L’eroina a Berlino oggi: un reportage dalla “stanza del buco”

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eroina Photo by Find Rehab Centers
Photo by Find Rehab Centers

di Laura Lucchini
(twitter @nenadarling)

Sono le dieci di mattina quando Leila, una giovane stagista francese dagli occhi chiari e l’espressione simpatica, sistema i cesti della frutta sul bancone e su un tavolo. Mele, banane, arance e uva. È autunno fuori a Berlino, nel quartiere Moabit, all’angolo tra la Birkenstrasse e la Stromstrasse.

La caraffa del caffè è piena, le tazze pulite e allineate. Nel retrobottega, Natalia, con un grembiule a fiori, prepara una salsa di verdure e pomodoro. Un messaggio affisso con una puntina sulla bacheca di sughero alle spalle del bancone indica ai clienti che è «proibito scaricare qui i sensi di colpa».

Accanto, un enorme cartello spiega «la nostra offerta» con illustrazioni dettagliate: siringhe da 20, 10, 5, 2 millilitri, aghi lunghi e corti. Cucchiai sterilizzati, lacci emostatici, garze, fiale di acqua distillata, accendini, contenitori per siringhe e aghi usati, preservativi. Ai piedi del cartello, un grande contenitore con un imbuto metallico in cima serve per raccogliere le siringhe usate.

È un mercoledì di inizio ottobre, una giornata qualunque, al Birkenstube. È questa una delle due strutture berlinesi aperte al consumo di droghe pesanti. Qui in particolare persone con dipendenza da eroina e cocaina trovano un ambiente asettico dove iniettarsi o fumare. Non è un consultorio, non si offrono terapie o programmi per superare la dipendenza.

È un luogo nato per contenere l’emergenza primaria, quella delle infezioni da Hiv ed epatite. Per spostare il consumo dalle strade e le stazioni di metro a  luoghi controllati. I ragazzi di Berlino hanno lasciato la stazione dello Zoo ma si bucano ancora e l’eroina è sempre presente nelle strade della città.

Trentacinque anni dopo il romanzo generazionale ed autobiografico di Christiane F. (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, 1978), la ragazza sedicenne di allora è tornata a raccontare la sua storia in un libro presentato alla fiera di Francoforte e in vendita in Germania dallo scorso 10 ottobre con tutti i presupposti commerciali per diventare un caso editoriale. La buona notizia è che Christiane è viva. Non è poco.

Il resto è la storia di una vita appesa alla dose quotidiana di metadone, un’esistenza rimasta nel limbo. Così come quella delle circa cinquanta persone che ogni giorno frequentano queste stanze, portano le loro siringhe usate per riceverne di nuove in cambio, piegano le stagnole, scaldano cucchiaini, consumano eroina e poi rimangono alcune ore. Hanno gli occhi lucidi. Le mani tremano. Qualcuno si vergogna e cerca di nascondersi. Qualcun altro racconta la storia e ci mette la faccia e il nome.

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