Le rappresentanze politiche italiane a Berlino: intervista a Federico Quadrelli

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Federico Quadrelli sul palco di un convegno SPD a Berlino

di Alessandro Brogani

> Questo articolo fa parte dell’inchiesta “Einwanderer – L’immigrazione italiana (e non solo) in Germania” realizzata da Alessandro Brogani nel luglio 2014. Clicca qui per leggere la prefazione e sfogliarla capitolo per capitolo <

Le istituzioni: i partiti politici

A Berlino, come nel resto della Germania, due sono i partiti italiani più diffusi e rappresentativi: il PD ed il Movimento 5 stelle. Quest’ultimo a dire il vero è presente sul territorio da relativamente poco tempo e non ha una sede propria. Al contrario il PD ha mantenuto la struttura del vecchio PCI ed ha 28 circoli.

A Berlino gl’iscritti formalmente sono 35 e s’incontrano nella sede del SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, ovvero il partito Socialdemocratico di Germania). Proprio in qualità di maggior partito ho deciso d’incontrare il Presidente del Circolo, Federico Quadrelli. Laureato in Sociologia, 27 anni, si è trasferito nella capitale tedesca proprio come molti altri italiani per trovare un’occupazione.

einwandererDottor Quadrelli, mi può brevemente spiegare quali sono le maggiori iniziative che il PD mette in atto, in qualità di primo partito presente sul territorio, per agevolare i nostri connazionali nel complesso fenomeno dell’integrazione?
Il nostro è tutto un lavoro di volontariato ed abbiamo anche limitazioni di ordine giuridico. Concretamente ci stiamo muovendo adesso come PD. Io sono nuovo, essendo stato eletto nel 2013, ma stiamo prendendo contatto con la deputata del SPD Eva Högl, che si è occupata della recente riforma del lavoro che riguarda tanto i lavoratori tedeschi che stranieri. Abbiamo fatto già incontri sull’immigrazione. In particolare ce n’è stato uno tra la deputata Laura Garavini e la senatrice Dilek Kolat, sempre del SPD, in vista delle ultime elezioni europee. Da parte dei tedeschi abbiamo trovato grande disponibilità a parlare dell’argomento.

Mi dica quali sono le sue impressioni circa i nostri connazionali, i giovani in particolare.
C’è una rappresentazione un po’ troppo rosea in Italia di questo nuovo fenomeno migratorio, se mi permette in parte anche dovuto alla stampa. Non voglio generalizzare, ma purtroppo molti di quelli che ho incontrato non hanno la benché minima idea di cosa li aspetti quando vengono a Berlino; non parlano la lingua e spesso neanche l’inglese. Inoltre non hanno una formazione specifica ed arrivano credendo che sia più facile accedere a determinati servizi o all’alloggio perché pensano che sia a buon mercato, ma non è così. Specialmente se tutti vogliono andare a vivere a Friedrichshain o Kreuzberg, quartieri nei quali siamo passati da un costo per una stanza nel 2008 di 200€ al mese agli attuali 400 o 500. Questo ovviamente perché più italiani e spagnoli vogliono andare a vivere nei quartieri cool della città e più i proprietari ne approfittano rincarando i prezzi. Quello che noi abbiamo cercato di fare con il blog e con gli Stammtisches (letteralmente tavoli fissi, cioè riunioni per discutere di determinati argomenti) è proprio di dare informazioni in merito, cosicché si possa diffondere anche a chi sta in Italia, con il passaparola, la reale situazione.

Lei ritiene dunque che la lingua e la formazione siano elementi essenziali?
Si, decisamente. Difficilmente si riesce ad accedere qui a Berlino ad un lavoro qualificato, con un reddito che giustifichi il fatto di essere arrivati dall’Italia e che eviti d’andare a fare il lavapiatti per tirare avanti; cosa quest’ultima che peraltro non si sarebbe stati disposti a fare in Patria. Ripeto, a meno che non si abbia una laurea in ingegneria o una formazione realmente specifica e che s’intenda imparare la lingua sarebbe meglio evitare l’avventura. Qui non è il paradiso. Occorre impegnarsi.

Ed il sistema universitario tedesco? Come lo giudica? È migliore di quello italiano?
Esperienze dirette non ne ho, ma direi che qualitativamente parlando il nostro sistema non sia peggiore, anzi. Forse le università tedesche sono maggiormente orientate alla pratica. Con questo non voglio però dire che se c’è una connessione dell’università con il mondo del lavoro c’è un miglioramento della crescita o dell’occupazione, come intendono alcuni. Il problema non è la formazione. È tradurre quello che hai appreso in un’occasione lavorativa. Lo Stato tedesco è molto presente in questo senso. C’è un’assistenza molto forte per la disoccupazione, così come ce n’è una per l’occupazione.

Che tipo di comunicazione c’è fra voi ed il PD in Italia?
Vede, secondo me, in Italia si parla poco d’Europa. Spesso si ha l’opinione che gli oltre 4 milioni ed ottocentomila di nostri connazionali sparsi per il mondo abbiano voluto abbandonare la Patria a se stessa. Non voglio prendere le difese di nessuno, nemmeno del mio partito. Sono tutte iniziative personali. Ho contattato il Ministro Poletti in merito alla discussione del sistema duale di lavoro tedesco, ma è anche vero che non è facile farsi ascoltare. La comunicazione è difficile. Nel 2011 quando me ne andai io dall’Italia, scrissi al viceministro Martone, dicendogli che non ero io che stavo scappando, bensì lo Stato che stava commettendo un crimine nei miei confronti, obbligandomi a cercare altrove le possibilità che nel mio Paese mi erano negate. Questa è una mia opinione personale, non parlo a nome di nessuno.

E cosa le rispose il viceministro?
Mi rispose che era vero e che sicuramente avrebbero lavorato su questo tema: non se n’è visto niente.

A chi si dovrebbero rivolgere i nostri conterranei per un corretto processo d’integrazione? Alle nostre Istituzioni: l’Ambasciata, l’Istituto di cultura, i Com.it.es e da parte tedesca il Bundesagentur für Arbeit. Per quest’ultimo però bisogna conoscere il tedesco e quand’anche lo si conosca non è facile, perché il linguaggio è estremamente burocratico.

L’Ambasciata dà secondo lei sufficiente assistenza?
Difficoltà burocratiche a parte, sì.

Allora i maggiori problemi da dove verrebbero?
Dall’Italia. Le opportunità in Germania ci sono. Il Governo Schröder fece molto per l’integrazione e stanziò notevoli risorse per la comunità italiana, in primis attraverso gli Integrazionskurz (corsi d’integrazione). Nel nostro Paese, invece, c’è molta ignoranza circa le procedure e le conseguenze del trasferirsi all’estero. Sull’A.i.r.e regna la confusione: iscrivendocisi si perde l’Assistenza sanitaria nazionale, ma alcuni pensano che si perda addirittura la cittadinanza.

Un’ultima domanda: perché secondo lei i giovani sono poco vicini ai partiti politici, anche qui all’estero?
Io parto dal presupposto che uno debba avere un interesse di partenza per le cose. Non riesco a capire il perché i giovani non s’interessino alle cose che li riguardano anche da vicino, salvo poi avvicinarti per chiederti cosa puoi fare di concreto per loro. Per fare qualcosa per loro ci vogliono le risorse. Inoltre questo aiuto potrebbe essere interpretato come scambio di voto. Comunque ci stiamo lavorando. Rispetto ai politici di una volta abbiamo la volontà di cambiare le cose perché abbiamo una visione d’Europa differente rispetto al passato.

> Nell’ottavo e ultimo capitolo, che sarà pubblicato domani 25 luglio, le conclusioni della lunga e approfondita inchiesta realizzata da Alessandro Brogani. Per rileggere i primi sei capitoli, clicca qui.