Per una prevenzione dello sputo libero nell’area metropolitana di Berlino

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© Doug / CC BY-NC-ND 2.0
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di Pseudonimo*

Ci sono domande a cui la scienza non ha ancora risposto. Anzi, ci sono domande che la scienza non si pone nemmeno. Milioni di euro spesi in ricerca contro il cancro, fondazioni scientifiche contro la sclerosi multipla, questa sera su Raiuno il Telethon con Fabrizio Frizzi e manco un cacchio di ricercatore che si mette lì col suo libro di biologia delle superiori a cercare di capire qual è la parte del cervello che ordina al nostro organismo di sputazzare in pubblico.

Fa niente, state pure tranquilli cari scienziati. Continuate ad impanare mitocondri e a friggere cellule staminali. Tanto mica ci vivete voi in questo posto pieno di arte, cultura, movimenti underground, club techno e ghiandole salivari iperattive: Berlino.

Perché a Berlino la gente sputa così tanto?

Perché c’è un numero così inquietante di creature che sente la pressante esigenza di mostrarmi una specie di teaser dei propri processi digestivi?

A Berlino sputano tutti. Indipendentemente da fattori come genere, classe sociale, stadio evolutivo, album dei Pink Floyd preferito e kebabbaro di fiducia.

Rapporto 1:1. Uno vive, uno sputa. C’è meno gente che respira, per capirci. O che scazza a tavola con la suocera domenica a pranzo.

Fatevi un’idea.

Ora, una società responsabile avrebbe come minimo riesumato la Sacra Inquisizione o le sculacciate di Nonna Papera per punire questi scostumati. Invece niente. Mi tocca fare tutto da solo.

Il fatto è che non avendo il taglio di capelli adatto per ricoprire un ruolo autoritario, il massimo che mi posso permettere è di riscrivere la domanda che mi sono posto qualche rigo sopra:

Perché a Berlino la gente sputa così tanto?

Ho elaborato tre possibili risposte in grado di spiegare il fenomeno: ve le elenco.

Ipotesi numero 1: la gente a Berlino sputa perché la saliva qui ha lo stesso sapore di una canzone dei Gipsy King.

Ipotesi numero 2: la gente a Berlino sputa per manifestare il proprio dissenso metafisico nei confronti dell’esistenza.

Ipotesi numero 3: la gente a Berlino sputa per lo stesso motivo per cui mio nonno scappava di casa in moto e si faceva ritrovare un mese dopo tutto ricucito in uno sperduto ospedale della Sicilia orientale.

Per attirare l’attenzione su di sé.

Elaborai per la prima volta questa teoria alla stazione di Platz der Luftbrücke. La U-bahn ritardava e visto che io detesto il sudoku e in qualche modo dovevo pur ingannar l’attesa, mi misi a contare gli sputazzi di un tipo vestito da evidenziatore della Stabilo Boss.

Probabilmente influenzato dai colori contundenti del suo outfit, azionai il ragionamento deduttivo in corredo quando ormai costui aveva perso l’80% dei liquidi corporei ed era prossimo alla disidratazione.

 – Vorrà farsi notare. Sì, il suo scopo è quello di dirmi che esiste. No, meglio. Il suo scopo è dirmi che esiste più di me. Ed è pure vero, visto che espleta un numero di funzioni vitali n volte superiori a quelle che espleto io nella medesima unità aristotelica di tempo. –

Mentre per terra, pian piano, cominciava a delinearsi un preziosissimo Matisse di catarro che attirò l’attenzione di un paio di galleristi, così pensavo e anche peggio. Perché ad un certo punto provai addirittura ad articolare e stratificare la mia tesi.

Non c’ho proprio un cazzo da fare nella vita. È evidente.

– Forse c’entra pure la propriocezione però. Sì, secondo me il tipo scaracchia anche per distinguersi dalla materia circostante e per geolocalizzarsi. Geniale: lo sputazzo come gps. Non ci avevo mai pensato. Però sì, ovviamente non gli basta sapersi dov’è. Vuole che anche io e gli altri qui, ci rendiamo conto di essere finiti dov’è finito lui. In un mondo sbagliato.

Poi la U-bahn arrivò ed io la smisi di pensare stronzate in corsivo.

Ora invece, a chiusura, propongo una soluzione. E per farlo mi tocca, ahimè, scivolare sul pianale della retorica intellettuale: per cui non giudicatemi se sembro un piacione.

Il fatto è che mentre me ne sto qui a cazzeggiare sulla tastiera al fine di inquinare le vostre coscienze, lo shuffle di iTunes ha deciso di farmi ascoltare la Gymnopédie nº 3 di Erik Satie orchestrata da Debussy e credo che questa composizione, così apollinea, sia in grado di inibire totalmente ogni forma possibile di salivazione tamarra.

Giusto per conferma, sto provando proprio ora a sputazzare per terra ma con risultati pressoché nulli. Non c’è verso. Giuro che non ci riesco.

E per questo proprongo: rendere obbligatoria la Gymnopédie nº 3 di Erik Satie orchestrata da Debussy su tutti gli mp3. Perlomeno nell’area metropolitana di Berlino.

*Pseudonimo*

pseudoQuando ero piccolo tutti avevano un sogno nel cassetto, e invece io ce l’avevo nel portaoggetti della Clio. In ogni caso non s’è ancora realizzato, quindi inutile parlarne. Vivo in questo pianeta da trentacinque anni e a Berlino da circa tre. Dal 2006 in poi ho peggiorato qualitativamente riviste su abbonamento (Progress, Progress Viaggi, All about Italy), webzine (Bazarweb, Fuoribusta), riviste settoriali (Cinemabendato, Wundergammer), cartacei satirici (Mamma) e testate nazionali (Il Fatto quotidiano). Nel 2009 la giuria specializzata del Premio Franco Solinas ha erroneamente giudicato interessante un mio trattamento cinematografico dal titolo “Guarda e passa”, segnalandolo altrettanto erroneamente ai produttori.
Per il Mitte curo la rubrica “Welche sauce?” dal sottotitolo giustamente poco pubblicizzato “Kebab e altri puntri di vista fuorvianti su Berlino”
Utilizzo le residue energie vitali nel tentativo di elaborare una maldestra poetica fotografica (www.pietroromeo.net). Attualmente sono inoltre impegnato a vivere la biografia di un altro e a non accontentarmi di quello che ho.