Coronavirus e calcio: cosa sta cambiando? Intervista con Patrice Hannig, del Fanprojekt Babelsberg

0
87
coronavirus e calcio
coronavirus e calcio

Coronavirus e calcio: cosa sta cambiando? Intervista con Patrice Hannig, del Fanprojekt Babelsberg

di Julius Zukowski-Krebs

I Fanprojekt svolgono nel calcio un ruolo di supporto ai tifosi muovendosi sul piano pedagogico-sociale e sono collegati al Protocollo nazionale per lo Sport e la Sicurezza.

Il Babelsberg Fanprojekt, sponsorizzato dalla Fondazione SPI – Brandeburgo Nord-Ovest, si occupa sia del lato ludico del calcio che delle sue ombre, con un focus sulla prevenzione di discriminazioni comuni nell’ambiente, come il razzismo, il sessismo e l’omofobia. Il lavoro del gruppo si basa sulla collaborazione con i tifosi del Balsberg e il suo target anagrafico include persone di età compresa tra i 14 e i 27 anni.

Il progetto aggrega i giovani anche attraverso serate educative, proiezioni di film o viaggi commemorativi ed è caratterizzato da un importante lavoro di mediazione tra tifosi, club sportivi e apparati di sicurezza. Attraverso un lavoro di comprensione degli argomenti e degli aspetti positivi della cultura dei tifosi, questi progetti riescono a rafforzare i valori sani legati al calcio, isolando, al contempo, i comportamenti devianti.

Abbiamo intervistato Patrice Hannig, referente del Babelsberg Fanprojekt, e con lui abbiamo parlato del futuro del calcio tedesco nell’era del Coronavirus.

Da poco tempo si è parlato di ripresa graduale della Bundesliga. Ma ho visto che la vostra squadra ha avanzato delle critiche. Che ne pensi? 

La Bundesliga ha già ripreso la sua attività. Tutto questo viene giustificato parlando di stato di necessità economica. Il fatto che i club abbiano sofferto economicamente è fuori discussione. E in questo contesto è comprensibile che i club, che alla fine sono aziende, pensino a ritornare a una certa normalità.

Nelle scorse settimane si è creata l’impressione che il calcio avesse un posto privilegiato nella discussione e fosse trattato in modo migliore, almeno rispetto alle aziende di altri settori. Questo ha provocato una certa rabbia e anche un certo senso di ingiustizia. L’atmosfera è stata inoltre inasprita dal fatto che i professionisti del calcio guadagnino uno stipendio che alcuni ritengono non giustificato. Non sto parlando solo dei giocatori, ma anche di trainer, manager e altri professionisti del settore.

È vero che il calcio è un affare di milioni. E per molti era incomprensibile che all’improvviso si registrasse un bisogno di aiuto finanziario o delle entrate legate alle trasmissioni televisive degli partite, quando i funzionari e i giocatori ancora guadagnavano somme esorbitanti.

Una possibilità per placare le polemiche sarebbe ridimensionare gli stipendi in modo più rigoroso. È la posizione di quelli che possiamo definire “vecchi romantici del calcio”, tra i quali mi inserisco anche io, e che considerano l’adozione di questo tipo di misure indispensabili per salvaguardare la sussistenza del calcio stesso.

In alcuni casi si è provveduto in questo senso, con orari o stipendi ridotti, ad esempio, ma si è sempre e solo trattato di piccoli club, non rilevanti in modo significativo. Se invece la rinuncia dello stipendio in alcuni casi fosse la regola, il finanziamento dei posti di lavoro dei dipendenti regolari non sarebbe un problema e i club potrebbero sopravvivere.

Bundesliga photo

Il nostro club è SV Babelsberg 03, il cui presidente ha criticato queste discussioni, sostenendo che il calcio non dovesse avere una posizione privilegiata, perché ci sono altri ambiti della società molto più importanti. Concretamente significa che SV Babelsberg si è assunto le sue responsabilità in modo molto serio e ha preso tutte le precauzioni necessarie in tempo di crisi, rinunciando a training e incontri.

Inoltre è importante notare che SV Babalsberg è, nella Liga, paragonabile alla Serie D in Italia. Questo significa che non avere pubblico durante le partite allo stadio sarebbe impensabile. Mentre i club della Bundesliga hanno infatti il privilegio di ricevere somme ingenti dalle trasmissioni su Sky, Eurosport e altri, e possono dunque sopravvivere anche senza spettatori, i club delle Serie C e D non hanno questa possibilità. E questo significa che le partite costano di più, senza spettatori e senza una compensazione economica derivante dagli incassi della trasmissione.

Continuare in questo modo le partite della serie D sarebbe dunque un’operazione economicamente in perdita, che non porterebbe alcun vantaggio. Di nuovo, i grandi club sono ancora ingiustamente in una posizione privilegiata, rispetto a quelli più piccoli. Questa è la critica del SV Babelsberg.

Photo by verchmarco

Come si riesce a giocare a calcio mantenendo la distanza?

I giocatori dei club della Bundesliga mantengono la distanza in modo molto illogico. Devono arrivare in macchine separate e prima dell’incontro devono indossare delle mascherine. Il training viene eseguito in piccoli gruppi e i giocatori vengono sottoposti regolarmente al test per il Coronavirus. Se il test risulta positivo, i giocatori, e a volte anche tutta la squadra, devono mettersi in quarantena. Credo che queste misure assurde distorcano l’intero meccanismo.

Molte squadre hanno perso giocatori preziosi, perché risultati positivi. Altre squadre, come la Dynamo Dresden, hanno dovuto rinunciare completamente ad alcuni incontri. E così non si può più parlare di una vera competizione. Inoltre la proibizione del contatto prima degli incontri, in panchina o dopo i goal è completamente illogica, perché i giocatori sono comunque a contatto durante tutti i 90 minuti della partita.

SV Babelsberg Sport photo

In generale, credo che si possa discutere della possibilità di permettere le partite, in considerazione del fatto che abbiano allentato molte restrizioni. Ma il calcio deve essere comunque esaminato e criticato, rispetto al suo potere finanziario e alle sue regole a volte paradossali.

Inoltre, ogni giocatore è attualmente soggetto a pressioni legate a sue presunte responsabilità in tempi di coronavirus, che a volte sfociano in vere e proprie shitstorm contro alcuni atleti, accusati di non rispettare le misure. Alcune di queste critiche sono assurde e i club devono rendersi conto che sono stati proprio loro a voler far ripartire tutto e che di conseguenza è esclusivamente loro la responsabilità.

È comunque possibile giocare senza pubblico? Senza l’atmosfera, senza centinaia di tifosi che normalmente affollano lo stadio?

Il calcio senza pubblico perde sicuramente il suo fascino. Lo dicono anche i responsabili dell’organizzazione degli incontri a porte chiuse. Sky ha inserito i cori dei tifosi nella trasmissione delle partite, per dare agli spettatori un’esperienza migliore.

Questo mostra che il successo del calcio professionale e l’esperienza del calcio in senso lato dipendono solo in piccola parte dal gioco. La parte più importante dell’esperienza collettiva ed emotiva sono i tifosi, che portano allo stadio tutte queste emozioni. Spero che il calcio senza i tifosi non divenga la norma. Ma non credo che sarà così, almeno in Germania.

Photo by tpower1978

Altre Serie hanno già dimostrato che i veri tifosi, che si identificano con i club e li seguono dappertutto, non sono più importanti. Lo si può constatare dal fatto che alcuni club abbiano spostato le partite in altri Paesi, per ricevere soldi da sponsor o trasmissioni televisive. Se questo modello si fa strada, i club non saranno più legati a una città, a uno stadio o a una fanbase e il valore dominante diventerà il mero denaro.

Un calcio così è possibile. Non solo perché non ci sarebbero spettatori, ma perché verrebbe meno quello spirito portato dai tifosi che ogni settimana creano, allo stadio, un’esperienza forte e intensa. Ma ancora, non credo che questo si verificherà, almeno in Germania. Perché i club tedeschi sono ancora interessati, anche se a sprazzi, all’opinione dei tifosi.

Photo by wuestenigel

Imaginiamo che la crisi finisca in un prossimo futuro. Quelli cambiamenti ti aspetti nel mondo del calcio?

Questa è una domanda molto difficile, perché ci sono vari scenari possibili. Provo a descriverne tre.

Primo scenario: tutto resta com’ era. Scenario improbabile, perché attualmente ci sono dei club che versano in serie difficoltà economiche, e che di solito sono i club che avevano qualche difficoltà anche prima della crisi.

Secondo scenario: l’esistenza di alcuni club sarà messa a rischio, prevalentemente i più piccoli e legati a giocatori esordienti. In questo caso ci sarebbe una brusca trasformazione del calcio tedesco, a meno che i club decidessero di essere solidali tra loro e redistribuire parte dei profitti. Altrimenti, resterebbero solamente i top-club, che si unirebbero in una Super-Serie europea.

Tutti gli altri potrebbero contare solo su loro stessi, incontrando molte difficoltà. E anche ove i club ridistribuissero le loro risorse per un certo tempo, questo scenario produrrebbe comunque una spaccatura fra piccoli e grandi club. La logica del calcio non ne soffrirebbe, ma nel lungo periodo ci sarebbero comunque delle difficoltà. La dipendenza dei club da sponsor e investitori potrebbe aumentare e potrebbe diminuire, invece, il supporto dei tifosi.

Photo by ftrc

Terzo scenario: questo sarebbe un scenario molto desiderato dai “romantici del calcio”, ma  è anche molto improbabile. Il calcio dovrebbe ritornare alle sue radici, le antiche radici dello sport, vale a dire focus sul calcio e tifosi al centro della discussione, con stipendi di giocatori e funzionari ridotti in modo ragionevole. La dipendenza da sponsor e investitori non sarebbe così forte, le risorse potrebbero essere redistribuite, i prezzi del biglietto d’ingresso alle partite sarebbero alla portata di tutti e i soldi ricavati dalle trasmissioni televisive non sarebbero più la fonte d’entrata principale dei club.

Ma come ho detto, questa potrebbe essere un’utopia romantica. In verità il calcio, al momento, è completamente ingabbiato dal mercato e il primo e secondo scenario sono ipotesi molto più probabili. Anche se non è detto che tutto questo non possa cambiare.

Può interessarvi anche: Zetha Asafu-Adjaye, talent manager. Quello che aspetta gli artisti in tempi di coronavirus