“Il veleno dell’oleandro”, un viaggio firmato Agnello Hornby tra Sicilia e realtà

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© secondolucy.blogspot.de

di Oriana Poeta

– Simonetta Agnello Hornby?
– Si, si. Non mi è nuova. Quella della Mennulara?
– Esatto.

E’ così che, con un vago ricordo, mi avvicino al Veleno dell’oleandro (Feltrinelli, 2013). La prima volta che scoprii Simonetta Agnello Hornby non fu un caso e non risale nemmeno a molto tempo fa. Frequentavo il liceo e una docente, come, di solito, si suol fare, mi consigliò dei libri, degli autori. Ho sempre accettato i consigli, i suggerimenti, ma la lettura, è stata, e continua ad essere, un piacere. Quei consigli si tramutavano in obblighi, spesso da sbrigare durante le vacanze estive. Villeggiature durante le quali quei libri diventavano, inevitabilmente, odi, avversità per autori che, semplicemente, non meritavano.

Sono prevenuta, ma cosciente di quanto, a distanza di pochi anni, potrei cambiare idea. Comincio a leggere sapendo dell’ambientazione siciliana, sebbene, inizialmente, la scrittrice, pensava alla Lucania. Terra dalla quale provengo e che avrei, facilmente, riconosciuto, apprezzato. La Sicilia, tuttavia, non delude e leggendo da Berlino, dove il sole non scalda mai a sufficienza, è come essere illuminati, avvolti da profumi e sensazioni tipicamente italiani, tradizionalmente mediterranei.

Ma nella terra sicula si nasconde un mistero, un arbusto velenoso che non regala un piacevole soggiorno. «Sappiate tutti che, se doveste rimanere a Pedrara, lo fareste a vostro rischio», questo l’avvertimento che ci accompagna dalle prime pagine per poi, intenzionalmente, rivelarsi alla fine. Una fine, magicamente, tragica e felice, come la vita. Una vita intrecciata con la morte, con protagonisti innocui e violenti o con esseri speciali, come Bede. Bede, voce narrante, che sembra risultare quasi il protagonista, una persona a cui rivolgere tutte le nostre attenzioni e per la quale avere cura, proprio come canta Battiato.

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Bede non è solo. Alla voce narrante maschile si unisce una prospettiva femminile, quella di Mara: curiosa, ricercatrice, riflessiva. Un romanzo perfettamente diviso a metà, ma che, apparentemente, non lo dimostra perché, straordinariamente, costruito su un’intrigante trama. Un intreccio pieno di colpi di scena e vicende tanto lontane, quanto vicine a quella Sicilia, a quella terra dove tutto è nato e tutto deve finire. Un rifugio, un posto maledetto, una via di fuga, un erotico giaciglio dove scoprire, scoprirsi.

Come da tradizione siciliana, ma direi italiana c’è una famiglia dietro a queste due voci narranti: un’istituzione dalle forti radici, ma fragile, come lo stelo di un fiore appena sbocciato. Un insieme di mamme, papà, figli, zii e nipoti che interagiscono tra di loro nascondendo segreti, piccole invidie, violenze, affetti immisurabili.

Il veleno dell’oleandro è tutto questo, ma molto di più: difficile da sintetizzare in poche parole. Come posso permettermi di giudicare, di consigliare? Chi sono io? E se non avessi capito nulla? Da quelle pagine, sapientemente, orchestrate c’è da godere molto di più, ma tocca a voi scegliere e, magari, ascoltare dal vivo la straordinaria voce di una delle scrittrici più importanti del nostro panorama letterario.

Presentazione de Il veleno dell’oleandro presso la Mondolibro, 7 maggio ore 20: tutte le informazioni qui.