Se una notte d’inverno uno con le sopracciglia depilate a Berlino

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© Dieter Titz / CC BY SA 2.0
© Dieter Titz / CC BY-SA 2.0
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© Dieter Titz / CC BY-SA 2.0

di Pseudonimo*

Mi descrivo:

bianco caucasico, barba molto folta, stempiatura mediterranea, fisiognomica da malintenzionato, occhiaie da mafioso dei Simpson, villo in mostra, motocicletta da tipo pericoloso, atteggiamento impenetrabile.

In poche parole: ho tutte le credenziali per essere il direttore di un casinò di Las Vegas.

Vi dico solo che evito di tatuarmi per fare in modo che le vecchiette di Tempelhof possano ancora uscire di casa per fare la spesa alla Lidl.

Ho frequentato le peggiori camicie hawaiane del mercato per farmi questa faccia e a quanto pare non è servito a nulla, se è vero che due settimane fa, qui a Berlino, mi hanno inculato il portafoglio dalla tasca.

Questo evento, oltre a rendere del tutto inutile il transito su questo pianeta di Cesare Lombroso, è stato significativo anche per un altro motivo: perché non è successo solo che sono stato derubato – io, con questa faccia – ma soprattutto è successo che– io, con questa faccia– sono stato derubato da uno che va dall’estetista.

Ci metti una vita a sembrare il bodyguard di te stesso, poi arriva un tipo con le sopracciglia depilate e rovina tutto.

È una notte d’inverno. Passeggio a Kottbusser Tor in coppia con una ragazza italiana.

Ho voglia di esprimermi: dunque chiacchiero e lo faccio in lingua madre, giacché solitamente evito di parlare finlandese con dei connazionali.

Peccato però che questa cosa venga interpretata da un tale con le sopracciglia depilate come un’autorizzazione a delinquere.

A tutta prima, per stordirmi, mi lancia uno stereotipo:

– “Italiena! Italiena!” –

Poi mi si avvicina con movenze gommose, posiziona la sua gamba destra in mezzo alle mie e comincia ad ondeggiare il bacino come una spogliarellista di Ipanema.

Il balletto dura circa cinque secondi. Sei, al massimo. Ma riesce lo stesso a contenere tutto il grottesco che può essere contenuto all’interno di dodici interi matrimoni tenutisi nei pressi di Acerra (Napoli).

A coreografia ultimata, il tizio si liofilizza. Insieme alle sue sopracciglia depilate torna dentro una confezione di zuppa istantanea Knorr, nel reparto salse conserve e merengue del Kaiser.

Non c’è altra spiegazione. Scomparso.

Io invece rimango lì, immobile, a cercare di recuperare il senso del bello passandomi mentalmente in rassegna tutte le opere del Brunelleschi.

Il coefficiente antiestetico dell’evento mi ha a tal punto turbato da non considerare l’eventualità che qualcuno mi abbia appena ravanato i pantaloni alla ricerca di qualcosa di diverso dal mio canale uretrale.

Poi, al 21esimo del secondo tempo, Fantozzi finalmente realizzò.

Il portafoglio, cazzo.

È chiaramente una situazione di emergenza. E nelle situazioni di emergenza pare che sia necessario prendere la decisione giusta in tempi stretti (problem solving), saltare tutti i passaggi logici che possano rallentare la risoluzione del problema e giungere dritti al punto.

Ed io che questa cosa la so, mi attivo subito: parto come un treno ed in due secondi arrivo dritto al panico totale.

Non vorrei deludervi, ma sono il classico tipo che se gli inculano un portafoglio a Kottbusser Tor, la soluzione più rapida che trova è quella di cercare su google “cosa fare se ti inculano un portafoglio a Kottbusser Tor”.

Un’attitudine da non sottovalutare se ti va a fuoco l’appartamento mentre ci stai dentro, se ti cade il figlio appena nato dalle braccia mentre lo stai battezzando; cose così.

Ecco perché dopo la penultima catastrofe, ho personalmente brevettato un piano B di risoluzione. Rapido, efficiente, adatto a tutte le occasioni critiche: il suicidio.

In questo caso però, accanto a me c’è una persona senza evidenti disturbi di personalità per cui rimando la morte alla prossima puntata e comincio a chiamare tutti i numeri telefonici che nel frattempo questa eroica compagnia mi ha procurato.

È presto fatto: con sole trenta euro di chiamate nazionali ed internazionali mi porto a casa il blocco di tutti i miei bancomat presenti, passati e futuri.

E intanto l’ansia è ancora lì, e mi guarda. Per estinguerla mi tocca fare parecchie cose aggiuntive, tipo: cambiare la serratura di casa, comprare su amazon uno spray al peperoncino, prendere un antibiotico non si sa mai più in là nella vita mi venisse la febbre alta, indossare un preservativo.

Poi – a mente ormai serena – ripenso alla saggezza incompresa di Marco; un ex collega di lavoro il cui complottismo nei confronti del prossimo arrivava al punto da convincerlo a lasciare portafoglio e bancomat a casa e ad uscire solo con 10 euro in tasca “perché non si sa mai”.

Un’affermazione che unita al suo cavallo di battaglia “Francesco Totti è Dio” me lo faceva osservare come si osserva di solito un testo proveniente dall’antico Egitto.

È ormai notte inoltrata. Io e la mia assistente alla vita siamo al commissariato e un omone grande, grosso e sicuro della sua preferenza politica, mi chiede di fare un identikit.

Capisco di trovarmi nei pressi di un probabile fallimento mnemonico quando mi accorgo che i tratti somatici da me elencati alle forze dell’ordine stanno dipingendo una descrizione sfocata non tanto del criminoso ballerino, quanto di Marika: una tizia con cui mi capitò di parlare per circa trenta secondi durante una festa di carnevale del 1991.

– Aveva una gonna di jeans plissettata e delle scarpe col tacco rosso –

Fortuna che il tedesco lo mastico a stento e non so come si dice plissettata.

La storia sta finendo.  Il poliziotto mi congeda rassicurandomi sul fatto che non ritroveranno mai né il mio portafoglio, né i miei documenti.

E mo’ a parte l’ironia, sento l’urgenza di darvi un consiglio: se una notte d’inverno uno con le sopracciglia depilate vi si avvicina a Kottbusser Tor e tutto ad un tratto si mette a ballare la lambada per far passare inosservato il furto del vostro portafoglio, voi provate a contrastarlo con la macarena.

Fa passare inosservati i calci nei coglioni.


*Pseudonimo*

pseudoQuando ero piccolo tutti avevano un sogno nel cassetto, e invece io ce l’avevo nel portaoggetti della Clio. In ogni caso non s’è ancora realizzato, quindi inutile parlarne. Vivo in questo pianeta da trentacinque anni e a Berlino da circa tre. Dal 2006 in poi ho peggiorato qualitativamente riviste su abbonamento (Progress, Progress Viaggi, All about Italy), webzine (Bazarweb, Fuoribusta), riviste settoriali (Cinemabendato, Wundergammer), cartacei satirici (Mamma) e testate nazionali (Il Fatto quotidiano). Nel 2009 la giuria specializzata del Premio Franco Solinas ha erroneamente giudicato interessante un mio trattamento cinematografico dal titolo “Guarda e passa”, segnalandolo altrettanto erroneamente ai produttori. Per il Mitte curo la rubrica “Welche sauce?” dal sottotitolo giustamente poco pubblicizzato “Kebab e altri puntri di vista fuorvianti su Berlino”. Utilizzo le residue energie vitali nel tentativo di elaborare una maldestra poetica fotografica (www.pietroromeo.net). Attualmente sono inoltre impegnato a vivere la biografia di un altro e a non accontentarmi di quello che ho.

8 COMMENTS

  1. Almeno una volta nella vita si fa la figura del “minchione”. A me capitò a Sala Consilina circondato da un’orda di donne con le gonne alla caviglia: Rom e con i soldi della vacanza volatilizzati.

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