Interviste

Urbab, il progetto italiano che esplora il “non costruito” di Berlino

Laura Veronese, © Stefania Facco
Laura Veronese, © Stefania Facco

di Andrea Bonetti

La scorsa settimana, incuriosito dal nome, sono capitato sulla pagina Facebook di URBAB. Ho scoperto che si tratta di un progetto interessante e innovativo creato da Laura Veronese, architetto residente a Berlino. URBAB è un’organizzazione indipendente che si occupa di raccontare la città attraverso il paesaggio urbano e attraverso gli spazi verdi e naturali.

Non solo architetto, ma anche ricercatrice, Laura si è trasferita a Berlino nel 2008 per occuparsi prevalentemente dello studio di spazi incerti e residuali, politiche di riuso temporaneo e ricerca legata al paesaggio urbano naturale e al potenziale d’inclusione sociale. Dal 2012 è dottoranda in urbanistica allo IUAV di Venezia, mentre a Berlino collabora prevalentemente con studi di architettura del paesaggio. All’inizio del 2012, Laura ha fondato URBAB, con cui organizza workshop ed esplorazioni urbane di Berlino. Il tutto ad alta sostenibilità, dal momento che l’unico mezzo utilizzato è la bicicletta.

Partiamo dalla domanda d’obbligo: come sei arrivata a Berlino?

A Berlino sono arrivata così: per studiarla, principalmente. Poi mi sono innamorata della mia nuova bicicletta, della luce a giugno, del paesaggio lunare a gennaio, del verde, della brutalità e di quella non bellezza accattivante. Sono venuta principalmente per un lavoro di ricerca, ho selezionato Berlino come caso studio e ho cominciato ad appassionarmi alla città, che dal punto di vista architettonico e urbanistico è complessa e sfaccettata.

Quando hai deciso di prendere Berlino come caso studio, avevi già un’idea dei luoghi che avresti voluto studiare?

Conoscevo le linee guida, ma non con esattezza tutti i luoghi che ho esplorato. Il lavoro è cominciato con una mappatura degli spazi “dell’incertezza”, in bicicletta. Ogni giorno conoscevo qualcosa di nuovo, scoprivo qualcosa che “era stato” e che raccontava la storia urbana di Berlino meglio di qualsiasi libro o documento. I luoghi di cui mi sono occupata sono talvolta interstizi spaziali, luoghi che in qualche modo si infilano tra le pratiche importanti della quotidianità. Molti di questi spazi, messi da parte dal funzionamento della città, a livello informale sono attivamente utilizzati come scorciatoia, come passeggiata per il cane o come angolo di natura in cui prendere il sole. Il mio esperimento, e in qualche modo sfida progettuale, è stato pensare a dispositivi spaziali in grado di aumentare l’intensità d’uso di questi luoghi a cui la popolazione è affezionata, senza alterare il loro carattere, definito durante il tempo dell’abbandono.

Puoi citare un esempio concreto?

Un buon esempio credo possa essere l’edificio fatiscente e affascinante della Eisfabrick e il vuoto che gli sta intorno. E’ tra quei luoghi che non fanno parte della città stabile, ovvero vengono utilizzati informalmente, quasi illegalmente. Durante gli anni in cui sono stati senza un uso “stabile”, si sono succedute tante possibili forme di appropriazione temporale. Gli utilizzatori hanno in qualche modo reso note porzioni di città, attivando così un sofisticato processo di rigenerazione urbana che parte “dal basso”, ovvero proprio da chi questi luoghi li utilizza, li trasforma e dunque li riporta in vita.

Un altro esempio è lo Schöneberger Südgelände: un parco che si sviluppa su uno snodo ferroviario in disuso per decenni, nei pressi dell’ex aeroporto di Tempelhof. Chiuso al pubblico per diversi decenni dopo la guerra, questo parco, ha sviluppato un laboratorio interessante per l’ecologia urbana. Gli innumerevoli treni che transitavano attraverso l’area trasportavano e depositavano semi e insetti provenienti dall’esterno. Dunque i ricercatori invece di trovare l’atteso Urwald del Brandeburgo, si sono trovati di fronte ad una cartolina ecologica d’Europa. La combinazione di natura spontanea e binari abbandonati è tutt’altro che neutra: è un luogo con forti specificità e non può essere confuso o falsamente interpretato come un normale esercizio di ecologia urbana. Questo intervento “non-progettato” ha gradualmente acquisito una forza e una propria chiara identità. La volontà civica in questo esempio è stata chiara fin dall’inizio: conservare l’ecologia straordinaria che si era sviluppata in trent’anni di abbandono.

Tornando alla tua professione: Berlino viene da alcuni definita come capitale dell’architettura contemporanea e luogo di sperimentazioni architettoniche, soprattutto dagli anni 90. Qual è la tua opinione a riguardo?

Berlino è stata piattaforma di sperimentazioni, talvolta brutali e non riuscite. Il tentativo è noto nonché chiaro: si doveva ricostruire, colmare quei vuoti che non potevano più raccontare la città, bisognava trovare altre parole. Gli architetti si sono divertiti ad immaginare “il pieno” che avrebbe dovuto riscrivere la storia urbana. Non sono sicura che questo tentativo sia stato abbastanza forte. Gli “oggetti” urbani che ancora raccontano la città non sono il costruito, bensì il non-costruito, lo spazio verde, i parchi, i giardini, quei “buchi” nel tessuto della città che sono diventati altro, che sono stati metabolizzati, riutilizzati, spesso attraverso l’intervento diretto dei cittadini. La città è caratterizzata da grandi aree di parco e aree verdi, aree dall’aspetto periferico nel cuore della città, lottizzazioni affollate ai suoi bordi, cambi improvvisi, rotture, vuoti, inconsistenze e terre incolte. È la stratificazione di assenze che racchiude il significato e il fascino più profondo della città.

Com’è nata quindi l’idea di Urbab?

L’idea di Urbab è nata proprio dall’esigenza di raccontare Berlino attraverso il paesaggio, pianificato e non, attraverso gli spazi verdi e naturali. Sono convinta che proprio questi siano in grado di far conoscere la storia urbana contemporanea di Berlino meglio di ogni altra cosa. Credo che l’aspetto più eccezionale di Berlino sia lo spazio pubblico naturale: è la cristallizzazione fisica di un matrix complesso. Come spazio pubblico verde non intendo solo il parco urbano, bensì tutte quelle isole o residui, spesso poco considerati, che contengono però una grande ricchezza nella varietà ecologica, come pure nel senso di diversità dei gruppi sociali utilizzatori.

A chi si rivolge quindi Urbab? 

Urbab è iniziato come piattaforma di esplorazioni urbane in bicicletta: passeggiate tematiche rivolte ad un’utenza eterogenea, che va dallo studente di architettura o di urbanistica, fino al cittadino interessato e appassionato di parchi urbani o luoghi naturali. Col tempo mi sono resa conto che URBAB stava diventando una piattaforma di ricerca e scambio, un’occasione per lavorare in modo interdisciplinare sul tema comune: lo spazio verde in tutte le sue accezioni.  Intendo quindi creare un network in grado di divulgare una conoscenza e coscienza collettiva riguardo agli spazi urbani naturali, così preziosi. Mi piacerebbe far conoscere modelli insoliti di utilizzo dello spazio che è di tutti e che talvolta, soprattutto per problemi burocratici come accade spesso in Italia, diventa di nessuno.

urbab

Hai particolari progetti presenti o futuri?

Per il momento URBAB ha parcheggiato la bicicletta – per l’inverno – e sta prendendo parte alla realizzazione di un documentario transnazionale sulla condizione dei cosiddetti community gardens, con particolare sguardo al parallelismo Germania/Italia. Alcuni esempi sono il Prinzessinengarten o l’Allmende Kontor, che hanno ristrutturato l’uso di porzioni di città. Sono spunti che potrebbero essere “trasportati” in altre realtà urbane e sociali. Mi piacerebbe fare un esperimento attraverso la divulgazione, rendendo noti questi tipi di interventi, e spero ci sarà occasione di raccontarvi presto gli sviluppi. Per la primavera invece mi piacerebbe concretizzare l’idea ancora acerba di organizzare workshop per bambini. Credo potrebbe essere interessante vedere come i bambini percepiscono, vivono e immaginano la natura nella propria città.

Un’ultima curiosità, come mai il nome Urbab?

(ride) Urbab, non è divertente? Volevo un nome simpatico, Urbab sembra una parola straniera in qualsiasi lingua io l’abbia comunicato. Per questo mi piace. URBA viene da urbano e – BAB è un suffisso immaginario, divertente e spensierato.

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4 Commenti

  1. e poi grazie a te ho conosciuto il Mitte, che trovo anch’esso davvero figo

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