Dalla Germania: “La situazione delle università italiane è preoccupante”

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di Maura Nardacci

L’Italia, come la Germania e molti altri paesi dell’UE, ha partecipato a quello definito “processo di Bologna”. Tale iniziativa fu lanciata dai Ministri dell’Istruzione Superiore europei i quali, riunitisi appunto a Bologna nel 1999, discussero in merito all’istituzione di uno Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore comune. Obiettivo principale di Bologna è stato (ed è, poiché il processo non può dirsi ancora concluso) quello di riformare i sistemi dei singoli Stati europei in modo da poterli armonizzare ed uniformarli tra loro.

Il processo di Bologna, almeno stando ai dati odierni, per l’Italia è stato un fallimento. Il sistema scolastico pubblico italiano vive uno stato di tale disfacimento che il suo tracollo si ripercuote direttamente sull’accesso al mondo del lavoro dei neo laureati e di conseguenza sull’economia del paese, già vessata dall’invasiva crisi dell’ultimo lustro.

Secondo Andreas Schleicher, statistico tedesco, nonché esperto di pubblica istruzione dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), intervistato dalla Süddeutsche Zeitung, la situazione italiana è in uno stato che definire preoccupante sarebbe riduttivo. Paradossalmente il paese che ospita molti tra gli atenei più antichi e prestigiosi del mondo, infatti, oggi offre ai suoi studenti una preparazione accademica classica, estremamente teorica e per nulla pragmatica, poco spendibile sul mercato del lavoro nazionale e completamente superata sul mercato del lavoro europeo.

Il numero dei laureati e diplomati in Italia, inoltre, non cresce come nel resto del continente. Le statistiche indicano un dato molto preoccupante sintomo di disuguaglianza sociale: le possibilità di giungere al termine di un corso di laurea sono maggiori per coloro i quali hanno uno o entrambe i genitori laureati e, molto spesso, tali studenti sono coloro i quali scelgono i percorsi più duri ed impegnativi nonché più spendibili sul mercato del lavoro.

Gli studenti, invece, che per primi nella loro famiglia si iscrivono all’Università (che oggi rappresentano il 70% del totale degli iscritti) sono coloro i quali scelgono percorsi formativi meno forti sul mercato del lavoro ed è proprio tra di loro, purtroppo, che si regista un’allarmante numero di rinuncia agli studi dopo il primo anno.

Tali rinunce, spesso, sono causate dalla mancanza di fondi familiari per poter finanziare gli studi e vanno a colpire soprattutto i maschi provenienti da famiglie con un reddito medio basso, poiché da loro ci si aspetta che trovino un lavoro contribuendo al sostentamento della famiglia. Attualmente, di conseguenza, soltanto il 16% della popolazione maschile tra i 30 ed il 34 anni è in possesso di una laurea, contro il 25% di quella femminile.

In Italia, a differenza di molti altri paesi europei dove i tagli dettati dalle politiche di austerità hanno intelligentemente risparmiato istruzione e ricerca, ormai da anni e indipendentemente dal colore del Governo di turno, i tagli agli aiuti agli studenti sono stati tanti e tali da ridurre sensibilmente il numero degli ingressi nel mondo universitario: lo dimostra il numero di matricole sempre minore, anno dopo anno.

Il “Bel Paese” dovrebbe, secondo Schleicher, prendere come esempio la Germania, dove gli studenti meno abbienti non vengono lasciati soli e il Bafög prevede l’erogazione di borse di studio in base al reddito di appartenenza.

Il sistema italiano, inoltre, è poco differenziato e poco attento al singolo. Le eccellenze non vengono valorizzate e l’offerta formativa degli Atenei, ancora, è estremamente più ridotta rispetto a quella che gli altri paesi europei offrono e questo, conseguentemente, riduce la differenziazione delle figure lavorative e, spesso, costringe (chi ne ha le possibilità) ad intraprendere all’estero il corso di studi a lui più congeniale.

L’Università, insomma, rischia di divenire “una cosa per ricchi” e rischia di formare soltanto una generazione di mediocri ed emigrati.

Ancora una volta la miope politica italiana, che giustifica i tagli all’istruzione con le imposizioni dell’UE e con la crisi, potrebbe costarci caro: fino ad ora si è tagliato proprio laddove si sarebbe dovuto incentivare, poiché solo ricerca e istruzione potranno portarci fuori dalla crisi economica.

4 COMMENTS

  1. ohibò che strano…e io che pensavo si potessero fare buone riforme a costo zero, strozzati da maastricht, lisbona, austerità e fiscal compact….

  2. Si fa presto a criticare gli altri e a volte sembra che si divertino proprio a criticare gli stati del sud Europa. Comunque in Germania rischi che ti venga precluso l’accesso all’Universitá giá verso i 10 anni, quando se no hai tutti i voti sopra una certa media invece di andare al Gymnasium, te ne vai alla Realschule!

  3. L’articolo lancia un grido di allarme sull’evoluzione delle univeristà italiane, in fondo, il processo di degrado è iniziato ormai già da tanti anni. L’aver tagliato in maniera repentina e sistematica i fondi verso la ricerca e lo sviluppo, ha di fatto reso ancor più critica la situazione. D’altra parte, bisogna anche dire che molti fondi stanziati per la ricerca, negli ultimi decenni, e anche prima, sono stati letteralmente dissipati, uso un termine buonista per non dire altro. Ora è arrivato il momento di reagire, non si può più dormire sugli allori, le nostre università hanno un potenziale umano enorme. Magari non a livello medio come quello tedesco, ma in assoluto migliore come individualità. Quelli che nel calcio chiamano i fuoriclasse, giusto per intenderci.
    Quindi, partendo dai nostri Maradona, le nostre università dovrebbero fare squadra, riformarsi e ripartire, per riprendersi il prestigio che avevano e di cui resta solo un flebile ricordo.
    Non possiamo regalare agli altri tutto quello che ha sfornato la nostra storia millenaria di cultura e civiltà.

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