Le dating app ai tempi della quarantena: un utente ci spiega cos’è cambiato

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Le dating app sono un veicolo della socialità contemporanea. Un vasto numero di persone nel mondo si incontra infatti virtualmente prima di farlo fisicamente, grazie a piattaforme di ogni tipo e per ogni orientamento.

Abbiamo intervistato Giovanni, trentasette anni, laureato e temporaneamente residente a Berlino. Giovanni usa saltuariamente dating app da anni e abbiamo deciso di fargli qualche domanda più specifica sulla sua esperienza e in particolare su come sia cambiato il circuito di questo tipo di interazioni in tempi di quarantena e Coronavirus.

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Cosa pensi delle dating app, fruendone ormai da tempo?

Sicuramente internet ha cambiato il nostro modo di vedere la sessualità. Se possiamo guardare alla pornografia come a una forma di subconscio collettivo plasmato da interessi economici, possiamo vedere la pornografia amatoriale o la sessualità che scaturisce dalle dating app come qualcosa che si avvicina di più a un subconoscio collettivo spontaneo. È una lettura sociale affascinante.

Che dati sociali hai raccolto, in base alla tua esperienza personale?

Premetto che molto dipende da dove ti trovi nel mondo. Per quanto riguarda l’ambito berlinese ed europeo ho spesso riscontrato, dal lato femminile e perlomeno nella mia esperienza, un atteggiamento di difesa verso la propensione maschile alla cosiddetta “one night stand”. Ho trovato scritto spesso, nella presentazione della maggior parte dei diversi profili, una totale chiusura rispetto a questo tipo di esperienza.

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Ed è cambiato qualcosa negli ultimi tempi?

Direi di sì. Questo tipo di meccanismo viene infatti a confrontarsi con la quarantena, la noia, la solitudine e l’obbligo della distanza. A quel punto un discorso platonico, più o meno erotico, crea un’equiparazione tra sessi perché né il maschio né la femmina hanno intenzione di incontrarsi davvero. A quel punto la frustrazione sessuale ha una piccola valvola di sfogo, nella consapevolezza che non si può concretizzare nulla di più reale.

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Questo in qualche modo amplifica le fantasie?

Sicuramente si amplifica quel “conforto dello sconosciuto” che sussiste quando non c’è il rischio imminente di un incontro vero e proprio e quindi si tende a dilungare il discorso e magari anche ad aprirsi a confidenze con persone che non si incontreranno mai. Quindi, paradossalmente, la quarantena sta creando spazi, anche all’interno delle dating app, per una maggiore intimità.

Altri cambiamenti, in questo senso?

La novità principale è che adesso molte applicazioni hanno reso possibile viaggiare gratis in tutto il mondo. Ieri ero nella città di Hồ Chí Minh, oggi sono a Medellín, in Colombia e domani forse vado a Tokyo. Una ragazza di Hồ Chí Minh, comunque, l’ho già persa per strada.

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Perché?

Giocavamo a obbligo o verità e le ho chiesto quale fosse la sua fantasia “più sporca”. Molto limpidamente lei ha risposto “Per me il sesso si fa o non si fa e se si fa non è sporco”. Ho visto nelle sue parole il riflesso di quello che a mio avviso è una mentalità tipicamente orientale e buddista, più sganciata dal concetto di colpa.
Comunque ha interrotto i contatti con me perché non era interessata a questo tipo di dialogo, anche se paradossalmente fra i “match” in Vietnam era quella con l’immagine del profilo più osé.

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Altre esperienze particolari?

Una ragazza sudafricana mi ha chiesto un video in cui twerkavo, ma non lo so fare e di fatto ho ballato il twist. Lei ha riso moltissimo e mi ha dato il massimo dei voti, ma solo per l’impegno. E da un punto di vista culturale è un bel viaggio perché il twerking contraddistingue il pop sudafricano come la vuvuzela sta ai cori di stadio.
E poi tre ragazze di Hong Kong hanno cercato di farmi cliccare su prodotti finanziari che probabilmente erano bot. Tra l’altro avevano tutte quasi lo stesso viso.

L’annullamento della barriera fisica tra persone, quindi, in questo momento si estende anche alle nazioni e ai continenti

Sì, in questo senso è possibile intraprendere anche un viaggio culturale, che ti permette di avere un confronto, anche immediato, su quello che sta succedendo altrove e anche in rapporto al Coronavirus. In questo senso questo discorso può avere anche un valore politico.

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Stai avendo più o meno contatti e interazioni, durante la quarantena?

Molti di più, anche perché, viaggiando, quanto più lontano vai più diventi un essere esotico, una persona che desta molta curiosità in altri Paesi lontani. E poi è notevole sentire, nello stesso momento, una ragazza a Manila che sta per andare a dormire, una ragazza in Polonia che mi dice cosa sta cucinando per pranzo, una ragazza in Sudafrica che torna dalla piscina e un ragazza in Ohio che si sveglia per andare al lavoro.

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A parte le differenze culturali, c’è un diverso modo di usare queste app, nel mondo?

Sicuramente. Molto dipende anche dal modo in cui le app si sviluppano sul mercato. Nella mia esperienza a New York, per esempio, alcune sono usate spesso per la prostituzione clandestina, includendo numeri di telefono in formato alfa-numerico per superare il filtro della polizia.

In quello che è l’ambiente nord-europeo sono invece spesso un modo per oltrepassare la timidezza sociale che invece, per esempio, non sussiste in Italia, dove la società è molto comunicativa e spesso in contesti pubblici si innescano abbastanza spontaneamente incontri e relazione casuali. In Germania questo atteggiamento non è molto diffuso e quindi spesso ci si trasferisce sulle app per comunicare in modo più sciolto.

Regalaci una considerazione finale

Flirtare internazionalmente con le dating app può essere arricchente, perché, come diceva lo scrittore spagnolo Miguel de Unamuno, “leggere cura dal fascismo e viaggiare cura dal razzismo”. E questo ora lo si può fare anche in quarantena.

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