La DDR ed il mito dell’autarchia tecnologica

0
760

(Ecco la terza ed ultima puntata – qui trovate la prima, qui la seconda – dell’interessantissimo saggio di Antonio Pilello sulla Ostalgie pubblicato in esclusiva da Il Mitte. Laureato in Astronomia presso l’Università degli Studi di Padova, Pilello ha collaborato con l’agenzia spaziale tedesca a Berlino e l’Università di Göttingen. Il suo blog è antoniopilello.wordpress.com)

di Antonio Pilello

La qualità della ricerca nella Germania Est fu molto spesso mediocre, pur vantando alcuni picchi di eccellenza; si tenga presente, tuttavia, che la tecnoscienza fu condizionata dalle scarse capacità dell’Unione Sovietica durante la delicata transizione di una chimica basata sul carbone a una legata al petrolio. Inoltre, le industrie e le università ebbero molto frequentemente gravi difficoltà nel reperire i materiali e gli equipaggiamenti necessari per la ricerca e lo sviluppo.

Vogliamo esaminare, al di là dei risultati ottenuti, l’importanza di alcune discipline scientifiche e professioni nella creazione di nuovi posti di lavoro e nella produzione dei beni di consumo del socialismo. Nell’era Ulbricht, come ci ricorda Dolores L. Augustine, il progresso tecnologico fu proclamato come il vero e proprio motore del cambiamento socialista. Questo fu ottenuto attraverso la creazione di una nuova “intellighenzia tecnica”, ovvero una classe di specialisti e tecnici, reclutati soprattutto tra i proletari e i contadini e aperta alle donne, in grado di dare un forte impulso all’economia socialista.

Raymond G. Stokes focalizza le proprie analisi sul ruolo determinante dell’industria chimica. Poco ricca di risorse naturali e con un piccolo mercato locale, la DDR fu costretta a produrre in proprio dei validi surrogati. Si pensi, ad esempio, al costoso Programma della Chimica del 1958. Le abilità scientifiche e tecnologiche della DDR avrebbero dovuto simbolizzare il successo del socialismo tedesco. Secondo l’autore, pur dovendo far fronte alla scarsità di materie prime, la DDR sviluppò una tecnologia relativamente sofisticata, uno standard di vita assolutamente dignitoso e un’economia in grado di proporsi come valido modello alternativo al consumismo capitalistico.

Il lavoro di Burghard Weiss ci permette, invece, di fare il punto sul mancato successo del settore energetico e di quello dei trasporti. La DDR offrì sin da subito un notevole supporto statale alla tecnologia nucleare, ma i finanziamenti si interruppero all’inizio degli anni Sessanta. L’aiuto dell’Unione Sovietica fu minimo mentre i numerosi segreti e interessi militari non permisero lo scambio aperto di dati e conoscenze. Lo stesso problema si riscontra nel campo dell’industria aeronautica, dove l’ostracismo sovietico fu ancora più evidente, come riportato da Burghard Ciesla nel libro Naturwissenschaft und Technik in der DDR, e contribuì a rallentare la ricerca dopo il grande impulso iniziale degli anni Cinquanta.

Nell’aprile del 1981, al Decimo Congresso della SED, il segretario generale Erich Honecker affermò che occorreva investire nella scienza per migliorare la resa delle tecnologie già esistenti e per svilupparne di nuove, ottenendo allo stesso tempo un significativo miglioramento dell’economia. Kurt Hager, il capo ideologo della SED, difendendo la presunta autarchia della DDR, affermò che, senza i chips provenienti dal Giappone, gli Americani non avrebbero mai potuto sviluppare i computers, i Tedeschi dell’Ovest produrre auto, la Siemens non sarebbe stata in grado dicostruire una rete telefonica e la Boing di progettare i propri velivoli.

L’informatica è il settore che, forse più di tutti, ci ricorda il drammatico e intenso sforzo della Germania Est per porre rimedio alla propria arretratezza tecnologica. La tendenza da parte dell’ufficio politico della SED, il Politburo (Politisches Büro), a concentrare le già limitate risorse e a investire più del dovuto in alcuni settori a scapito di altri, si rivelò una scelta errata. Il programma di Microelettronica lanciato nel 1977 arrivò a impiegare sino al 35% delle risorse destinate ogni anno all’industria, danneggiando seriamente molti altri settori. L’innovazione nel campo dell’informatica avrebbe permesso di migliorare la qualità dei prodotti, di incrementare la produzione e l’entusiasmo dei lavoratori.

Rainer Hohlfeld analizza, infine, lo sviluppo della genetica e della biomedicina nella DDR. Le ristrettezze economiche e la politica limitarono l’operato degli scienziati, non consentendo l’accesso alle apparecchiature più moderne e negando la possibilità di aggiornarsi partecipando ai convegni internazionali. Tuttavia, il livello della biologia molecolare e della ricerca genetica non si discostò eccessivamente dagli standard occidentali.

Anche la medicina sportiva fu messa al servizio della propaganda. Molti atleti e allenatori violarono sistematicamente le regole dello sport in quanto si sentivano legittimati, se non obbligati, dagli ordini dei dirigenti statali. Rifiutarsi di somministrare o assumere sostanze dopanti comportava l’automatica estromissione dalla pratica sportiva, oltre che futuri svantaggi professionali. L’obiettivo era quello di raggiungere il più alto numero di successi a livello internazionale da sfruttare in chiave propagandistica, esportando all’estero l’immagine di una società sana e in costante sviluppo, capace di produrre di tutto, anche campioni mondiali nelle più svariate discipline.

Non è quindi strano che Walter Ulbricht definisse gli atleti come dei “diplomatici in tuta”. I progressi compiuti nel campo della farmacologia furono evidenti, ma non bisogna dimenticare che questo folle desiderio di primeggiare danneggiò seriamente la salute degli atleti, trattati come vere e proprie cavie da laboratorio. Molti di essi, tra quelli che non sono già deceduti, soffrono oggi di cardiopatie, disfunzioni epatiche e diverse forme di cancro.

La falsa immagine di forza e benessere della DDR, rimasta ben radicata nelle menti di chi soffre di Ostalgie, affascinò anche la Germania Ovest nel momento dell’unificazione. Il cancelliere Helmut Kohl si pronunciò, infatti, a favore del mantenimento dell’elevato livello dello sport dell’Est, chiudendo di fatto gli occhi di fronte all’evidente “doping di stato” e alla montagna di anabolizzanti somministrati agli atleti orientali. È il caso, ad esempio, della famosa sprinter Katrin Krabbe, la bella campionessa della DDR che divenne un simbolo della Germania riunificata per poi risultare positiva all’antidoping nel 1992.

La ricerca scientifica, ovvero l’immagine ingannevole che ne fu data, fu il vero motore del cambiamento socialista. L’obiettivo prefissato di una crescita autosufficiente non fu mai raggiunto, ma i dirigenti socialisti riuscirono nel loro intento di sfruttare a proprio vantaggio il lavoro degli scienziati e il controllo dei mezzi di comunicazione, mostrando una DDR vincente in ogni campo e una popolazione fiera e felice di vivere in un mondo socialista. Una DDR che di fatto non è mai esistita.

Prima puntata: Scienza e Ostalgie nella Germania Est
Seconda puntata: La propaganda scientifica nella Germania Est