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La crisi della lingua italiana in Germania: un processo irreversibile?

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di Pasquale Episcopo

La lingua italiana è la quarta più studiata al mondo e la Germania è il Paese dove più si studia. Questo afferma il libro bianco “L’italiano nel mondo che cambia”, presentato nel 2014 a Firenze durante gli Stati generali della lingua italiana nel mondo. La manifestazione, voluta dai ministeri degli esteri, cultura e istruzione, ha fatto il punto sullo stato di salute della lingua italiana all’estero. La domanda di italiano nel mondo è viva, sia pur con grandi differenze geografiche. La questione cruciale è come intercettarla con un’offerta adeguata e più competitiva rispetto alla proposta di insegnamento di altre lingue. In altre parole: cosa bisognerebbe fare per contrastare la “concorrenza” non solo delle lingue di interesse tradizionale come francese, spagnolo e tedesco (l’inglese è un caso a parte), ma anche di quelle, come il cinese, il russo e l’arabo, che appaiono potenzialmente in grado di sottrarre spazio all’italiano?
Il libro bianco lancia l’allarme e cita l’esempio della Cina, “che sta realizzando un piano globale di diffusione del cinese fondato sull’obiettivo dell’apertura di mille Istituti Confucio all’estero entro il 2050”. Non dice però che l’Italia sta attuando un piano diametralmente opposto, fatto di dismissioni e chiusure. Gli istituti italiani di cultura, che nel 2000 erano 94, attualmente si sono ridotti a 83 e la tendenza, a giudicare da dichiarazioni ufficiali del ministero degli esteri, dovrebbe continuare nei prossimi anni. Ciò stride con l’affermazione, contenuta nel testo ministeriale, in base alla quale “la promozione e la diffusione linguistico-culturale costituiscono obiettivi prioritari della politica estera del nostro Paese”. La politica, dunque, predica bene e razzola male ed è la prima responsabile delle condizioni in cui si trova la promozione della nostra cultura all’estero.

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Sempre più persone impareranno il cinese, da oggi al 2050 Photo by rinhello©

L’8 aprile scorso a Monaco di Baviera, l’Istituto di italianistica dell’Università Ludwig Maximilian, in collaborazione con l’Associazione docenti d’Italiano in Germania (ADI), con l’Istituto italiano di cultura e con il Consolato italiano, ha organizzato gli Stati generali della lingua italiana in Germania. È stata una giornata di scambio di informazioni, di confronto, analisi e discussione, alla quale hanno partecipato i rappresentanti di gran parte delle istituzioni erogatrici di corsi di italiano e anche, cosa importante, delle istituzioni dello Stato, ambasciata e ministero degli esteri in primis. La moderazione è stata affidata al prof. Paolo Balboni dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.
L’incontro ha messo in evidenza le luci e le ombre che caratterizzano la diffusione dell’italiano terra tedesca. L’italiano, in Germania, è richiesto soprattutto in Baviera, mentre in diversi Länder del nord e dell’ovest ci sono segni che evidenziano una preoccupante diminuzione di interesse.
Tra gli interventi, particolarmente interessante è stato quello del direttore dell’Istituto di cultura di Berlino, il prof. Luigi Reitani, che a conferma della tendenza suddetta ha menzionato la situazione della capitale. Al momento al Politecnico di Berlino i corsi di italiano sono stati soppressi e per questo sarebbe auspicabile un’azione politica e diplomatica che si estendesse anche all’ambito nazionale. Tale azione tuttavia non ha luogo, perché in Germania mancano politici italiani che la sostengano.
Nella sua presentazione il prof. Reitani ha parlato del valore della competenza linguistica. Riconoscere questo valore vuol dire capirne il significato in quanto “bene relazionale”, bene cioè “che serve per essere in relazione con se stessi, con gli altri e con il mondo”. Di qui l’importanza di capire quale sia la domanda di competenza linguistica al fine di condurre un’indagine di mercato, approfondita e seria, che fornisca i dati fondamentali per comprendere chi siano i frequentatori dei corsi e perché scelgano l’italiano. “Il primo dato è che non abbiamo dati” ha ironicamente rimarcato il professore.
Un altro problema, che riguarda in particolare gli istituti di cultura, è dato dal fatto che, ad eccezione di Berlino, i corsi sono affidati a società esterne e ciò impatta su visibilità, qualità e controllo delle attività svolte.
Una terza difficoltá è rappresentata dal fatto che gli istituti sono solo una delle realtà operanti sul territorio. Svariati altri attori operano senza coordinarsi e perfino in concorrenza tra loro.

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L’insegnamento dell’italiano, in Germania, finirá per scomparire?

La discussione finale è stata particolarmente accesa e interessante. In un botta e risposta con la rappresentante del ministero degli esteri, la dott.ssa Lucia Pasqualini, il prof. Balboni ha rimarcato l’importanza della certezza dei finanziamenti e dei tempi del loro rilascio. Ma la cifra stanziata per l’anno in corso (700.000 euro per tutta la rete estera) ha frustrato le aspettative, gelando l’uditorio. Al termine dei lavori è stata rimarcata la necessità di un’estesa azione di coordinamento, a vari livelli e gradi, e tra tutti gli attori coinvolti. Questo in sintesi è il lascito degli Stati generali della lingua italiana in Germania e all’ADI va l’apprezzamento per aver promosso e organizzato la manifestazione.
Che ci voglia più coordinamento è senz’altro vero, che questo possa essere effettivamente realizzato è, tuttavia, opinabile. Il coordinamento è oggetto di critiche perché difficilmente attuabile e rinviato con scarso successo alla responsabilità degli individui, che spesso rinunciano a causa del notevole aumento di lavoro che ne deriverebbe o perché temono una perdita di potere. Nel caso dell’insegnamento dell’italiano in un Paese grande come la Germania e senza una strategia comune e condivisa, come potrà funzionare il coordinamento delle numerosissime persone coinvolte? Basterà il grido di dolore espresso a Monaco l’8 aprile scorso?

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