Primark: la nuova filiale apre oggi a Berlino. Chi paga veramente la moda low cost?

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© aikijuanma / CC BY 2.0
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di Emanuela Barbiroglio

Quando le ragazze vogliono fare un po’ di shopping low cost, non ci pensano due volte: è Primark la loro meta. Migliaia di vestiti appesi alle grucce, colori sgargianti, una pioggia di accessori, così tante scarpe da non saper dove guardare. Qua si realizzano i sogni di tutte.

Certo, soprattutto perché i prezzi sono più bassi che altrove. Il colosso irlandese dell’abbigliamento, infatti, ha scelto di dare ragione alla quantità e condannare la qualità. È cosa nota a tutti e nessuno si offenderà. Basta toccare un maglione per capire che la consistenza non è delle più pregiate.

Ma non è soltanto sui materiali che Primark pare abbia deciso di fare economia. Risale alla scorsa settimana la notizia, presto smentita dai vertici dell’azienda, di etichette “abusive” contenenti un appello disperato dei dipendenti.

Le foto, diffuse su Twitter da Rebecca Gallagher e Rebecca Jones, due clienti di Primark, hanno fatto il giro del web alla velocità della luce: le ragazze avrebbero ritrovato sui loro recenti acquisti nel negozio di Swansea, in Galles, un vero e proprio Sos scritto sull’etichetta.

Un messaggio nella bottiglia, il libro dei nani nel Signore degli anelli: la letteratura è piena di racconti del genere. La triste soluzione al pericolo è chiedere aiuto, sotto anonimato, con poche parole cariche di significato: “condizioni degradanti” o “costretti a massacranti ore di lavoro”.

Oppure le due clienti hanno montato intenzionalmente uno scandalo contro l’azienda, come dichiarato dalla stessa dopo aver fatto investigare sull’accaduto.

Che si tratti di un fake oppure no, che a protestare quindi siano i produttori o i consumatori, la vicenda porta ancora una volta l’attenzione sulla sfacciataggine del capitalismo.

Primark è nata a Dublino nel 1969 ed è diventata famosa per il suo marchio azzurro sulle buste di cartone. Col tempo ha conquistato diversi mercati in tutta Europa: infinite, le caratteristiche borse ingombrano la metropolitana nelle mani di tutte le donne alla fermata della metro più vicina alla filiale.

Poi il 24 aprile 2013 il crollo del Rana Plaza, a Savar in Bangladesh. L’edificio ospitava le fabbriche di molti marchi famosi tra cui Benetton, Auchan, Camaïeu, Mango, El Corte Inglés, e Primark.

Quello che è stato considerato “il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nella storia, così come il più letale cedimento strutturale accidentale nella storia umana moderna”, ha portato sotto la luce dei riflettori il lavoro sfruttato ed estenuante delle persone coinvolte nell’incidente: 1.129 morti e 2.515 feriti.

Tutte le multinazionali hanno dovuto rispondere dell’accaduto di fronte alle proteste locali e non, promettendo una politica di gestione degli stabilimenti più umana. Primark è un membro della Ethical Trading Initiative e ha concesso un risarcimento solo alle famiglie che sono state in grado di fornire la prova, con il test del DNA, della morte di un parente nel crollo.

Oggi, a più di un anno dalla tragedia, c’è chi non dimentica. Alla vigilia dell’apertura della seconda filiale del negozio nel cuore di Berlino ad Alexanderplatz, qualche protesta si è fatta sentire. E oggi, per l’inaugurazione, sono previsti numerosi manifestanti fuori dal nuovo punto vendita di Alexanderplatz.

Ciò nonostante, possiamo scommettere che domani saranno tantissime in fila alle porte per l’inaugurazione e poi strette strette tra le fila di abiti e borse, lottando a spintoni e buttando all’aria le pile di magliette.

Una donna intervistata dal “Tagesspiegel” ammette: «Mi chiedo sempre: ho davvero bisogno di qualcosa di nuovo?».

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