L’Europa di confine a un’ora da Berlino: Frankfurt (Oder) e Słubice

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Frankfurt Oder vista da Willi Wallroth [pubblico dominio]
[© indi_ffo / CC BY ND 2.0]
indi_ffo on Flickr / CC BY-ND 2.0]

di Claudio Mellone

A poco più di un’ora di distanza da Berlino si può raggiungere comodamente in treno Frankfurt (Oder) la cui caratteristica peculiare è l’essere una città di frontiera con un lungofiume che si affaccia direttamente sulla Polonia e su Słubice, sorella minore situata di là dal confine e unita alla maggiore attraverso un ponte.

Fino al 1945 le due entità costituivano un’unica città, separata dal fiume Oder ma interamente compresa nei limiti del Reich: a seguito degli accordi post-bellici e della definizione della linea Oder-Neiße come nuovo confine fra la DDR e la Polonia, i quartieri a est del fiume vennero a trovarsi in territorio polacco e da quel momento le loro storie si divisero.

Da quando, il 21 dicembre 2007, anche la Polonia è entrata a tutti gli effetti nello spazio Schengen, le due frontiere che ancora esistevano sono state smantellate e di loro non rimangono che alcune tracce lungo la strada, tracce che il tempo e i rifacimenti del manto stradale cancelleranno forse per sempre.

La visita di Frankfurt (Oder) e di Słubice ha senso soprattutto per godere del fascino innato dei luoghi di confine in cui si incontrano lingue e paesi diversi tra loro, piuttosto che per ammirare le relative bellezze che le due città offrono: respirare la loro peculiare atmosfera e ritrovarsi, con un salto al di là del fiume, in una realtà molto più diversa di quanto ci si aspettasse.

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Frankfurt (Oder)

Come tutte le città appartenenti alla DDR, anche Frankfurt (Oder) è stata profondamente rinnovata e ristrutturata a seguito della riunificazione delle due Germanie. Sapientemente spogliata di tutti i simboli un tempo onnipresenti in ogni angolo dei paesi aderenti al patto di Varsavia, tradisce il suo passato socialista soltanto attraverso poche vestigia la cui eliminazione avrebbe probabilmente rappresentato un costo maggiore del ricavo, nell’ottica capitalistica contabile del business plan.

Dalla stazione centrale si raggiunge il piccolo centro storico con una passeggiata di circa mezz’ora e altrettanto è il tempo sufficiente per visitarlo tutto. Un paio di piazze tirate a lucido, il Comune, un museo, una chiesa e gli edifici dell’università Viadrina che, sebbene piccola e rifondata solo da pochi anni, è caratterizzata da una invidiabile apertura internazionale, anche rispetto ai più blasonati atenei della Capitale. Ciò fa sì che le vie di Frankfurt (Oder) siano a ogni ora del giorno piene di studenti da ogni parte del mondo e questo rappresenta come di consueto un elemento di vivacità e di piacere.

Chi fosse interessato a scoprire parti della città più periferiche e più vissute può acquistare un abbonamento giornaliero per tutti i mezzi pubblici al costo di € 2,80, valido anche sulla linea di bus che porta a Słubice: è necessario però fare sempre attenzione alla ridotta frequenza dei mezzi, cosa che può causare seccanti perdite di tempo presso stazioni ubicate in mezzo al nulla.

Una volta soddisfatte le proprie curiosità, ci si può avviare verso la Slubicer Straße che prosegue sul ponte e porta di là del confine. Il ponte è caratterizzato ogni giorno da un continuo traffico di mezzi e da un incessante viavai di persone, soprattutto studenti e signore anziane che vanno a fare la spesa in Polonia.

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© Claudio Mellone

Słubice

Al termine del ponte si entra a Słubice che mostra subito il suo volto commerciale in maniera quasi feroce: insegne coloratissime indicano la presenza di rivenditori di tabacchi, ristoranti low-cost, uffici di cambio che, forse a causa della forte concorrenza, praticano un tasso pressoché uguale a quello ufficiale, aggiornato giorno per giorno.

Si ha l’impressione che, grazie al maggiore potere d’acquisto dell’Euro sullo Złoty, venga venduto ogni tipo di merce e servizio: macellerie, negozi di elettronica e di alcolici, distributori di benzina, fiorai, parrucchieri, dentisti, imprese di pulizie e molte altre attività create proprio per offrire ai tedeschi di oltrefrontiera un’alternativa molto più economica rispetto alla Germania.

Effettivamente a Słubice con meno di € 15,00 ci si può sedere a un ristorante e mangiare senza lesinare su piatti e bevande, indugiando persino su caffè e relativa serie di digestivi, sicuri che nessun danno verrà fatto al proprio portafogli. La scarsa fantasia nell’offerta delle pietanze e la cura teneramente povera con cui esse vengono presentate sono un ostacolo facilmente superabile.

Uscendo da quelle poche strade subito a ridosso del ponte è possibile iniziare a respirare la vera aria dell’est, quel vento slavo per molti aspetti più vicino alle mentalità latine che a quelle germaniche. Svoltando l’angolo spariscono all’istante le insegne colorate e fanno la loro comparsa i passeggini: è solo a quel punto che si capisce di essere davvero in Polonia, quando il commercio furioso e sbilanciato lascia spazio ai veri abitanti della città, bambini, giovani, anziani, madri.

Questo ultimo baluardo dell’est che è Słubice offre allora il suo volto sincero, fatto di vecchissimi autobus, strade sbrecciate, edifici che hanno visto giorni migliori e un’atmosfera cadente e trascurata che può colpire positivamente colui che lascia quella Germania di cui vive con difficoltà la talvolta eccessiva mania dell’ordine e della struttura. Le persone che si incontrano sono gentili, sorridenti e serene e fanno da contrasto ai volti arcigni e supponenti dei negozianti che lavorano solo poche strade più in là.

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© Claudio Mellone

Il mercato di Słubice

Costeggiando verso est una strada che dà su una zona umida ai fianchi del fiume si raggiunge, dopo un paio di chilometri, il vero grande mercato presso il quale si approvvigionano i tedeschi. Qui, sotto una struttura-serra che diventa rovente nei giorni caldi dell’estate, il primo sguardo porterebbe a giurare che tutto il possibile sia in vendita, ma in realtà non è così: a parte le piramidi di stecche di sigarette e le torri di bottiglie di wodka, il resto è produzione spazzatura – sovente di origine cinese – a base di profumi contraffatti, magliette di gruppi heavy-metal, dischi blu-ray malamente falsificati, vestiti di infimo ordine e poi buste di ossi per cani e oggettistica per animali, un po’ di alimentari che offrono prodotti tipici polacchi (la parte più interessante) e venditori di salsicce arrosto che nuotano nella sugna.

Qui si incontrano due, e solo due, popoli: i polacchi commercianti e i tedeschi acquirenti. La lingua utilizzata è il tedesco, la contrattazione sui prezzi è parzialmente ammessa e come moneta corrente circola l’Euro più che lo Złoty. A ben guardare, questi due popoli che si incontrano al mercato si assomigliano molto di più di quanto si assomiglino normalmente.

Gli uni si arricchiscono vendendo tonnellate di merci ad un prezzo leggermente superiore a quello a cui vengono vendute nei normali circuiti commerciali, gli altri acquistano ad un prezzo più basso di quello che pagherebbero in Germania: polacchi un po’ più ricchi vendono a tedeschi un po’ più poveri.

Si tratta di una situazione in cui vincono entrambe le parti, la convenienza è di tutti e gli affari vanno a gonfie vele. E se i polacchi hanno qui l’aria arrogante dei commercianti sicuri di vendere sempre e comunque, i tedeschi si comportano quasi come se stessero facendo qualcosa da tenere nascosto e di cui vagamente vergognarsi.

È nella mentalità tedesca profondamente radicato il concetto di competizione sociale (anche se ufficialmente non viene ammesso in nessun caso) e quindi fare acquisti nella mai abbastanza diffidata Polonia non è certo un’abitudine di cui vantarsi; e tutto questo nonostante essi possano offrire la giustificazione più importante, ovvero il risparmio di denaro.

Ovviamente il cittadino tedesco tipico che va a fare la spesa a Słubice raramente è un avvocato di Amburgo o un architetto di Berlino (semmai eventualmente più attratti dal fenomeno di costume che dall’esigenza di risparmiare), ma appartiene ad una sorta di “neosemiproletariato germanico” rappresentata da quel nutrito gruppo di tedeschi che si sostentano attraverso i minijob o che godono del sussidio HARTZ IV.

Fra le varie tipologie di persone che passeggiano e fanno acquisti al mercato, ce n’è una ben riconoscibile e  la cui immagine è inconfondibile anche a distanza: magliette e camicie coloratissime e stravaganti, sandali con calzini bianchi (ebbene sì, esistono ancora e vanno fortissimo), orologi patacca al polso, tendenza alla pinguedine, un’allegria spesso al limite della sguaiatezza e un’aura di scarsa scolarizzazione che li segue ovunque vadano.

© Claudio Melloni
© Claudio Mellone

Quante Europe?

Paesi, lingue, mentalità e monete diverse che sembrano incontrarsi solo in caso di vantaggio reciproco, vale a dire economico: colui che andando a Słubice cercasse argomenti per rafforzare il suo credo europeista rimarrebbe deluso, non trovando alcuna risposta alle sue domande ma anzi vedendo formularsi nella sua testa ulteriori questioni e nuovi dubbi. Due mondi diversi che non si amano né si stimano si incontrano e si toccano sulle rive di un fiume per avere rapporti quasi solo di natura commerciale, mentre il resto rimane come è sempre stato: stessi sguardi in cagnesco, stessi mugugni a mezza voce. È tutta qui l’Unione Europea?

A volte ci si chiede se sia mai possibile, un giorno, oltrepassare i limiti che dividono i popoli per raggiungere una forma anche debole di vera fiducia o almeno di rispetto reciproco capace di cancellare una volta per tutte le diffidenze e i timori antichi, tutti in fin dei conti riconducibili alla paura ancestrale e istintiva verso chi è esterno al proprio clan di appartenenza.

Forse questo processo di integrazione avrà una durata pari almeno al numero di secoli trascorsi a farsi guerre, ma dovrà essere portato avanti con forza, caparbietà ed intelligenza: doti, queste, che oggi né le personalità politiche né tantomeno i popoli sembrano avere.

Forse lo sforzo per costruire una vera unità europea è inutile e vano e presuppone un salto di qualità in termini di maturità sociale che è ben lungi dall’essere visibile, quantomeno nell’attuale prospettiva generazionale. Alla fine la questione è: è giusta l’unità europea? Ha senso? È un’utopia praticabile o un’alchimia impossibile?

E, visto che la memoria è labile e la voglia di menare le mani stabile, sarà ancora possibile portare avanti questa idea che viene da lontano? Si riuscirà a seguire questo percorso collettivo lungo e irto di ostacoli, talmente delicato che a volte può bastare un pastore dalla voce più potente degli altri per trascinare le greggi a ricostruire con furiosa soddisfazione quelle frontiere che erano state così faticosamente abbattute?

E quel ponte fra Frankfurt (Oder) e Słubice, così simile ad altri ponti che sono un simbolo cardine dell’Europa, saprà resistere a lungo come punto di contatto tra la Germania e la Polonia, due paesi tanto vicini e tanto diversi? Riusciranno i fiumi a farsi mai davvero cerniera?

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