Intershop: quei negozi della Germania est che vendevano i prodotti “proibiti” dell’ovest

Intershop
Vetrina dell'Intershop nella stazione della metropolitana di Friedrichstraße, accessibile solo da Berlino Ovest e vietata ai tedeschi dell'Est. Questo era l'unico Intershop ad avere una vetrina. Foto: User: KyleJeanMichelle, Public domain, via Wikimedia Commons

Fra i tanti nomi che ricorrono, quando si parla di “Ostalgie” c’è quello dell’Intershop. Questa catena di negozi fu una realtà davvero singolare per uno Stato come la DDR, la cui principale caratteristica era la chiusura all’esterno, con il divieto per i cittadini di andarsene e anche di possedere valuta e beni provenienti dall’estero. L’Intershop era infatti un’organizzazione commerciale statale, nata nel 1962. L’obiettivo principale di questa iniziativa era quello di procurarsi valuta estera, soprattutto i marchi tedeschi, attraverso la vendita di merci importate ai viaggiatori provenienti da “Paesi stranieri capitalisti”. In sostanza, negli Intershop si potevano comprare le merci dell’ovest in esenzione doganale, si poteva pagare in valuta dell’ovest e gli unici clienti ammessi, almeno in teoria, erano gli stranieri.

Che cos’erano gli Intershop?

Questi negozi, inizialmente situati nelle stazioni ferroviarie, aeroporti e altri punti di transito, rappresentavano una novità assoluta nel panorama commerciale della DDR e hanno qualcosa in comune, almeno nel loro funzionamento “tecnico”, con quelli che oggi conosciamo come i “Duty Free” degli aeroporti. In un contesto in cui molti prodotti non erano disponibili o erano di qualità inferiore rispetto a quelli dell’ovest, gli Intershop offrivano una vasta gamma di articoli che, per moltissimi cittadini dell’est, erano introvabili. Questi prodotti, che attraversavano più categorie, dalle bevande alcoliche al tabacco, dagli elettrodomestici alla moda occidentale, erano allettanti per i cittadini della DDR, ma almeno teoricamente irraggiungibili.

Le cose cambiarono nel 1974, quando il governo della DDR decise di aprire le porte degli Intershop anche ai propri cittadini, permettendo loro di utilizzare i marchi tedeschi dell’ovest per fare acquisti nei negozi. Dal 1979, coloro che volevano fare acquisti, furono costretti a cambiare preventivamente i marchi dell’ovest con assegni in valuta dell’est presso la banca di Stato (assegni che non avevano valore fuori dalla DDR). Negli anni, la gamma di prodotti offerti dagli Intershop si espanse notevolmente, includendo anche alimenti, giocattoli, gioielli, cosmetici, attrezzature tecniche e altri beni di consumo. Questi negozi divennero famosi per la loro capacità di offrire prodotti che non si trovavano altrove nella DDR, diventando così simbolo di un certo status sociale per coloro che riuscivano a farvi i propri acquisti.

Negozi dell’ovest per l’economia dell’est: un controsenso?

Ma perché un governo chiuso e protezionista come quello della DDR avrebbe dovuto creare una realtà come questa, che rischiava di aprire una “finestra sul proibito” per quegli stessi cittadini che si cercava di tenere isolati dal resto del mondo, per evitare che il benessere dell’ovest li spingesse a scappare o a esigere lo stesso stile di vita?

Il motivo principale era l’acquisizione di valuta estera, ma gli effetti indesiderati, per il governo, furono notevoli.

Lattina di caffè “di prima qualità” Feinster Hochlandkaffee, fornitura intershop VEB Kaffee- und Nährmittelwerke Halle/Saale. Barattolo di proprietà di Sebastian Wallroth.
Foto: Sebastian Wallroth, 23 aprile 2004, licenza: Pubblico dominio.

Coloro che avevano parenti facoltosi in Occidente o erano in grado di procurarsi valuta occidentale con altri mezzi potevano acquistare i tanto ambiti prodotti degli Intershop. Si venne a creare quindi una sorta di “società a due livelli”. La disparità tra chi poteva permettersi di fare acquisti negli Intershop e chi no, generò invidia e vere e proprie leggende metropolitane. Sugli Intershop si narravano storie incredibili – per quanto mai confermate: si diceva che ci fosse chi aveva comprato in contanti una casa in uno di questi negozi o che, in altri, fosse possibile trovare pezzi di ricambio introvabili per le Trabant.

C’è da dire che, proprio per evitare il malcontento, parallelamente alla nascita degli Intershop, nel 1962 furono creati anche i negozi Exquisit, i quali offrivano prodotti di alta qualità della DDR e prodotti importati, pagabili però in marchi della DDR. Questi negozi erano destinati a una clientela elitaria e offrivano beni di lusso e abiti considerati di alta moda, ma finirono per contribuire a creare un’ulteriore stratificazione sociale. Più tardi, nel 1976, emersero i negozi Delikat, dedicati alla gastronomia gastronomia, dedicati alla vendita di prodotti alimentari importati e cibi considerati “di lusso”, come cioccolatini di qualità, caffè pregiato e specialità gastronomiche internazionali. Alla fine degli anni ’80, il panorama commerciale della DDR contava circa 250 Intershop, 350 negozi Exquisit e circa 550 negozi Delikat.


Leggi anche:
L’appartamento-museo della DDR: ecco come si viveva in un Plattenbau di Berlino

L’inizio della fine

La fine della DDR nell’autunno del 1989 segnò tuttavia la fine degli Intershop. Con l’unione monetaria del 1° luglio 1990, questi negozi divennero superflui, segnando la fine di un’era. La moneta della Germania Ovest divenne legale anche nella DDR, e i cittadini ebbero accesso a un’ampia varietà di prodotti senza le restrizioni imposte dagli Intershop. Ancora oggi, la storia degli Intershop rimane un capitolo affascinante e controverso della storia della DDR, che apre speculazioni sul ruolo che la società dei consumi e la sua attrattiva ha giocato nel crollo del muro. Naturalmente sarebbe riduttivo e ingenuo attribuire la fine della DDR solo o comunque in misura significativa alla pressione dei cittadini che ambivano ad avere più scelta in materia di acquisti. Sicuramente maggiore era il malcontento, per esempio, per le restrizioni della libertà personale, per l’onnipresenza della Stasi, per il controllo sulla produzione culturale e per l’impossibilità di concepire l’opposizione politica.

Sta di fatto che ancora oggi, per chi ha vissuto quegli anni, l’inconfondibile marchio “Intershop” ha un forte potere evocativo e conserva quel sottotesto di “irraggiungibilità” e di “esclusività” che fornisce la base del successo in qualunque contesto di mercato. Con il senno di poi, è difficile non coglierne l’elemento paradossale.

P.S. Se questo articolo ti è piaciuto, segui Il Mitte su Facebook!