I suicidi di massa in Germania alla fine della guerra: i casi di Demmin e Lipsia

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Bombardamento di Lubecca, 1942.

Questa è la storia di un fenomeno non raccontato spesso quando si parla della seconda guerra mondiale, vale a dire quello dei suicidi di massa che si verificarono, soprattutto nella Germania dell’est, quando l’invasione sovietica era ormai una minaccia concreta.

Suicidi di massa in Germania, alla fine della guerra: il caso di Demmin

Il più grande suicidio collettivo della nazione avvenne a Demmin, in Pomerania, il 29 aprile 1945. La cittadina all’epoca contava tra i 15.000 e i 16.000 abitanti ed era stata, in tempo di pace, una suggestiva località anseatica tra i boschi, al confine con la Polonia, circondata dai fiumi Peene, Trebel e Tollensee. Alla fine della guerra, però, quando la Germania nazista era ormai spacciata, Demmin si trovò particolarmente esposta all’avanzata inesorabile dell’Armata Rossa.

Il 28 aprile i funzionari del partito nazista e la polizia, che ormai non vedevano l’ora di fuggire, abbandonarono la città. I soldati tedeschi in ritirata arroccano oltre il fiume e fecero saltare i ponti del Peene e del Tollensee, ostacolando l’avanzata sovietica verso Rostock, ma anche intrappolando la popolazione civile tra i tre fiumi che circondano la città. Il 29 aprile l’Armata rossa raggiunse i confini di Demmin. I sovietici erano furiosi, stanchi, affamati, disumanizzati da tre anni di prima linea, privazioni e violenze di ogni genere. Dall’inizio dell’operazione Barbarossa, avevano registrato perdite per un totale di 20 milioni di di persone. Ormai alle porte di una Germania in piena disfatta, l’armata sovietica divenne, per quei tedeschi di confine senza sicurezza né prospettive, prima orrendo spauracchio, poi terribile minaccia incombente e, presto, psicosi di massa.


Eva Braun

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L’Armata Rossa entra in città: il suicidio collettivo della popolazione

A mezzogiorno del 30 aprile, l’Armata Rossa entrò a Demmin e sul campanile di una chiesa venne issata una bandiera bianca. Non servì. Nel caos di quella giornata la situazione degenerò rapidamente ed ebbero luogo razzie, stupri e incendi che devastarono l’80% del territorio. Alcuni abitanti della città scapparono nei boschi e dormirono all’addiaccio. Altri decisero subito di farla finita. I suicidi cominciarono subito dopo la ritirata dei soldati tedeschi.

Molti si tolsero la vita in casa, impiccandosi, avvelenandosi con il cianuro, tagliandosi le vene o sparandosi insieme ai familiari, altri si uccisero nei boschi, in cui avevano inizialmente trovato riparo. Molti si buttarono nel fiume appesantiti da sacchi di pietre e trascinandosi dietro i figli, a volte legati al corpo dei genitori, a volte annegati prima. Moltissimi furono i bambini che morirono, uccisi dai loro padri e dalle loro madri. Per settimane i fiumi rigurgitarono cadaveri.

suicidi di massa
Targa dedicata alle vittime dei suicidi di Demmin, posto nella parte sudorientale del vecchio cimitero. Wikswat, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Questi eventi sono raccontati, in tutti i loro agghiaccianti particolari, dal libro “Promettimi che ti ucciderai”, dello storico Florian Huber. Ne parla anche il film documentario del 2017 “Über Leben in Demmin” di Martin Farkas, in cui vengono intervistati gli ultimi sopravvissuti, ma si indaga anche sugli effetti che la tragedia storica del 1945 lasciò sulla popolazione nata successivamente.

“Morti suicidi, persero fiducia nel senso della vita”

Due mesi dopo quei giorni densi di eventi tragici, risultavano morte suicide più di 600 persone. Solo di 500 sono stati registrati i nomi, ma le stime oscillano tra 700 e 1200 casi di suicidio. La paura della rabbia sovietica, l’abbandono totale provato dalla popolazione di una Germania sconfitta e polverizzata e senza riferimenti di alcun tipo e la prospettiva di un futuro senza speranza furono probabilmente la causa diretta che spinse così tante persone a scegliere la morte.

Nel libro di Huber si fa riferimento a un grosso masso, posto sul confine sudorientale del vecchio cimitero di Demmin. Sul masso c’è un’iscrizione tratta dal diario di un insegnante e datata 1° maggio 1945: “Morti suicidi, persero la fiducia nel senso della vita”.

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Il suicidio della giunta comunale di Lipsia. La famiglia Lisso. US Army Signal Corps, Public domain, via Wikimedia Commons

Il suicidio della giunta comunale di Lipsia

Grande impatto ha avuto anche il suicidio della giunta comunale di Lipsia. La ragione della sua maggiore pubblicità, nonostante sia una episodio numericamente contenuto, se paragonato all’agghiacciante suicidio di massa di Demmin, è il fatto che in questo caso esista una capillare documentazione fotografica realizzata soprattutto da due fotoreporter americane dell’epoca, Margaret Bourke-White e Elizabeth Miller.

Il 18 aprile 1945, la seconda e la 69esima divisione di fanteria americana entrarono a Lipsia, mentre le bandiere bianche sventolavano in tutta la città. Alcuni esponenti del regime, tuttavia, scelsero la morte. Nel municipio cittadino si suicidarono infatti il sindaco Alfred Freyberg e la sua famiglia, l’ex sindaco di Lipsia, Walter Dönicke e il tesoriere Kurt Lisso, insieme alla moglie e alla figlia.

Sono soprattutto le foto di quest’ultimo a essere passate alla storia. L’uomo è alla scrivania, circondato da documenti ufficiali, inclusa la tessera del partito nazionalsocialista, la donna giace riversa su una sedia e la figlia sul divano, con al braccio la fascia della Croce Rossa Tedesca. Sono tutti elegantissimi, ognuno al suo posto, come se si fossero messi in posa per il lugubre scatto post-mortem.

Kurt Lisso, 53 anni, sua moglie Renate, 50, e la figlia Regina, 21, ingerirono delle pillole di cianuro, sottraendosi in questo modo all’inesorabile progredire della storia, che stava già giudicando il regime e ricostruendo sulle sue macerie. Se centinaia di civili, a Demmin, avevano visto un futuro nero, senza possibilità di riscatto, ancora meno prospettive potevano individuare coloro che erano stati più vicini alle emanazioni istituzionali della Germania sconfitta. Le fotografie della famiglia Lisso, scattate il 20 aprile da Margaret Bourke-White, furono pubblicate sulla nota rivista americana Life e divennero famose in tutto il mondo.

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