Perché Berlino ci attrae così tanto? Questo nuovo ebook prova a trovare una risposta

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Nel 2012 migliaia di italiani sono partiti per Berlino: certo, la città del Terzo Reich, del Muro e della musica indipendente, è una delle capitali europee più affascinanti grazie alle sue contraddizioni, ma c’è sicuramente di più.

Perché tanti italiani si sono trasferiti? La risposta prova a darla “Bim Bum Berlin – Mettiti in gioco nella città del Muro” (Zandegù 2013), il reportage interattivo scritto da Marco Magnone (Asti, 1981) e musicato ad hoc dalla band Circolo Lehmann, le cui tracce sono un’ideale colonna sonora alla lettura.

Tra le tante voci intervistate da Magnone ci sono quelle di Andrea D’Addio, Arturo Robertazzi, Elena Origliasso, Ohneort, Mattia Cerato, Vincenzo Marzotti e Paolo di Diego di Oblomov KreuzköllnSilvia Foglia, Valentina Belloni, Massimo Palma e Valerio Bassan, direttore de Il Mitte.

Magnone racconta la Berlino degli anni dieci e gli italiani che qui si sono trasferiti per cercare fortuna. Cosa li ha spinti? Cosa fanno nella capitale tedesca? Come si trovano? Quali opportunità hanno? È tutto oro ciò che luccica? 

Magnone ritrae una città in perpetuo cambiamento, tra le più povere della Germania, caotica e a volte diffidente coi nuovi arrivati, ma anche vitale, dalla burocrazia semplificata, piena di stimoli culturali e dove, se si ha voglia di fare, ci sono occasioni per riuscire.

Vi proponiamo in anteprima un doppio estratto del libro pubblicato da Zandegù, che potete trovare in vendita sul sito della casa editrice e in tutti i principali store digitali al prezzo di 4,99 euro.

«Qui si dice che ci siano 40 metri quadrati a disposizione di ognuno, oltre casa propria. Quindi, c’è più fiato, più libertà rispetto ad altre città, ma anche più distanza dagli altri. Pensa a una qualunque festa, quelle a cui siamo stati tutti, in una bella fabbrica vuota di Friedrichshain, dagli interni scrostati ad arte.

Quando arriva l’ora di tornare a casa, i timpani e lo stomaco ancora sottosopra, gli altri sono subito lontani. E tu devi farti da solo un bel pezzo a piedi, magari fino a Ostkreuz, sulla Ring. Dove, mentre aspetti il treno, ti scorre davanti l’umanità più varia, ragazzi sulla via della prossima festa e barboni all’ultimo stadio, senza stacchi, intervalli, pudore. In quel momento, che tu abbia ancora un po’ di lucidità o che l’abbia perduta del tutto, non puoi fuggire l’eco della città, fredda, senza consistenza né direzione.

Questo non è un luogo: ecco cosa pensi mentre sei lì e passi dall’euforia alla malinconia. Come nella canzone Zoo Station, dove c’è l’eccitazione per un bambino appena nato, attorno cui striscia una domanda: “E ora, cosa succederà?”. Non ci sono risposte e, quando arriva il treno, scarica altri ragazzi e ragazze e la loro ebbrezza, tutto daccapo. Dopo qualche secondo, però, tu e il treno ripartite, iniziando a girare in tondo. Là fuori tutta la città, saturnina e ironica, ti osserva. Uno spazio in eccesso di demolizioni e abbandoni, riconversioni e riqualificazioni, un mondo di passaggio, indeciso, chilometri e chilometri di nulla. E quando te ne rendi conto, lei ha già cambiato pelle e tu sei altrove.

[…]

Nel Novecento, Berlino ha spesso rappresentato un altro Occidente. La Groß-Berlin, la metropoli che nasceva negli alberghi di lusso a Pariser Platz e nei grandi magazzini sul Kudamm, era la stessa dove esplodevano le miserie alla Franz Biberkopf e montavano le contestazioni sociali alla ricerca di alternative politiche e culturali. Erano gli anni delle comuni, di Rosa Luxemburg, la Lega Spartachista. Qui si sono rincorse generazioni di avanguardie e artisti pop: i dadaisti e David Bowie, Chris Isherwood e Iggy Pop, Lou Reed e i Brücke campavano con pochi spiccioli sulle montagne russe di un parco giochi per adulti.

Poi il Nazismo, la guerra, la città divisa e l’Altro Mondo, il Muro e la sua caduta, sono tutti parte del paesaggio berlinese. Oggi l’eccezionalità è finita e si cerca di gestire questa sua particolare quotidianità, in cui influiscono certamente i pezzi di welfare sopravvissuti ai tagli. Ma che da soli non vorrebbero dire nulla, perché di certo molte città del Nord Europa funzionano meglio. Il punto è che qui s’innestano su un tessuto urbano di caos controllato, in cui gli estremi si toccano e tutto vale.

È un modo di essere che altrove sarebbe irripetibile. Però qua funziona e ti permette di rallentare, goderti un po’ di più le cose. Anche perché di lavoro non è che ce ne sia molto, certo. Ma comunque sia, siamo lontanissimi dal Corri Corri Corri Finché Crolli Nel Tuo Ghetto Residenziale che altrove si dà per scontato. Se ti venisse il dubbio che lo stress sia un elemento fondamentale della cultura occidentale, beh, credo ti farebbe bene fare un salto qui, per vedere che non deve essere per forza così».

(Dalla conversazione tra Marco Magnone e Massimo Palma, filosofo e autore del libro Berlino Zoo Station, Cooper editore)

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