Uno sguardo all’Italia: lo scrittore Sandro Campani e il suo appennino tosco-emiliano

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Sandro Campani
foto di Sandro Campani

Uno sguardo all’Italia: lo scrittore Sandro Campani e il suo appennino tosco-emiliano

di Giulia Mirandola

I romanzi recenti di Sandro Campani appartengono alla storica collana Supercoralli di Einaudi. “I passi nel bosco” è uscito un momento prima che le librerie italiane chiudessero a causa dell’emergenza sanitaria.

Lo scrittore emiliano è cresciuto in Val Dragone, sull’Appennino modenese. Da cinque anni abita a Casola di Querciola, una borgata dell’Appennino reggiano nei pressi del Monte Duro. In questa conversazione si sofferma sul valore di camminare nel bosco senza scopo, afferma che tenersi sereno è l’unico modo per trasmettere eventualmente un po’ di serenità e di evitare di arrancare “con le ruote cingolate” dentro i problemi enormi che la pandemia ha generato.

Foto di Sandro Campani

Come è fatto il paesaggio in cui vivi?

Abito a Casola di Querciola, sulla bassa collina di Reggio Emilia, a circa 450 metri sul livello del mare. C’è un terreno argilloso, e, come in tutta questa fascia di basso Appennino, si trovano ogni tanto dei vulcanetti di fango: polle d’acqua che sgorgano da bocche nel terreno e vengono dette salse. Una è proprio qui oltre il campo. La mia casa si trova in una posizione isolata, distante tre chilometri dalla strada provinciale, in un gruppo di villette di villeggiatura costruite negli anni Ottanta per essere moderne, ma campagnole, cittadine, ma rurali. A me sembra che invecchino come zie, non come nonne. Sento che io e loro ci somigliamo. Sarei un falsario se vivessi in una casa di montagna.

Quali elementi del tuo vissuto recente sono stati fortemente alterati dall’emergenza sanitaria?

A marzo era pronto “I passi nel bosco”, che considero il mio testo migliore, la prova letteraria più matura fino ad oggi. Mi manca non poter accompagnare il romanzo all’esterno, ho voglia di leggerlo con il pubblico, parlarne con i lettori e le lettrici.
Questa fase corrisponde per me all’ultimo pezzetto di vita del libro, non poter andare incontro a chi mi ha seguito dentro le pagine mi dispiace particolarmente.

Ma digrignare i denti mi sembra inutile. Nel lavoro ci sono problemi enormi, per tanti. L’azienda di cui sono titolare con altri due soci affronterà il suo momento più duro. Proprio per questo, penso sia importante tenersi lucidi e sereni. Abbiamo quindici dipendenti e una grossa responsabilità. In che modo potrei eventualmente trasmettere serenità a qualcun altro, se non fossi sereno io? Qualunque cosa brutta stia passando fuori da me, dentro me ne stanno migliorando altrettante ed è una cosa molto bella.

Foto di Sandro Campani

In queste settimane sei andato a camminare nei campi o nei boschi?

Partendo da casa mia potrei camminare per due giorni senza incontrare una strada asfaltata. Non l’ho fatto fino a pochi giorni fa, come se dovessi partecipare anch’io alla condizione di limite di chi non ha la mia stessa fortuna. Ho riflettuto intensamente sul mio rapporto con il camminare e ho scoperto qualcosa di importante. Fin da bambino ho camminato tantissimo con mio padre, ma mai per il puro gusto di andare in giro.

Andavamo a funghi, che è uno scopo preciso. Le passeggiate “inutili” non esistevano per noi. Parlare, fra noi, è sempre stato difficile, per anni andare a funghi è stata quasi l’unica cosa che abbiamo fatto insieme. L’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono mi ha chiesto “Te ci sei mai stato sul Monte Cantiere? Sull’Alpesigola?”.

Di tutta quella fetta di valle fra Centocroci e il Sasso Tignoso, ho solo ricordi legati ai funghi, invece lui questa volta mi parlava del paesaggio e ci siamo detti che appena possibile andremo a fare quei giri. Per la prima volta in vita nostra, io a 46 anni, mio padre a 66, andremo a camminare insieme, non per andare a funghi, ma per il puro gusto di andare in giro.

Foto di Sandro Campani

Cosa vedi adesso nel tuo paesaggio che prima non vedevi?

Lavorare da casa mi ha permesso di accorgermi ogni giorno di un mutamento, è bastato mettere la testa fuori dalla finestra. Di solito ad aprile vedevo esplodere il verde all’improvviso, me ne accorgevo a cose fatte. Invece in queste settimane ho notato l’acero partire per primo, fra gli alberi; tra i fiori le primule, le viole, poi le margherite. Poi c’è stato il giallo, poi il blu, nel frattempo l’intensità dei verdi cresceva gradualmente. Ogni giorno la vegetazione presentava un dettaglio nuovo. Non voglio più perdere questa attenzione.

Desidero procurarmi al più presto un buon manuale di botanica. Adesso i fiori mi saltano all’occhio, vedo cose che prima non vedevo oppure che non chiamavo più per nome dall’infanzia come “il pan del cucco”. Io e Michela, la mia compagna, non ci eravamo mai accorti che nel giardino del vicino crescesse una specie rara di orchidea chiamata Orchis simia, e nei boschi intorno a casa l’Iris graminea e il dittamo.

Foto di Sandro Campani

Viene da pensare che il paesaggio che ci raccontiamo sia influenzato più da quello che vediamo in esso che da quello che effettivamente contiene. Che ruolo ha l’attenzione nella rilettura del paesaggio che stai compiendo da quando lavori da casa?

Avere uno scopo è un impedimento. Camminare svagati lascia spazio all’attenzione. Quando usciremo dall’eccezionalità vorrei non perdere questa qualità di sguardo. Per lungo tempo mi sono sentito spiantato rispetto alla terra in cui sono cresciuto, inadeguato a lei e ai lavori “veri” che mi sembrava chiedere.

Distrarsi per un abbandono estetico non appartiene alla cultura di chi la terra la vive davvero, e la sa lavorare. Così avevo sempre creduto. La fascinazione estetica era per me irresistibile, anche andando a funghi, era la conferma della mia inadeguatezza. C’erano chilometri di bosco inutili allo scopo, da attraversare come noiose tappe di trasferimento: se ti perdevi a osservare il panorama, gli altri ti lasciavano indietro, e chiamando non sentivi più le loro voci. Dopo quello che mi ha detto mio padre ultimamente, però, ho capito che lui è ammaliato dai luoghi e dalla geografia dell’Appenino emiliano, solo che fino ad ora non l’aveva espresso in questo modo. Sarà bello camminare tanto per camminare, e conoscere posti che pur così vicini non avevo mai frequentato.

Queste riflessioni stanno già diventando materiale per la tua produzione letteraria?

Quando esce un libro poi per un certo numero di mesi non scrivo niente. Ho bisogno di un tempo lungo per sedimentare nuove cose da dire. Non parto mai dalla trama, che anzi nel mio caso arriva per ultima. L’idea invece c’è da prima che io mi metta a scrivere, ma non corrisponde mai a una trama. Ci sono prima delle scintille che vado a riempire di dettagli e osservazioni. Ora mi sento al principio di questo processo di sedimentazione, ma non sto scrivendo nemmeno una riga.

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L’autrice

Giulia Mirandola si occupa di educazione visiva e progettazione culturale. Nel 2019 è giunta a Berlino grazie a “MoVE 2020″, un programma di mobilità transnazionale che le ha permesso di collaborare con la libreria berlinese Dante Connection. Scrive di editoria, librerie e biblioteche berlinesi per la rubrica “Finestra su Berlino” del magazine culturale di Goethe Institut Italia.

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