Piccolo viaggio semiserio verso il cuore produttivo della Germania

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[© Thomas Klaiber / CC BY-SA 2.0]
[© Thomas Klaiber / CC BY-SA 2.0]

[© Thomas Klaiber / CC BY-SA 2.0]
Heidenheim [© Thomas Klaiber / CC BY-SA 2.0]
di Alessandro Brogani

Mi è capitato recentemente di andare a trovare una mia amica nel sud della Germania, ad Heidenheim, ridente (si usa dire sempre così quando non si conoscono i pregi ed i difetti dei posti) cittadina a circa 30 km dalla più conosciuta Ulm, città quest’ultima che diede i natali ad Albert Einstein.

Non avendo voglia di fare un viaggio così lungo da solo in macchina e volendo evitare cambi di treno ho deciso di andare in pullman. Sarà massacrante, mi ero detto, ma al contrario è stata un’esperienza che consiglio a quanti vogliano conoscere meglio il Paese ed i suoi abitanti.

Memore di quanto racconta nel suo De origine et situ Germanorum Tacito (che probabilmente parlava in modo inconsapevole dei Celti, per via delle notizie ricevute e su cui basava il suo racconto) mi sentivo come un pioniere in avanscoperta in una terra sconosciuta e mi ero preparato a vedere orde di giganteschi esseri biondi, vestiti in pelliccia d’orso, pronti a difendere il proprio territorio e la propria famiglia dagli stranieri invasori. Pertanto avevo indossato una sorta d’elmetto psicologico ed ero pronto alla pugna: solo che non avevo ancora capito che l’unica guerra era nella mia, oserei dire fervente, immaginazione.

Viaggio lunghetto, quindi partenza di prima mattina.

Salito sul pullman dopo aver consegnato il bagaglio al guidatore, un simpatico signore paffuto di mezza età, adocchiai un posto non lontano dalla porta posteriore del mezzo vicino ad una ragazza minuta, dunque non proprio quella che potrei definire una walkiria bionda.

“Es ist frei?”, chiesi con un sorriso a 32 denti (quelli del giudizio me li hanno tolti da molto tempo oramai, e purtroppo lo si capisce conoscendomi bene!). “Ja, natürlich!” rispose la ragazza con una flebile e graziosa vocina, mentre era tutta intenta a scrivere cartoline. Bene, pensai, anche questa è fatta! Nemmeno avessi scalato una montagna.

Quando si viaggia assieme a perfetti sconosciuti è istintivo osservare i propri compagni; questo di solito è quanto facciamo noi italiani. I tedeschi invece no, almeno all’apparenza. In realtà non è così, ma la loro riservatezza, che noi scambiamo spesso per freddezza, fa sì che non manifestino apertamente interesse per chi siede loro accanto. Io, per difendere le italiche tradizioni, con finta nonchalance mi massaggiavo il collo (in effetti un po’ dolorante a causa di una nottata non proprio tranquilla durante la quale avevo ingaggiato una lotta all’ultimo sangue con il cuscino nuovo); nel contempo, però, muovendo la testa passavo al setaccio il mio “campo di battaglia”.

Alla mia destra, sull’altro lato del corridoio, c’erano due vecchietti. Penso avessero una settantina d’anni entrambi: lui con i baffetti stile kaiser Wilhelm II, ultimo imperatore di Germania, ma con un’aria simpatica che di imperiale cipiglio ben poco aveva, mentre lei sembrava la nonnina del cacao (i “diversamente giovani” sanno a cosa mi riferisco!). Si tenevano teneramente la mano fin dalla partenza e se la sarebbero tenuta a lungo durante tutto il percorso, come ebbi modo di constatare in seguito.

Mi fecero subito pensare ad un termine tedesco: Zweisamkeit, che forse si potrebbe tradurre in italiano con “dualitudine”, l’essere in due. I miei studi di quella che secondo me è una lingua per molti versi simile a quella tedesca perfino più del latino, ossia il greco antico, mi fanno mettere in relazione questo termine con il “duale”, tempo che i greci antichi usavano proprio per esprimere la dualità, un concetto che in italiano non abbiamo, ma che vuol rendere l’idea della coppia. Per i protestanti è più importante il rapporto di coppia, mentre per i cattolici lo sono di più i figli. Magari i miei due compagni di viaggio erano di quest’ultima religione o forse non ne seguivano affatto una, ma a me piacevano molto.

Come compagno di viaggio m’ero portato il libro del mio amico Roberto Giardina Guida per amare i tedeschi, lettura che consiglio vivamente a quanti vogliano capire nel profondo lo spirito del popolo di Goethe e Beckenbauer; così nel leggere il suo divertentissimo racconto, sorridevo di tanto in tanto da solo, come uno stupido, cosa questa che finì per attirare l’attenzione dei miei “compassati” vicini. Alla prima fermata del pullman mi accorsi infatti che tutti quelli che mi avevano osservato, smentendo il fatto che non fossero gente poco curiosa, nell’uscire buttavano un occhio su che tipo di libro stessi leggendo.

Fu così che scoprirono, nonostante il mio aspetto fisico potesse sembrare quello di un loro connazionale, che in realtà ero un figlio della terra dove fioriscono i limoni come, con una punta d’orgoglio pensando alla meravigliosa poesia di Goethe, m’immaginavo io in un primo momento o, se preferite, del Paese della pizza, del mandolino e di Berlusconi, come più realisticamente e con maggior probabilità stavano pensando loro; dubbio questo che m’attanaglierà per il resto dei miei giorni, perché non gliel’ho mai chiesto.

Un’altra caratteristica dei fratelli non emigrati di quello che da noi è diventato un famoso cuoco, Heinz Beck, è quella di portarsi appresso, si trovino in metro o in un edificio pubblico, dei pacchettini che tirano fuori all’improvviso da sacche e borse varie. Aperta la carta stagnola con cui in genere sono avvolti, ecco che compaiono burrosi panini dai mefitici odori, il cui contenuto reale è ancora sconosciuto anche agli esperti dei Nas. Ebbene non potevano fare eccezione i viaggiatori del mio pullman. Me ne accorsi ben presto quando la mia lettura fu bruscamente interrotta da un senso di svenimento, dovuto appunto ad uno di questi “effluvii” che m’invase le narici. Una gentile Fräulein, che sedeva nel sedile dietro al mio, aveva stabilito che fosse ora di fare merenda, facendo partecipi anche i vicini di questo lieto evento. Si sa, noi italiani siamo sopravvissuti anche alla calata dei Lanzichenecchi, pertanto io feci la mia parte per non far sfigurare il popolo italico difronte a questa ennesima e durissima prova.

Una cosa nella quale siamo invece un po’ meno bravi è rinunciare al nostro modo d’essere ed alle nostre consuetudini, soprattutto se quest’ultime richiedono praticità piuttosto che gusto per l’estetica ed affettazione. I tedeschi in questo ritengo che ci superino di gran lunga. E’ vero, peccheranno di eleganza, ma sanno cosa sia essenziale.

Così ho trovato stupendo (e non sono ironico) il fatto che la mia graziosa ed esile vicina, ad un certo punto del viaggio, evidentemente stanca dello stare tutte quelle ore in una posizione scomoda, si togliesse le scarpe per indossare dei voluminosi calzini di lana e poggiare i piedi sull’apposita staffa del sedile di fronte. Alcune persone italiane che conosco io avrebbero arricciato il naso quasi inorridite. Questa cosa, al contrario, secondo me aveva messo in pari l’odore del panino di prima.

Questo episodio mi fece pensare a come le borse delle ragazze tedesche somiglino un po’ al gonnellino di Eta Beta. Se le osservate con attenzione vi accorgerete che ancor più delle loro coetanee italiane vi ripongono ogni sorta di cose: dal panino di cui sopra, alla voluminosa bottiglia d’acqua o Apfelsaft; dai trucchi di vario tipo ai calzini per l’appunto. Tutto questo per non parlare del quasi mai irrinunciabile libro.

Dopo più di 5 ore di viaggio arrivammo a Norimberga, città che vi consiglio vivamente di visitare se non ci siete mai stati. Io lo feci per la prima volta nel 2004 e la trovai fin d’allora molto bella. Per chi ama la storia è fonte di stupore vedere come sia stata ben ricostruita, in larga parte, secondo il suo impianto urbanistico originario.

© Andrew Crump_CC BY 2.0
Norimberga [© Andrew Crump / CC BY 2.0]

Dal castello imperiale degli Hohenzollern, alla doppia cinta muraria del XIV-XV secolo; dallo Zeppelinfeld, il famoso stadio ancora parzialmente visibile, progettato da Albert Speer l’architetto del regime, per le oceaniche parate di Hitler e compagni, allo storico palazzo che usarono gli alleati per fare il famoso processo, dopo la guerra, ai criminali nazisti. Era l’unico edificio di una certa grandezza vicino ad un carcere che fosse rimasto in piedi dopo i bombardamenti, in tutta la Germania.

Mentre aspettavamo che alcuni “compagni di viaggio” ci abbandonassero perché giunti a destinazione, e che se ne aggiungessero di nuovi, notai con un certo stupore gli addetti alle pulizie delle toilette poste di fronte al pullman. Stavano lucidando le pareti interne delle stesse: il paragone con i servizi pubblici in Italia mi venne spontaneo, soprattutto pensando ad alcuni gabinetti nei dintorni della stazione Termini a Roma, mia bellissima e sfortunata città natale. Non c’era partita, decisamente.

Perfino il mezzo sul quale viaggiavamo m’ha spinto a fare il paragone con il Belpaese; ricordo ancora come un incubo il tragitto fatto con un pullman di una nota agenzia che collega la Puglia alla capitale: partimmo alle nove del mattino ed arrivammo a notte fonda perché il magnifico mezzo, probabilmente coevo di Mazzini, aveva giustamente deciso di prendersi una pausa di riflessione lungo il percorso. Si sa, con gli anziani ci vuole pazienza.

Al contrario il teutonico torpedone denunciava la propria gioventù a partire dal nome: Grüne Fernbus (magari inquinava più di una miniera di carbone, ma in Germania tutto è preferibilmente grün). Ad ogni modo la stoccata finale al mio orgoglio nazionale me la diede il tv led ad alta definizione posto a metà veicolo che permetteva anche a quanti fossero in fondo di vedere la strada e la vista che si godeva davanti, tramite apposita telecamera.

Sul mio biglietto c’era scritto “arrivo previsto per le 16.25”, ma i tedeschi si tengono larghi per non deludere le aspettative. Ed infatti arrivammo con oltre 20 minuti d’anticipo.

Sono stato solo tre giorni sul posto, ma sono stati sufficienti ad assaporare le differenze che ci sono con il nord. Vorrei raccontarvi della padrona di casa della mia amica, Frau Weber, della sua simpatia e della logorroica voglia che aveva di parlare con noi italiani; vorrei anche dirvi delle tante ed importanti industrie che ci sono da quelle parti in un raggio di trenta chilometri circa, oppure delle bellezze paesagistiche o di quelle architettoniche di Ulm. Vorrei, lo vorrei tanto… ma poi con il direttore Bassan ci litigate voi, vero?

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