“Une jeunesse allemande”: come parlare di terrorismo alla Berlinale

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di Emanuela Barbiroglio

Sbaglia chi crede che la brace della violenza in Germania si sia esaurita quando Stalin, Attlee e Truman si sono fatti fotografare a Potsdam sulle famose poltroncine di vimini, o che l’insurrezione (con i suoi inni, le sue grida, i suoi manifesti, ma anche la resistenza e i sotterfugi) esistesse soltanto sotto la DDR e che avesse motivo di esistere soltanto lì.

Alla fine degli anni ’60, i moti di ribellione che stavano scuotendo il mondo intero arrivarono anche nella Repubblica Federale Tedesca. Non ancora stanco, non ancora abbattuto, lo spirito critico dei giovani trovò un modo per farsi sentire anche in un Paese condannato al silenzioso assenso per tutte le brutalità commesse in mezzo secolo.

Mentre nella Germania dell’Est la mania del controllo stava portando alla formazione di uno stato di polizia, chi si era ritrovato ad abitare a Ovest doveva ritenersi fortunato: non restava che accettare di buon grado l’ordine costituito.

Ma gli studenti di cinema, giornalismo e giurisprudenza di Berlino si decisero ad alzare la voce contro tutte le incoerenze della pervasiva cultura occidentale.

Ulrike Meinhof, Horst Mahler, Holger Meins, Gudrun Ensslin e Andreas Baader si batterono per il diritto di espressione artistica, contro la supremazia del gruppo editoriale filo-governativo Axel Springer. Al culmine delle loro proteste, la fondazione della Raf (Rote Armee Fraktion) e lo scoppio del terrorismo di estrema sinistra nell’autunno del 1977.

Ce ne parla il quarantenne Jean-Gabriel Périot nel suo film “Une jeunesse allemande”, in sala per l’apertura della sezione Panorama alla Berlinale 2015.

Il regista francese ha portato sullo schermo il film che egli stesso avrebbe voluto vedere. Guardando “Germania in autunno”, pellicola collettiva del 1978 prodotta dalla Filmverlag der Autoren (tra cui Rainer Werner Faßbinder) che indagava il problema della lotta politica, non ci aveva capito niente. Ha quindi deciso di realizzare un documentario che rispondesse alle sue stesse domande. Non c’è riuscito, a suo dire, ma almeno c’ha provato.

Dopo dieci anni di ricerche, fra archivi privati e di stato, ha dato un ordine comprensibile all’enorme quantità di materiale originale raccolta. Il risultato è un’ora e mezza di Storia ben rappresentata, rendendo giustizia ai suoi protagonisti. Senza dimenticare di fare onore all’antenato cinematografico, accorpando negli ultimi minuti la scena della conversazione tra Faßbinder e la madre.

Come si trasforma una persona in un terrorista? Questa è la spinosa questione con cui Périot ha iniziato il suo lavoro. «Certi tipi di violenza sono in qualche modo giustificabili», ma, di fronte al momento in cui la rivolta rinuncia al dialogo e diventa aggressione, il regista non può giudicare.

Interrogato dagli spettatori subito dopo la proiezione, ha dichiarato: «Non mi interessa un pubblico in particolare». La sua intenzione non era infatti colpire qualcuno, bensì parlare onestamente di quello che è successo e di quello che personalmente ha scoperto durante le ricerche: «Come un insegnante di storia».

Il merito di Périot è stato certo spiegare cosa accade quando un’ideologia si scontra con il sistema e presentare il terrorismo come una delle  reazioni possibili, da parte di un gruppo le cui ambizioni vengono represse e rimangono nascoste sotto il tappeto. Lontano dai luoghi comuni e dalle facili approssimazioni, in un momento delicato come questo in cui nuove vittime e nuovi carnefici si stagliano sulla cronaca, rivivere gli anni di piombo forse aiuta a capire. Quantomeno, la conoscenza del passato permette di allargare il campo per intuire che purtroppo non ci sono ruoli predefiniti, che il buono contro il cattivo esistono solamente nella nostra immaginazione e che moltissime delle nostre domande sono destinate a non trovare risposte.