In Erasmus a Berlino: com’è piccola l’Italia vista da qui

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berlin

(Riceviamo e pubblichiamo questo contributo da una studentessa italiana in Erasmus a Berlino)

di Berta del Ben

Berlino. Io sono così: Ventiquattro anni, un possibile futuro nella metropoli tedesca, una vita passata in Italia, una storia scritta per cinque anni a Padova, in Germania con una borsa Erasmus. So che non sono emigrata, so che non sto scappando. Sono semplicemete in una contingenza della vita qui.

Molti italiani grandi più o meno come me sono in questa città. Chi per studi o chi per lavoro, siamo tanti da figurare, con spagnoli e greci, tra le categorie più numerose di stranieri oggi presenti in città arrivati negli ultimi anni, come se un’onda di “necessità” avesse portato giovani del sud europa a cercare di stare meglio nella capitale tedesca.

Qui in Germania la precarietà è qualcosa di molto strutturato e ordinato: è vero che ci sono i sussidi individuali per la formazione e per la vita fino a 25 anni, è vero che c’è una buona disoccupazione e c’è un welfare che in Italia non si è mai visto e che messo a confronto con quello di altri paesi risulta sempre vincente. Stabilire di essere in condizioni migliori di altri, però non significa essere in buone condizioni.

Un quadro critico della situazione è qui leggibile grazie a Maurizio Lazzarato, che occupandosi di debiti, crediti e crisi, analizza per l’edizione tedesca del suo “L’uomo indebitato” la situazione in Germania.

Ne emerge un quadro non proprio splendido di quello che visto dall’Italia sembra il paese di bengodi, perché si paga ancora solo un euro per una birra (allo spätkauf gestito da migranti che se va bene prendono 3 euro all’ora) e un Döner kebab costa 2,5 euro. Si guadagnano più soldi, ci sono più servizi, ma il fatto di essere “migliore” non penso renda la città dove vivo libera dalle contraddizioni che il presente porta con sé.

L’Italia invece da qui e con il 2.0, tra Monti e Berlusconi, sembra una caricatura di se stessa, mentre la gente ci ferma per strada a chiederci come potrà mai la gente votare Berlusconi, altri immigrati dicono “giuro che in Italia non torno più se lo rieleggono”.

Per quel che mi riguarda, non ho né paura né fiducia in nessun governo, laddove so che il processo di smantellamento delle strutture misere di welfare che potrei avere nel mio paese, lo smantellamento di formazione, cultura, sanità, pensioni e distruzione delle condizioni minime di diritti sul lavoro è un processo in corso che nessuna mascherata parlamentare potrà fermare. Chiunque si siederà in Parlamento non saprà fare e non potrà fare altro che obbedire ai diktat della BCE. E questo è molto semplice da capire, se andiamo a leggere il presente nella prospettiva di un’analisi di un violento ristrutturamento in corso del capitalismo, che rimodula se stesso, nell’orizzonte della finanziarizzazione di ogni economia, e mentre fa impazzire il meccanismo del debito/credito come dispositivo di governo globale e delle singole vite, scarica i costi della spesa sui soggetti più “poveri”, abolendo diritti fondamentali sbandierati come messianica necessità del sacrificio.

E’ la Grecia che ce lo insegna: quello che fa il partito Syrza non è altro che canalizzare le istanze collettive di una popolazione portandole a sedere in uno spazio parlamentare che però non ha alcun potere di contrasto della troika. Mi domando davvero, in un parlamento senza poteri, quale sia il vantaggio di essere eletti.

In questo orizzonte, in questo presente al di là delle percezioni politiche, mi trovo davanti a due tendenze “generazionali”: da una parte ci sono giovani che pensano che spostarsi in un altro paese sia l’unico modo per vivere: molti di questi vengono qui e dati confermano che siano in aumento gli “emigranti.it”. Dall’altra parte ci sono giovani che in maniera protoistituzionale reclamano invece il diritto di restare, “cercando” di coinvogliare le insoddisfazioni di moltissime persone “intelligenti”.

Io non mi riconosco in nessuna delle due tendenze.

I fenomeni migratori sono la cifra della contemporaneità globale, il flusso di corpi in movimento per il mondo avviene contemporaneamente allo sviluppo tecnologico che ci porta, nell’era del 2.0, a poter essere nella maggior parte degli angoli del mondo e sempre connessi con il proprio paese, i propri affetti, la propria musica, tagliando cordoni ombelicali con una forbice obliqua e mai in maniera netta. I confini delle nostre vite, come quelli dei nostri spazi, sono diventati labili, in metamorfosi, in una forma di coesistenza tutta da definire ma che porta con se le potenzialità di un nuovo modo di vivere.

Venire in Germania a costruire una massa di mano d’opera disponibile a basso costo per sistemi di ristorazione “made in Italy” che campano pretendendo condizioni di lavoro sempre poco degne in paghe, orari e regolarizzazione, è qualcosa che non può essere dipinta come un diritto. E’ un lavoro di merda e “del vomito si sa ne vanno pazzi i cani“.

Allo stesso modo il diritto di restare è per me qualcosa di retrogrado e mi suona simile alla difesa di una cultura italiana, di una patria italiana e di una situazione italiana che riporta lo stato-nazione al centro di una retorica che io trovo alquanto pericolosa. Non siamo molto distanti da quella retorica populista che accomuna grillini e le nuove destre.

Io non voglio né restare né andare: Io voglio vivere (e non sopravvivere!) a prescindere da dove scelgo di farlo. Perché che io stia in Italia o in Germania o a Kathmandu, la mia vita non va svenduta, né spezzata, né sacrificata. E sento per me come non negoziabile il diritto a quella che io chiamo autodeterminazione, che è fatta della possibilità reale e concreta di scegliere per me dove, come e con chi vivere la mia vita, senza che leggi, soldi, debiti, governi e dispositivi vari mi impediscano di pensare, di scegliere, di vivere.

Per farlo ho bisogno di reddito, ho bisogno di studi, ho bisogno di sanità, ho bisogno di cultura, ho bisogno di persone accanto a me, ho bisogno di un sole che splenda, e chissà di quali altre cose… Sono sicura però al cento per cento che per farlo non ho bisogno né di una patria, né di un Dio.

Se vogliamo cambiare le condizioni di vita per noi e per gli altri, non è dalla geografia né dalla religione che dobbiamo ripartire, ma forse da quell’economia politica che criticata riprendendo in mano qualche libro ci può dare oggi la chiave di lettura in grado non solo di vedere il mondo, ma di capirne le trasformazioni in corso e alzare il livello dei nostri desideri.

“Anche il colore del cielo lo dice:si ricomincia da qui”.

22 COMMENTS

  1. Complimenti: mai lette parole più intelligenti di queste da un italiana a Berlino.Condivido ogni singola sillaba

  2. beh sono qui da alcuni mesi e sono forse più fortunato di molti dei miei connazionali che invece fanno fatica a trovare in patria il lavoro dei loro sogni…la tua è un’analisi piuttosto impietosa dell’esistente (dentro e fuori l’Italia) che sembra non lasciare molto spazio alla speranza…mi chiedo perché per noi Italiani (me compreso) sia così difficile avere un pò di sano ottimismo. Perché non la smettiamo di lamentarci e cercare di dare il meglio di noi. Al di là del capitalismo selvaggio e dei politici corrotti. Cerca di coltivare sempre i tuoi interessi e non lasciarti scoraggiare. L’avrò ripetuto tre volte nell’ultimo mese ormai. Sta diventando il mio mantra.

    • Ciao Francesco, io sinceramente mi sento ottimista, credo profondamente nell’esistenza di altre possibilità al di fuori di quelle che ci vengono offerte e mi interessa potere pensare a un mondo diverso da questo e sarebbe un sogno realizzarlo al di là del capitalismo e dei politici corrotti, esattamente. So che però niente ci verrà regalato, per cui sta a noi costruirci i mezzi per trasformare quello che abbiamo attorno e credo che per farlo bisogno partire dalla nostra dignità, non dalle retoriche di Repubblica et similia. Quello che voglio dire è in fondo “Partiamo dalle vite, con tutto l’ottimismo del mondo”.

  3. Grande Berta, da studentessa Erasmus un po’ piú indietro con gli anni sottoscrivo ogni parola. Soprattutto “non voglio né restare né andare: Io voglio vivere (e non sopravvivere!)”; non so quante volte ho parlato in questi termini in argomento “meglio qui o meglio in Italia”. Spesso non si parla di “meglio” o “peggio” ma di predisposizioni mentali, di coraggio nell’affrontare la vita indipendentemente da dove si é e cosa si fa.

    Mi domando se sei proprio quella berta che ho conosciuto due settimane fa in mensa..

    Tempesta al rivolta.
    :D

    In questo caso sarei stata onorata d’averti conosciuto!

    rita

  4. …ma chi dice di volere restare non per forza lo fa per difendere “la patria italiana”, ma solo per affermare proprio la libertà di potere restare o andarsene, senza esserne costretto dalla mancanza di lavoro e welfare. E in questo senso il punto va aldilà del “voler sopravvivere”: ma al contrario volere “vivere bene”, anche, ma non per forza, nel paese in cui si è…

    Noi ci stiamo provando con questa campagna: e soltanto in questo senso Vogliamo Restare, per non essere costretti ad andarcene ed avere la libertà di vivere dove sceglieremo di farlo, come dici tu. (www.vogliorestare.it)

    • Ciao Giuseppe, io capisco che ci sia una chiamata nell’iniziativa ad avere dei diritti che nel nostro paese stanno scomparendo (forse non ci sono mai stati) e so che quello che si vuole è avere le possibilità in Italia come ovunque. Però mi domando davvero se sia proprio il piano del discorso che ci serva oggi. Proprio perché ho come l’impressione che si possa scivolare nella solita distinzione stereotipata tra “giovani italiani buoni” che fanno i network e “giovani italiani cattivi” che manifestano blabla (quello che sta succedendo in Italia rispetto ai notav è decisamente indicativo). Non dico che questo sia negli intenti di chi ha organizzato le iniziative, ma me lo pongo come problema perché so al cento per cento che questa cosa non ci aiuterà mai ad avere un mondo all’altezza di quello che vogliamo. E non penso che chi ha costruito questo network non lo sappia, sbaglio? Allora poi mi domando anche cosa c’è dietro e sarò io, ma faccio fatica a fidarmi di certe sigle e di certi nomi e ad accogliere con entusiasmo un dispositivo di mediazione tra me e il mio Stato (e la domanda è sempre.. “di quale Stato stiamo parlando?”). Detto proprio con la sincerità con cui ho scelto di scrivere questo articolo.

  5. Berta, anche se mi trovo d’accordo con il concetto generale che esprimi, c’è qualcosa in cui credo molto, e cioè che questo periodaccio pieno di di gente che ci offr lavori sottopagati e spesso in nero, in Italia e in Germania, sta davvero tirando fuori delle potenzialità enormi da una generazione, la nostra, che stava veramente dormendo sugli allori: non lo dicono solo i nostri genitori e Brunetta, lo sappiamo anche noi.
    Io ho visto iniziative stupende realizzate con una forza d’animo enorme e amici farsi in quattro per ottenere il posto che spetta loro nel mondo. Fossimo nate dieci anni prima forse avremmo trovato lavoro solo schioccando le dita, e questo è un valore, ma essendo nate quando siamo nate dobbiamo scoprire qualità nascoste dentro di noi, e anche questo è un valore. Non dico che sia bello che la gente non ci paghi i contributi, solo che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”, che è qualcosa che credo vada sempre tenuto a mente anche nella lamentela/critica/contestazione.
    Pensa che tu hai coltivato la tua passione politica urlando in un megafono che noi la crisi non la paghiamo. E questa crisi non ha tirato fuori qualcosa di ottimo da te?

    • Ciao Cate! Io invece non lo so.. penso che da una parte mi piacerebbe che non fossero necessarie le cupezze del presente per l’immaginazione positiva (ma quello che dici è vero), dall’altra proprio perché queste cupezze oggi generano possibilità diverse è proprio oggi il momento in cui alzare la posta in gioco e insieme pensare a come fare diverso. La reazione alle difficoltà se non diventa “lotta” collettiva, se non si capisce cioè di essere inseriti in un governo globale delle vite e dei corpi e quindi di non essere soli e che reagire da soli non paga, se si pratica “solo” una reazione creativa individuale alle difficoltà, secondo me si fa un processo a metà.

  6. Sono venuto a Berlino la prima volta nel 1982 …. la città era ovviamente molto diversa da come è oggi …. tra qualche giorno vengo a Berlino per la ventesima volta o giù di lì ….sono un appassionato di opera lirica …. mi costa di meno ed è molto più facile ed immediato venire a passare 5-6 giorni nei teatri di Berlino che non andare alla Scala di Milano o alla Fenice di Venezia …. detto tutto, ciao

  7. Analisi intelligente e precisa, frutto probabilmente di una sensibilità ed acutezza ben coltivate, ma secondo il mio punto di vista, un conto è parlare dall’alto di una esperienza di vita come quella esposta dalla signorina, un conto è affrontare la vita di tutti i giorni con il carico di aspettative di chi, purtroppo, non ha le stesse opportunità.
    Noto spesso che manca empatia, non tutti hanno la possibilità di esporre la propria idea o esperienza per mancanza di opportunità, chi può farlo cerchi di essere un po’ più realista e volendo meno sprezzanti verso le fortune che altri hanno dato modo di poter godere appieno.
    Auguri

  8. Se vuoi cominciare con un buon libro di economia politica che descrive piu’ esaurientemente la situazione di cui hai gia’ qualche sentore, leggiti “Il tramonto dell’Euro” di Alberto Bagnai. Lo trovi pure su Amazon.it

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