“Una storia berlinese”

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© Dario J Laganà | elephant in Berlin
© Dario J Laganà | elephant in Berlin
© Dario J Laganà | elephant in Berlin

di Alessandro Brogani

Non avevo molto da fare quel pomeriggio dell’estate del 2012, fu così che decisi di andare a visitare l’allora da poco restaurato museo della Stasi, Ministerium für Staatssicherheit (il Ministero della sicurezza di Stato) ovvero la terribile polizia della DDR, nel quartiere di Lichtenberg, a poche centinaia di metri dalla stazione di Magdalenenstraße.

Arrivai sul posto verso le tre del pomeriggio, quando il sole è alto in cielo e ripararsi all’ombra è l’unica cosa che si abbia voglia di fare. La vista del bruttissimo palazzo mi convinse ancor più ad entrare in fretta e trovare tanto rifugio dal calore per la mia pelle, quanto la salvezza per il mio senso dell’estetica.

Pagai il biglietto ed iniziai la visita. Tralascerò qui i particolari dei numerosi oggetti di spionaggio presenti al primo piano dell’edificio, nonché la struttura organizzativa ampiamente documentata anche attraverso numerosi reperti di arredo al secondo.

Ciò che mi attirava maggiormente era l’idea dei documenti inerenti la “resistenza” presenti al terzo piano, così mi affrettai a salirvi. Storie di uomini che si erano sacrificati nel tentativo di opporsi al regime; preziose testimonianze salvate grazie ad un gruppo di dimostranti che nel 1990 si batté affinché gli ex funzionari del Ministero non le distruggessero per coprire i propri crimini.

Iniziai a passare in rassegna quella documentazione e mi soffermai su di un elenco di uomini che erano stati imprigionati e successivamente giustiziati dalla terribile polizia. Mentre ero assorto nella lettura avvertii la presenza di qualcuno alle mie spalle.

Mi girai e vidi un uomo sui 70 anni che osservava dietro due spesse lenti lo stesso elenco di nomi; un po’ più dietro c’era una donna, ancora affascinante nonostante il candore dei lunghi capelli ne denunciasse un’età non più tenera.

“Entschuldigung”, mi disse come a scusare la sua presenza. “Di nulla”, scappò a me in italiano. “Ah, lei è italiano!”, esclamò l’uomo a sua volta, “È raro che italiani vengano a visitare posti come questo. Non è una meta turistica per eccellenza, anzi!”. “Sì, è vero, forse perché i più s’annoiano a seguire le Vite degli altri” replicai io per citare il bellissimo film di F. Henckel von Donnersmarck, Das Leben der Anderen in tedesco. “Magari pensano semplicemente che siano un po’ tutte uguali”.

L’uomo mi guardò fisso, con lo sguardo di chi è stato abituato nella vita a dare peso alle parole, anche quelle uscite dalla bocca in modo casuale. Dietro il vetro spesso degli occhiali due pupille di un verde intenso, seppur rarefatto dal passare degli anni, mi trafissero come se avessi buttato dell’alcool sopra una ferita aperta. Percepii di aver smosso inconsapevolmente un mare di ricordi.

Dopo poco sembrò rilassarsi, si girò lentamente come per vedere se fosse ascoltato da altri e, con un sorriso bonario, mi disse: “Vede, giovanotto, le storie alle volte sono molto lunghe e complesse. Perfino troppo difficili da capire per chi le ha vissute in prima persona”.

Capii che c’era dell’altro dietro e lo incalzai: “Ne deduco che lei ne abbia una molto interessante da raccontare. Sono curioso, mi dica”. “La annoierei di sicuro” replicò lui. “Per giunta, non ho avuto una vita così interessante; almeno non più di quella di tanti altri, che hanno avuta meno fortuna!”.

Detto ciò si girò come per uscire, mentre ero rimasto sospeso ad ascoltarlo. Mi aveva come rapito con il tono della sua voce profonda e suadente. Non m’era mai accaduto prima d’allora. Capii che non avrei dovuto farmi scappare un’occasione come quella e con un tono quasi balbettante replicai: “No, no, al contrario. Si fermi per favore. Sono molto interessato a sapere i particolari della sua storia”.

“Sa”, dissi subito io aggrappandomi alla prima sciocchezza che mi passasse per la testa, “sto facendo la mia tesi di dottorato in storia contemporanea e mi interessa tutto di questo periodo”.

Il misterioso tizio comprese che mi stavo arrampicando sugli specchi, ma io insistei. “Veramente, la prego. Ho bisogno di spunti per finire il mio lavoro ed una persona come lei, che parli la mia lingua per giunta, quando mi ricapiterà?”. L’uomo che s’era avviato verso l’uscita, si fermò. Si girò e guardandomi mi disse: “Va bene. Ma non qui. Mia moglie è stanca e fra poco torneremo in albergo. Vediamoci lì domani mattina, per le 10. Storkower Straße 162. Mi raccomando, sia puntuale”. Non mi diede neanche il tempo di replicare e s’avvio fuori della stanza, così come aveva già fatto la donna che scopersi in quell’istante essere la moglie.

L’indomani mattina ero talmente eccitato all’idea dell’incontro che arrivai in zona, a Prenzlauer Berg, con più di mezz’ora d’anticipo. All’ora concordata entrai nella hall dell’hotel. Lui era già lì, seduto su una poltrona di pelle marrone; mi avvicinai e s’alzò salutandomi con un inchino. Mi fece sedere sul divano di fronte e disse con tono riflessivo: “Sa, ho pensato molto se avessi fatto bene ad invitarla qui per parlare. Ho capito che lei è un giornalista, ma questo non è il problema”.

“L’unica remora ce l’ha la mia coscienza, ed è forse proprio per liberarla che ho deciso d’incontrala”. Rimasi interdetto. Aveva capito chi fossi in realtà e nel contempo mi stava incuriosendo sempre di più con quella sua aria di mistero. Decisi di giocare a carte scoperte e m’affrettai a dirgli: “Lei ha ragione, signor…?”. “Non ha molta importanza il mio nome, almeno per il momento”, replicò pacato. “Bene, allora la chiamerò signor B, visto che siamo a Berlino”.

Che banalità, pensai, ma al momento non m’era venuto niente di meglio in mente. “Le dicevo che ha ragione, sono un giornalista, ma questo non vuol dire che ciò che lei ha da dirmi debba sfociare necessariamente in una storia da pubblicare. Il mio è più che altro interesse personale.” Il che era anche vero.

“Va bene”, replicò mister B, fingendo di credermi.

“Allora, questa storia ebbe inizio quando i sovietici costruirono il muro. Era l’agosto del 1961. Allora avevo 15 anni, quella bellissima età in cui si crede che i sogni siano realizzabili e sempre alla portata della tua mano. È giusto che sia così, ma non sapevo quanto fossi ingenuo e quanto ancora avessi da imparare dalla vita. Vivevamo con i miei in questo quartiere. Mio padre era arrivato con tutta la famiglia dopo la guerra, in cerca di fortuna ed in fuga dalla fame nera che c’era al suo paese, giù in Basilicata. L’infanzia l’avevo passata tra lo studio e la rabbia di non riuscire a capire chi fossi realmente: il figlio d’immigrati, un giovane naturalizzato tedesco o semplicemente un ragazzo in crisi d’identità.

Parlavo perfettamente la lingua, perché se in un posto ci cresci fin da piccolo ti risulta più facile fingere d’appartenergli. Avevo amici, compagni di giochi ed avventure con cui dividere e condividere le esperienze della vita che ci si apriva davanti ogni giorno diversa, ogni giorno uguale. Tutto questo fino a quella mattina per l’appunto, quando vedemmo le strade divise letteralmente in due da filo spinato prima e blocchetti di cemento poi. Molti di noi scapparono ad Ovest, ma non tutti.

Per diverse ragioni. Quella nostra fu che mio padre non voleva abbandonare mia nonna, già vecchia e molto malata; lei non sarebbe potuta scappare, così restammo assieme. Fu una scelta dura, di quelle che decidono dell’esistenza di più individui. Per me, posso dire oggi, fu anche la causa della mia dannazione”. Mentre parlava mi accorgevo che la voce gli si faceva pesante e le parole gli uscivano quasi a forza dalla bocca, come a testimoniare un peso portato sulla coscienza per anni. Ero sempre più incuriosito ed avevo una genuina voglia di sapere che travalicava il mio mestiere. Dopo poco riprese il racconto.

“I primi tempi furono durissimi: gli amici che rimasero dall’altra parte erano persi per sempre. Molti di loro non li ho rivisti neanche dopo la caduta del muro, perché erano morti. Parte dei nostri parenti erano scappati con metodi rocamboleschi ed i contatti diventarono sempre di più sporadici. Comunque anche nelle situazioni più terribili s’impara a fare l’abitudine alle piccole cose quotidiane, così, per indolenza forse, o forse più semplicemente per sopravvivere e non impazzire. Questo accadde e ce ne facemmo tutti una ragione, chi più e chi meno in modo sincero.

Avevo un amico, il mio più caro amico d’infanzia. Il suo nome era Franz. Lui sì che era un tedesco “puro” e non un “mezzosangue” come me. Con lui avevamo condiviso proprio tutto: i giochi, i primi amori adolescenziali, il consolarsi a vicenda per le pene che questi danno, le prime sbronze che ti fanno credere d’essere un uomo vero. Franz era un idealista. Quello che si potrebbe definire un uomo di principi. Era di un’altra pasta, un romantico in un certo senso. Biondo, occhi azzurri, alto. Il prototipo della razza ariana avrebbero detto di lui i nazisti fino a pochi anni prima.

In realtà nessuno più di lui era l’esatto contrario del conformismo e della banalità che deriva dalla disciplina cieca verso un ideale di repressione e forza. Gli ideali che lo animavano ne facevano un giovane uomo illuminato, uno di quelli che sta dieci anni avanti agli altri, oltre il suo tempo contemporaneo. Forse per questo aveva deciso che quel mondo che gli si era stretto attorno come una morsa, quella costrizione oltre quel maledetto muro, non poteva limitare il suo modo d’essere, la sua innata voglia di libertà. Così aveva deciso di far parte della resistenza a quella forza bruta che gli si era scagliata addosso suo malgrado: era diventato uno degli elementi principali della squadra che organizzava le fughe verso l’Ovest”.

Mentre mi raccontava questo splendido spaccato di vita, percepivo che la parte più “pesante” doveva ancora venire a galla. Dopo una pausa in cui rimase come in meditazione, riprese così il discorso: “Il guaio per me è che non era il solo. Deve sapere che di quel movimento, per così dire, sovversivo faceva parte anche una splendida creatura di nome Helen. Era forse la cosa che più di ogni altra al mondo aveva la capacità di rendermi debole. E sto parlando di quella debolezza che si prova quando si è difronte all’oggetto del nostro amore, dei nostri pensieri costanti, di tutto ciò che ci fa sentire degna la vita di essere vissuta. In altre parole ne ero follemente innamorato. Già, di un amore inconfessato ed inconfessabile, perché lei, la mia sola ragione di vita, era felicemente legata proprio a Franz. Era tutto ciò il mio tormento e la mia disperazione nascosta.

Il tempo passava in fretta in quel periodo e gli avvenimenti s’accavallavano a volte senza che neanche ce ne rendessimo conto. Accadde tutto una notte del ’70. La Stasi, la terribile polizia dell’Est, fece una retata ed imprigionò Helen. La portarono nel carcere di Hohenschönhausen, fra il dolore di Franz ed il mio silente pianto di disperazione. Fui preso dal panico e non sapevo cosa fare, poi, d’improvviso mi venne una dannata idea. La sola idea che non avrei dovuto avere e della quale mi sarei pentito per il resto della vita. Mi recai nell’ufficio del capo della polizia segreta per suggellare un patto tremendo, il patto che, come per Faust, m’avrebbe dannata l’anima per sempre: la liberazione di Helen in cambio di uno dei capi della “resistenza”, in cambio della testa del mio fraterno amico Franz.

Fu così, mio giovane amico, che salvai una celestiale creatura, ma che dannai per sempre me stesso.

Franz fu arrestato, imprigionato e successivamente giustiziato. Helen fu liberata secondo i patti. Ci diedero un passaporto e ci fecero passare dall’altra parte del muro, attraverso il Glienicker Brücke. Lei non seppe mai più nulla del suo amore e credette che fosse morto durante un’azione della polizia.”

Rimase in silenzio per alcuni minuti ed io con lui, pensando a quanto gli fosse costato tenersi dentro tutto ciò per tutti quegli anni, senza probabilmente confessarlo a nessuno prima di me. Poi, alzò lo sguardo e mi disse: “Capisce ora? Fra i nomi presenti su quell’elenco che stava osservando ieri, nomi di eroi, ve ne era uno a me particolarmente caro: quello di Franz”. Si fermò, mi fisso per alcuni istanti, poi distolse lo sguardo e s’alzò in piedi rivolgendosi a qualcuno alle mie spalle. “Helen, mia cara, sei già arrivata? Andiamo pure a fare i nostri giri allora. Tanto con il signore abbiamo finito di scambiare due chiacchiere.” Poi girandosi verso di me disse: “Mi spiace, non la posso aiutare, non conosco la persona di cui mi ha parlato” e, prendendo sotto braccio la donna tanto amata si diresse verso la porta dell’albergo, sparendo come in un sogno.

Rimasi di sasso e non mi alzai per una ventina di minuti.

Andate a visitare il museo della Stasi in Ruschestraße. Forse troverete anche voi il nome di un Franz fra quei lunghi elenchi.