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Recensione: “Per la patria e per profitto” di Stefano Beltrame e Raffaele Marchetti

“Per la patria e per profitto. Multinazionali e politica estera dalle Compagnie delle Indie ai giganti del web” (LUISS University Press, marzo 2022) è il saggio che l’Amb. Stefano Beltrame, attualmente Ambasciatore d’Italia in Austria ed ex Ambasciatore d’Italia in Germania, ha appena pubblicato insieme al Prof. Raffaele Marchetti, docente di Relazioni internazionali alla LUISS. In questo volume viene approfondito il concetto di “diplomazia ibrida”. Il volume ha una prefazione della Prof.ssa Paola Severino, Presidente della Scuola Nazionale di Amministrazione.

“Per la patria e per profitto” – Recensione di Adele Samarelli

Come vi sentireste se vi dicessero che l’autorità dello Stato non è l’unica ad influenzare l’andamento delle relazioni internazionali? Che l’economia, uno dei principali motori di tali relazioni accanto all’interesse nazionale, è in gran parte anche nelle mani di potenti entità che hanno fortemente influenzato le decisioni degli Stati? E come reagireste se vi venisse riferito che in realtà le multinazionali, questi grandi agglomerati nelle mani delle quali è concentrata gran parte del potere economico, non sono un mero prodotto della globalizzazione, ma i cui precursori vanno invece ricondotti ad epoche molto più risalenti nel tempo?

Il libro “Per la patria e per profitto”, originalissimo saggio scritto a quattro mani da Stefano Beltrame e da Raffaele Marchetti edito da Luiss University Press, ha come oggetto principale la descrizione di tali dinamiche e della loro evoluzione nel corso del tempo.

La globalizzazione ibrida

In primo luogo, i due autori esaminano il fenomeno della globalizzazione, definendola “ibrida” a ragione del fatto che gli attori protagonisti di tale fenomeno sono non solo gli Stati, il cui ruolo principale nelle relazioni internazionali è stato stabilito fin dalla pace di Vestfalia nel 1648, ma anche attori non statali, i quali hanno cooperato più o meno scientemente con gli Stati alla sua realizzazione. Tali attori non statali assumono forme piuttosto variegate: dai gruppi armati non organizzati, passando dalle organizzazioni internazionali, fino ad arrivare alle multinazionali.

Le multinazionali sono oggi ritenute da molti, come affermano gli autori, un attore non statuale dai poteri, se non pari, per lo meno molto vicini a quelli degli Stati; alcune sarebbero, infatti, in grado di manifestare addirittura una propria diplomazia. L’esempio nostrano che Beltrame e Marchetti propongono, a tal proposito, è quello dell’italiana Eni, che, sotto la guida di Enrico Mattei, si è prodigata nel portare avanti una propria «diplomazia energetica» concentrata sui Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Questo ebbe addirittura, a sua volta, un’influenza sulla politica estera italiana, la quale, pur sempre schierata nel fronte atlantico ed europeo, ha sempre avuto un certo riguardo nei confronti dei Paesi del cosiddetto “Terzo Mondo”.

Non solo la questione dell’intraprendenza politica delle multinazionali assume nel saggio una collocazione rilevante. Anche sotto il profilo economico esse sono considerate al pari degli attori statali, se non talvolta addirittura superiori in questo campo. A tal proposito, gli autori propongono l’esempio della Exxon-Mobile, la società fondata da Rockefeller negli anni 70 dell’Ottocento con il nome di Standard Oil, il cui fatturato attuale sarebbe superiore al PIL di una buona metà dei Paesi dell’Unione Europea.


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L’origine delle multinazionali

Le multinazionali come noi oggi le intendiamo non sarebbero tuttavia un fenomeno nato recentemente. Gli autori riprendono l’idea, che alcuni studiosi hanno prima di loro sviluppato, relativa alla possibilità che l’inizio di quella che oggi viene definita globalizzazione sia da fare risalire piuttosto addietro nel tempo. In ciò, però, il loro contributo va molto oltre. Secondo Beltrame e Marchetti, i precursori delle attuali multinazionali vanno ritrovate nelle compagnie mercantili seicentesche, la cui autonomia non riuscirebbe ad eguagliare la posizione che oggi assumono molte multinazionali. L’excursus storico che viene proposto sul ruolo di tali compagnie nelle relazioni interstatuali è di grandissimo pregio e merita di essere messo in risalto per la sua precisione ed accuratezza.

I due autori si concentrano poi su esempi più recenti di vere e proprie multinazionali, e di come spesso i loro fondatori, per sfuggire alle accuse che li ritraevano come imprenditori senza scrupoli con il solo obiettivo del profitto, si siano dedicati ad opere di filantropia. È questo il caso, ad esempio, di John Rockefeller, il quale decise di costituire la omonima fondazione ancora oggi attiva nel finanziamento di programmi di interesse scientifico e di aiuto allo sviluppo.

Per la patria e per profitto: la diplomazia delle multinazionali e le norme del diritto internazionale

Questo non ha comunque evitato che le multinazionali siano state (e siano tutt’oggi) oggetto di importanti critiche nonostante la loro importanza nel campo delle relazioni internazionali. Esse sfuggirebbero, infatti, alle norme del diritto internazionale, il quale assume una rilevanza cruciale nel normare le relazioni intercorrenti tra gli attori della comunità internazionale contemporanea. Più di una volta si è rilevato come tali enti non sottostarebbero a delle regole comuni, specie per ciò che riguarda le norme sui diritti umani. Nonostante ciò, molte di esse hanno ritenuto opportuno sottomettersi a norme elaborate per ogni azienda, note con il nome di corporate social responsibility, che racchiudono generalmente obblighi di diligenza e di comportamento conforme alle norme di diritto internazionale, in particolare quelle relative ai diritti umani. Tali norme, tuttavia, non essendo poi trasposte in uno strumento vincolante, si rivelano allo stato attuale di dubbia efficacia.

In un momento in cui l’economia è stata, per così dire, “asservita” alla politica, ed utilizzata come strumento sanzionatorio come reazione alla violazione di norme basilari del diritto internazionale come il diritto all’autodeterminazione dei popoli, richiamato anche nella Carta delle Nazioni Unite, il libro si inserisce in tale contesto ed è coerente con la visione secondo la quale le relazioni internazionali sono ormai da tempo piegate al soddisfacimento di interessi economici. Tali interessi economici, inoltre, hanno spesso informato l’interesse nazionale, rendendolo, oltre che una questione di sicurezza, una questione di profitto.

Qual è, allora, il futuro delle relazioni internazionali in ambito economico? Come ben prospettano gli autori, la situazione attuale imporrebbe una stretta cooperazione tra Stati e attori non statali, che meglio garantirebbe ai governi di perseguire una efficace politica economica all’estero, ivi inclusa una promozione del brand nazionale all’estero.

Dalla scorrevole e piacevole lettura, il saggio è senza dubbio un must per gli studiosi di quest’ambito così come una fonte preziosa di informazioni per i profani. Cosa aspettate a dargli un’opportunità?

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