Lavoro obbligatorio per i rifugiati in Germania? Secondo il Ministro è “possibile in alcuni casi”

Hubertus Heil manodopera qualificata
il ministro del lavoro Hubertus Heil (SPD). Steffen Prößdorf, CC BY-SA 4.0 , via Wikimedia Commons

Il Ministro del Lavoro tedesco Hubertus Heil (SPD) ha recentemente espresso il suo sostegno all’idea di imporre il lavoro obbligatorio per i richiedenti asilo in determinate circostanze. Tuttavia, ha anche sottolineato l’importanza di garantire che l’integrazione nel mercato del lavoro sia sostenibile e a lungo termine. “Il fatto che le autorità locali possano obbligare i richiedenti asilo che vivono in alloggi condivisi a svolgere il servizio civile è una legge vigente”, ha dichiarato Heil giovedì al tabloid Bild. “In singoli casi, può anche avere senso impiegare le persone durante i tempi di attesa, a volte lunghi, nei centri di accoglienza collettiva”. Questa posizione emerge in un contesto in cui il dibattito sull’integrazione dei rifugiati nell’economia tedesca è particolarmente acceso, così come quello sull’immigrazione in generale.

Il caso di Saale-Otla

Solo pochi giorni fa, il distretto di Saale-Orla, in Turingia, era balzato all’attenzione dei media nazionali per essere stato il primo in Germania a introdurre un’iniziativa del genere, a opera di un amministratore distrettuale della CDU, Christian Herrgott, che il centro-sinistra locale aveva accusato di ricalcare le politiche e la narrativa di AfD sui rifugiati. Nel caso di Saale-Orla, a suscitare particolare sdegno è stata la proposta di imporre ai richiedenti asilo lavori retribuiti con un compenso di appena 80 centesimi l’ora. Questo sistema prevede anche che, in caso di rifiuto di tali opportunità lavorative, i rifugiati possano subire una riduzione delle loro indennità fino a un massimo di 180 euro al mese.

L’Associazione dei distretti tedeschi ha ipotizzato di estendere l’obbligatorietà del lavoro a tutti i richiedenti asilo, che il Ministro del Lavoro Heil ha commentato in modo inaspettatamente possibilista, pur sottolineando che gli effetti di una simile misura sarebbero limitati e che è fondamentale considerare attentamente le implicazioni di tali politiche.


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Fra divieto di lavorare e lavoro obbligatorio: cosa dice la legge tedesca

In Germania, l’accesso al mercato del lavoro per i rifugiati è al momento regolato da una serie di normative che tengono conto della situazione legale dell’individuo e delle sue condizioni personali. I rifugiati devono spesso attendere determinati periodi prima di poter cercare lavoro, e questo può variare a seconda del loro status. I richiedenti asilo sono generalmente autorizzati a lavorare solo dopo tre mesi. Chi deve vivere in un centro di accoglienza e non ha figli minori, invece, può farlo solo dopo nove mesi. Le persone il cui status è quello cosiddetto “tollerato” (cioè coloro ai quali non è stato riconosciuto lo status di rifugiato ma per i quali non è stata decretata l’espulsione) o i rifugiati in un centro di accoglienza con almeno un figlio minorenne possono lavorare dopo sei mesi. Infine, i richiedenti asilo provenienti dai cosiddetti “Paesi di origine sicuri”, che hanno presentato la domanda di asilo dopo l’agosto 2015 non hanno generalmente accesso al mercato del lavoro. Inoltre, secondo la legge che regola le prestazioni sociali per i richiedenti asilo recita: “Le persone che hanno diritto alle prestazioni e che sono in grado di lavorare ma non svolgono un’attività lavorativa e che non sono più in età scolare sono obbligate ad accettare un’opportunità di lavoro disponibile”.

All’estremo del lavoro vietato, quindi, si accosterebbe quello del lavoro obbligatorio, il che suscita inevitabili domande di ordine politico e anche etico sul ruolo che la Germania vuole riconoscere ai rifugiati.

Utilità sociale o “questione di principio”?

Mario Voigt, leader della CDU in Turingia, ha difeso con vigore l’iniziativa del distretto di Saale-Orla, sottolineando la necessità di regolare l’immigrazione in modo efficace e di assicurare che ci sia uno scambio reciproco e benefico tra i rifugiati e la società tedesca. Voigt sostiene che tali misure non solo aiutino a integrare i rifugiati, ma contribuiscano anche a trasmettere l’importanza del lavoro e della partecipazione attiva alla vita economica del paese – evidentemente nella misura in cui un lavoro che non è possibile rifiutare, retribuito in un ordine di grandezza oltre 10 volte inferiore al salario minimo nazionale, permette di considerarsi partecipanti attivi di un’economia.

E d’altra parte, è la stessa associazione dei comuni tedeschi ad ammettere che non si tratta effettivamente di portare benefici alla società o di una effettiva utilità di impiegare manodopera a un costo praticamente, nullo, ma di una questione di principio. Il presidente dell’associazione Reinhard Sager, infatti, si è espresso in questi termini: “non si tratta tanto del valore aggiunto del lavoro per la società, quanto del segnale che viene inviato”.

Heil, per contro, pur ammettendo l’applicabilità limitata di queste misure, ci ha tenuto a sottolineare che l’obiettivo a lungo termine dovrebbe essere quello di inserire i rifugiati il cui status è stato approvato “in modo permanente in un’attività lavorativa soggetta a contributi di sicurezza sociale”.

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