La “Werthersfieber” e altre poetiche malattie che possiamo contrarre solo in tedesco

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© cosmo flash / CC BY-SA 2.0
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di Miriam Franchina

Stamattina mi dò all’autodiagnosi e mi dichiaro vittima di Frühjahrsmüdigkeit. Fa un certo effetto per descrivere la fiacchezza di inizio anno, la lentezza di riflessi e di idee che mi condanna a lunghi giochi di sguardo con lo schermo, sperando di vedervi magicamente comparire una tesi.

Motivatela un po’ come vi pare, ma la stanchezza d’inizio anno è l’unica carta che ho da opporre Torschlusspanik: la lancetta dell’orologio non dà segni di clemenza, e a fine anno la borsa di dottorato sarà vuota come lo è ora la mia creatività.

Altro commune sintomo di questo malessere generale da ultimo anno di dottorato è il Fernweh: il dolore per quello che è lontano, un latente, ma persistente desiderio di mettersi uno zaino in spalla, alzare il police e partire senza sapere dove andare. Del resto, le idee migliori vengono quando non le si cerca e si scappa da tastiera e biblioteche, o almeno così mi piace ripetermi come mantra propiziatorio.

Non troverei, invece, alcuna scusante di Kevinismus: stando ad un’indagine condotta nel 2009, chi si chiama come il protagonista di “Mamma, ho perso l’aereo” tenderebbe a non essere brillante a scuola. Il motivo? Come per la variante femminile, il Chantalismus, a battezzare con nomi esotici, magari in combinazione con un teutone Detleft o Ulrike, sarebbero soprattutto genitori che non hanno in saccoccia lauree plurime e assegni a tanti zeri.

Certo non sono nemmeno una Sophia o un Maximilian, ma il rapporto platonico con il file “Disseration.doc” scatena ripetuti attacchi di Ichschmerzen. O, prosaicamente, di insoddisfazione con me stessa e le mie capacità.

Se mi rendessi conto che il mio ristagno mentale è dovuto alla pressione della società del consumo e ai suoi modelli edonistici, allo sgretolamento relativista di ogni certezza e all’aumento globale del prezzo del cioccolato, allora il mio problema si chiamerebbe Weltschmerz, un dolore che coincide con la consapevolezza dell’inadeguatezza di questo mondo ai miei nobili ideali.

Vi riconoscete nell’identikit? Niente di sorprendente, è del resto una Zeitkrankheit, malattia dei tempi che corrono, come il sovrappeso, il mal di schiena cronico e la presunzione di libertà d’espressione.

Malattia che non conosce limiti né di tempo né di spazio, invece, è il Werthersfieber, la febbre che già fu di Werther per amori impossibili o non corrisposti. Fortunatamente il suicidio del terzo millennio è sublimato in un più igienico hara-kiri sui social network, un colpo di click, spargimento di pixel, un epitaffio in 140 caratteri e via.

Resterebbe solo da capire se, cinguettando in tedesco, non si dovrebbe avere il diritto a caratteri supplementari, ma questa è una battaglia per i diritti civili che collide con una certa Schadenfreude: vuoi mettere un Friedrich Gottlob Kevin qualunque che twitta “Beim Arzt wegen Nasennebenhöhlenentzündung” ad un “dal medico per sinusite”?