“Die Wirklichkeit Kommt”: chi ci sorveglia (e perché)?

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di Emilio Tamburini

Teufelsberg. Un uomo si aggira tra le rovine della torre costruita nel 1963 sopra un mai terminato istituto tecnico nazista e usata come centro di ascolto dalla NSA (National Security Agency) durante la guerra fredda. La colonna sonora carica di tensione ci fa capire che quegli anni di controllo e di paura non sono sepolti nel cimitero della Storia come si potrebbe pensare. L’ombra dell’uomo si staglia sul tramonto berlinese.

La voce narrante ci racconta il suo destino, intrecciato con quello di  altri che come lui si sono fatti portatori di una verità, apostoli di un segreto che riguarda tutti noi e che solo loro hanno visto in faccia. La forma in cui riconoscono il nemico è variabile, ma tutti concordano su un punto: siamo vittime del controllo. Di chi? Di che cosa? Sono domande che accompagnano il perplesso, divertito, affascinato spettatore per tutta la durata di Die Wirklichkeit Kommt, documentario made in Germany ora nelle sale, per la regia di Niels Bolbrinker.

Del resto i personaggi che osserviamo non sono i primi a portare questa bandiera. Tra il 1972 e il 1978 a Berlino Ovest un uomo andava per le strade urlando in un megafono: “La CIA e i servizi segreti controllano radiofonicamente le vostre case!”. I Berlinesi lo battezzarono “der Sendernmann” e in quest’ opera del regista amburghese Niels Bolbrinker si parla anche di un ricercatore che ha voluto seguire le tracce da lui lasciate sui muri di mezza città. Lo osserviamo liberarli dall’edera per riportare alla luce i suoi avvertimenti e fotografarli con fare pensoso. “Der Verfassungsschutz foltert Bürger mit Sendern”.

Le onde radio, invisibili eppure onnipresenti, sono il tema preferito dei personaggi che si alternano sullo schermo. Alcuni sentono le voci, altri avvertono delle fitte alla testa, quasi tutti hanno il loro personale aggeggio che fa “bip bip” e lo passano sul corpo dei propri ospiti davanti all’occhio della telecamera. “Potresti avere una di quelle nuove spie di materiale organico, in quel caso non posso aiutarti, questo telecomando funziona solo con le vecchie cimici”, sostiene uno.

Un altro ha trasformato la propria camera da letto in un covo anti-radiazioni e nella penombra, tra tende di alluminio e muri di antenne tenute insieme con lo scotch, spiega sconsolato che lui fa quello che può, ma le onde finiscono per penetrare comunque, a interferire col suo cervello e a leggerne i pensieri. Perché le microspie usate dalla Stasi nel periodo raccontato in tante opere, tra cui la celebre Le vite degli altri, sono ormai mezzi obsoleti, la nuova frontiera è il controllo mentale.

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Sono matti, viene spontaneo osservare. Soffrono di paranoia, di cui la mania di persecuzione è la manifestazione più tipica. Ma ciò che spesso rende interessante un documentario è il fatto di giocare su più piani, perché sospendere il giudizio apre a una dimensione narrativa e lascia spazio all’interpretazione. Questo qui ci riesce. Non solo paranoici, ma anche scienziati ed esperti del settore danno il loro contributo a disegnare un quadro che si fa tanto più complesso quanto confuso.

Cosa c’entrano le armi elettromagnetiche con il controllo della mente? Davvero l’unione sovietica aveva avviato un progetto segreto per scoprire le potenzialità della guerra psichica (cfr. L’uomo che fissa le capre)? Ci sfiora il dubbio di stare assistendo a un miscuglio di storielle raccontate a metà e montate a neve, che sia un collage senza sostanza.

Eppure rimaniamo colpiti quando uno studioso ci mostra sullo schermo del suo computer un programma in grado di elaborare in tempo reale i dati relativi ai micromovimenti di centinaia di soggetti allo stesso tempo e di riconoscervi delle anomalie. Con uno charme che lo fa assomigliare al Lee Van Cleef di Il buono, il brutto e il cattivo suggerisce di utilizzarlo sulle piazze gremite di gente, perché nessuno cammina in modo normale con una bomba nello zaino o con l’intenzione di sparare a qualcuno. Improvvisamente siamo pronti a chiederci con il regista: i paranoici di prima sono matti o sono profeti? In fondo le due cose sono sempre andate a braccetto.

L’Überwachung, la sorveglianza, pagina dolorosa della storia di questa città e tema da tempo oggetto di studi in ogni campo del sapere, è oggi globalmente attuale e furoreggia nei ministeri della difesa così come nei discorsi di artisti e performers.

Esempio tra tanti, nel 2008 dei poster firmati da Anna Barribal riportavano a grandi lettere nella metropolitana di Londra: “I think I’m being watched”. Seduti nella U-Bahn capita di soffermarsi sulla videocamera del proprio vagone. Siamo sorvegliati ma tranquilli che nessuno ci punirà, niente da nascondere.

Poi arrivati a casa apriamo il computer e osserviamo il post-it che abbiamo appiccicato per coprire la webcam, magari su suggerimento di un amico o dopo aver letto un articolo al riguardo, e ripensiamo ai paranoici del film, a quant’erano ridicoli con un bidone sulla testa per proteggersi dalle radiazioni.

Ma chiunque ci sia dall’altra parte, qualunque forma o colore abbia il potere invisibile dei nostri giorni, più divino che liquido nella sua impensabilità, probabilmente la domanda che si ponevano loro è anche la nostra: funzionerà?

Ecco il trailer di Die Wirklichkeit Kommt: