importante che queste donne sappiano che possono chiedere aiuto e soprattutto, cosa più importante, che possono ottenerlo?

È il senso del mio impegno. Come attivista per i diritti umani e come legale mi sono sempre esposta, anche mediaticamente, per dire alle donne che esistono persone e istituzioni che possono aiutarle a iniziare una nuova vita di autodeterminazione, se vogliono. Per dire alle donne che non sono le sole e che non sono sole.

Il team della moschea Ibn Rushd-Goethe. Foto di Maximilian Gödecke

Nel 2006 sei stata aggredita in tribunale dal marito di una donna che stavi assistendo. È successo davanti a persone che erano lì e che non hanno fatto nulla. Ti ha sorpreso?

Relativamente. Quelle persone erano spaventate dalla possibilità di poter essere aggredite a loro volta. Per degli aspetti le posso capire, a volte i violenti sono capaci di tutto e per fronteggiarli ci vuole molto coraggio. Ma quell’uomo non era armato ed era solo, mentre loro erano tanti. Avrebbero potuto unirsi e sopraffarlo, se avessero voluto, eppure sono rimasti tutti paralizzati. Avrebbero potuto aiutarci. Non lo hanno fatto.

Purtroppo devo dirti anche che è capitato che alcune donne, pubblicamente aggredite dai loro compagni, siano state effettivamente soccorse e abbiano detto a chi tentava di aiutarle “Non c’è bisogno, stiamo solo avendo una discussione, siamo una coppia normale”. A volte è davvero frustrante, ti trovi a soccorrere una donna vittima di violenza e lei ti dice “Non toccare mio marito!”.

Seyran Ateş. Photo by ECR Group

Torna quindi l’importanza di identificare il problema e lavorare sul condizionamento delle vittime che non sanno di esserlo. Come è possibile farlo al meglio?

Non dobbiamo lavorare solo con le donne vittime di violenza, dobbiamo lavorare anche con gli uomini, perché sono l’altra faccia della medaglia. Questo aspetto è stato ignorato troppo a lungo. Aiutare ed educare le donne è indispensabile ma non è sufficiente, perché è come mettere continuamente cerotti sulle ferite senza fare in modo che le ferite cessino.

Per questo dobbiamo educare anche gli uomini e muoverci nella loro direzione. Dobbiamo lavorare soprattuto con i più giovani e aiutarli a diventare uomini diversi, abbiamo bisogno di un cambiamento e di role model, uomini e donne, che accelerino la trasformazione della società.

L’educazione è al primo posto, dunque

L’educazione è fondamentale, come lo è la prevenzione. Educazione e prevenzione sono tutto. È un dato di fatto che negli ultimi secoli, in nazioni come la Germania, la percentuale della violenza domestica sia scesa. A questo punto però, e questo ci riporta all’inizio della nostra conversazione, non dobbiamo limitarci a essere felici di non vivere i problemi di altri Paesi, in cui la situazione è molto più grave. Dobbiamo capire invece cosa possiamo fare per affrontare i problemi che ancora abbiamo.

Abbiamo bisogno di cambiare la struttura stessa della società, che ovviamente include anche gli uomini. E il vero cambiamento si verificherà solo quando li renderemo parte della nostra lotta per la parità di genere.

Seyran Ateş. Foto di Maximilian Gödecke

Magari sottolineando quanto gli stereotipi di genere non danneggino soltanto le donne, ma gli stessi uomini

Assolutamente. La parità di genere è una situazione che avvantaggia tutti e gli uomini che lo capiscono sono felici, felici di abbandonare una concezione distorta per cui un uomo deve provare la sua virilità con la violenza e la sopraffazione, non è abbastanza uomo se non è aggressivo o prevaricatore, delude la comunità se non è in cima alla gerarchia del potere e per questo subisce ogni tipo di pressione, anche familiare.

Questa visione va abbandonata, per il bene delle donne e per il bene degli uomini, intrappolati in una serie di assurdi condizionamenti incompatibili con una vita libera e autodeterminata.

Nel 1984 hai quasi perso la vita a seguito di un attacco subito a Berlino presso il centro per le donne presso cui lavoravi come consulente. Dopo esserti ripresa hai deciso di continuare la tua battaglia. Come hai fatto a gestire la paura? Te lo chiedo perché credo che violenza e paura siano indissolubili e che non si possa parlare dell’una senza parlare dell’altra

Devi considerare che avevo solo 21 anni. Ero nel terzo semestre dei miei studi di giurisprudenza, avevo la vita davanti e già combattevo per i diritti delle donne, volevo aiutarle ad avere una vita migliore. E poi arriva quest’uomo e ci spara addosso, uccide una donna che stavamo aiutando e io resto ferita in modo gravissimo, rischio di morire.

Non mi capacito ancora di come abbia fatto a sopravvivere. Io credo in Dio e penso che mi abbia dato una seconda vita. Ero giovane e volevo fare ancora molte cose.

Seyran Ateş. Photo by Medienmagazin pro

Dopo il fatto ho cominciato a chiedermi: perché è successo? Qual è il motivo dell’attacco che ho subito? E la risposta era: perché lotto per i diritti delle donne. E questo per me era inaccettabile. Allora ho combattuto contro la paura, che non dovrebbe mai essere la ragione per fare o non fare qualcosa. Così come la violenza di alcuni uomini non dovrebbe essere la ragione per cui si smette di difendere le donne.

Il mio braccio è rimasto paralizzato per sei anni, anche se adesso sto bene e sono fiera di quello che abbiamo raggiunto insieme, la mia terapista e io!

Che fine ha fatto l’uomo che ti ha aggredita? È stato arrestato?

Sul momento è corso via. In seguito è stato arrestato, ma non ha subito alcuna condanna per mancanza di prove. Quello che sappiamo è che è stato un attacco politico, legato all’estrema destra islamista presente qui a Berlino.

Dietro all’uomo c’era un gruppo e un obiettivo preciso. È stata infatti una delle prime azioni dei Lupi Grigi, il noto gruppo militarista di estrema destra turco. L’obiettivo era il centro per cui lavoravo, volevano colpire quello che facevamo.

Ma non ti hanno fermata…

No, ho deciso di diventare più forte. E di continuare a lottare.