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Berlin Pride: non esiste una sola omosessualità

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© Reuters

di Emanuele Crotti
(pubblicato originariamente su Berlinandout)

“Nessuno può essere libero se costretto ad assomigliare agli altri”, Oscar Wilde.

Se Berlino può essere considerata oggi la capitale LGBT d’Europa non è soltanto per le sue notti libertine e sregolate ma soprattutto per la conquista di una forma speciale di normalità della sua comunità omosessuale. Tolte le opportune eccezioni questa è una città dove finalmente non ha più senso dire “questo è un posto per gay”, e le persone possono gestire la propria vita senza doversi sentire stigmatizzate per le proprie scelte sentimentali e sessuali. Si tratta di una conquista durissima che è passata attraverso più di un secolo di auto affermazione, persecuzione (spietata, nazista), rivendicazione, lotta politica e sociale e in ultimo per fortuna celebrazione. A raccontare questa storia travagliata è una delle più importanti istituzioni culturali della nazione il Museo di Storia Tedesca che il 26 giugno, in occasione della Pride Week, ha inaugurato in cooperazione con lo Schwules Museum la mostra“Homosexualität_en” ovvero “Le Omosessualità”, riconoscendo una specificità tedesca nella lotta della comunità LGBT per l’affermazione dei propri diritti, ma soprattutto opponendosi a quel sistema idiota di generalizzazioni per cui una persona è etero o è gay. Come se fosse facile stabilire una linea di separazione. Come se non ci fossero infinite sfumature sia nell’essere etero, sia nell’essere gay. Nell’essere uomo e nell’essere donna. Nell’essere umano.

Tipicamente tedesca è la libertà e la precisione spudorata (storica e scientifica) con cui si parla di certi argomenti. Per chi viene dall’Italia, paese dei “velati” per eccellenza, a volte si tratta di uno shock. Di fatto nell’immaginario collettivo italiano l’omosessualità è stata solo da poco sdoganata (attraverso i reality show?) e fino a qualche tempo fa “Il Vizietto”, Lady Oscar e – per i più colti – i riferimenti danteschi alla “violenza contro natura” di Brunetto Latini costituivano il background culturale su cui inquadrare eventi come il “Gay Pride”Amazzoni plurisessuate in succinti costumi borchiati cavalcheranno dinosauri rosa, costringendo uomini e donne ad accoppiamenti scellerati nelle strade, travolgendo le sentinelle (in piedi?) della civiltà… tapperanno il traforo del Monte Bianco con i boa di struzzo e squarceranno la Salerno – Reggio Calabria a colpi di tacco a spillo… cancelleranno i parcheggi in centro e le mezze stagioni… ci si potrà sposare con i maiali… i cani chiederanno bambini in adozione... quando sento ragionamenti di questo tipo mi scorre un brivido sillogistico lungo la schiena: persino un monaco medioevale resterebbe inorridito da tale abuso della ragione e della lingua umana (qui non si tratta di difendere i diritti dei gay ma della Logica, San Tommaso d’Aquino facci la grazia e dona loro un cristianissimo mutismo).

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© Reuters

Berlino è stata invece una delle prime città europee a recepire gli stimoli che venivano da oltre oceano quando, era il 1969, nella Christopher Street di NY si verificarono i primi moti di protesta della comunità LGBT contro i soprusi della polizia: a quei tempi l’omosessualità era ancora un reato e si poteva finire in prigione ma alla fine nel 1979 anche a Berlino (Ovest) si prese coraggio e si scese in strada (ovviamente c’erano omosessuali anche a Berlino Est, ma di scendere in strada si guardavano ben bene).

Oggi a Berlino ci sono addirittura due parate: una è il CSD ufficiale, che con carri festosi e musica tecno, attraversa i quartieri di Charlottenburg, Schoeneberg (quartiere gay per antonomasia), Tiergarten terminando nel cuore dell’ufficialità tedesca, la Porta di Brandeburgo. É un evento che mescola carnevale e politica ed è accompagnato da discorsi, fiumi di birra e tanta gente di ogni orientamento sessuale che scende nelle vie di Berlino e partecipa insieme ai propri concittadini LGBT alla grande celebrazione.

Per qualcuno però il carnevale ha preso il sopravvento sulla politica. O meglio la politica si è impossessata di questo carnevale, ne ha addomesticato la potenza dionisiaca e ha imparato a sfruttare la retorica dei “diritti per i gay” al fine di apparire un pochino più corretta, equa, sensibile. Purtroppo oggigiorno i diritti della comunità LGBT sono diventati la carta igienica con cui i governi occidentali si puliscono il culo dopo avere cagato sull’Umanità.

Il secondo CSD che si celebra a Berlino, quello di Kreuzberg, rifiuta categoricamente questo “camuffamento” e afferma con coraggio la propria radicalità politica: si scende per le strade per rappresentare tutte le forme di omosessualità (non solo quella bianca, palestrata, ricca e accondiscendente), per difendere i diritti di tutte le minoranze, per combattere ogni forma di razzismo e paura, in particolare, per una città multietnica come Berlino, la islamfobia che purtroppo compare spesso nei discorsi dei leader conservatori LGBT: alle persone che sfilano a Kreuzberg non importa se offri le tue belle spiagge a tutti i manzi europei in cerca di avventure erotiche, o se riconosci i matrimoni in tutti gli stati SE nel frattempo fomenti l’odio fra i popoli e ti riempi le tasche con quel grande business chiamato guerra.

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Il Kreuzberger CSD parte da Oranienplatz e termina dopo una breve marcia nel quartiere a Heinrichplatz, lì potete trovare i discorsi dei politici, dei rappresentati di tante associazioni LGBT e ovviamente un momento di festa finale. A cui partecipano tutti: la nonna turca che sforna gozleme per la folla affamata, la coppia lesbica con i suoi bambini, la coppia etero con i suoi bambini, il signore gay in sedia a rotelle, i travestiti un po’ attempati (le cui rughe raccontano la poesia epica del movimento), la gioventù hipster gender fluid, e quest’anno, ospiti di riguardo, i “rifugiati”, gli esuli e i migranti, il cui diritto a sognare una vita migliore in un posto migliore è difeso dalla comunità LGBT indipendentemente dai loro gusti sessuali (ma ricordiamoci che alcuni di loro vengono da paesi in cui il Presidente della Repubblica promette in tv di lapidare ogni gay).

Una comunità, quella di Kreuzberg, che non accetta etichettature e che chiede a ciascuno di esibire con coraggio, libertà e gioia i propri colori. Senza sponsor, senza brand. Perché l’arcobaleno non si compra, non si vende, non si vota. C’è.

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